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LA TRADIZIONE TRADITA. L’EQUIVOCO DELL’OMOLOGAZIONE 

A admin
1 de octubre, 2026

Chiamare Liceo ogni scuola non è inclusione. È cancellazione o meglio  è rinnegare 

di Pierfranco Bruni*

Scriveva Edmund  Burke: «Coloro che non conoscono la storia sono condannati a ripeterla». Ritorno sul discorso dell’equiparazione degli Istituti scolastici a Licei. Ho letto le motivazioni che hanno portato ad equiparare sul piano nominale tutti gli Istituti superiori alla denominazione di Liceo. È una decisione che impone una riflessione severa. Non amministrativa. Filosofica e filologica. Giovanni Gentile è stato ucciso per la seconda volta. La prima volta con le armi, nella tragedia del 15 aprile 1944, a Firenze, davanti a Villa di Montalto. La seconda volta con un tratto di penna amministrativa che cancella ciò che restava della sua Riforma del 1923, la riforma che ha fondato la scuola moderna italiana del Novecento.

Non è possibile omologare sul piano lessicale un Istituto professionale a Liceo. Sono strutture antropologicamente, storicamente e pedagogicamente diverse. Sul piano etimologico la sovrapposizione non regge. Non si conosce più la semantica. Non si conosce l’origine filologica del termine. Bisogna tornare al concetto vero della parola. La parola custodisce. Come un sepolcro custodisce memoria. Il termine Liceo non è un nome amministrativo intercambiabile. È un archetipo.

Andiamo nei concetti per capire: Lykeion. Liceo viene dal greco Lykeion. Il Lykeion era il ginnasio sacro ad Apollo Lykeios, ad Atene, fuori le mura, presso le rive dell’Ilisso, accanto al tempio dedicato al dio. Lykeios è epiteto complesso. Per via luminosa viene da lyké, luce dell’alba. Apollo è il dio che nasce con la luce. Per paretimologia antica viene da lykos, lupo. Colui che allontana i lupi, che protegge il gregge. In entrambi i casi, è custodia sacra. Luce e difesa. Lì, in quel recinto sacro, nel 335 a.C., al ritorno da Mieza dove era stato precettore di Alessandro, Aristotele fondò la sua scuola, dopo aver lasciato l’Accademia di Platone. Non fondò un’aula. Fondò un cammino.

Il Liceo è il peripato. Peripatein, camminare discutendo. Peripatos era il porticato coperto, il viale alberato dove i discepoli discutevano passeggiando. Il Liceo non è un’aula con banchi. È un metodo. È contemplazione che diventa movimento. È theoria. L’intreccio tra archeologia, filosofia e vita è fondativo. Questa è l’origine. Non è professionale. È iniziatica. È classica. È il luogo dove il sapere non serve a produrre. Serve a comprendere. Serve a formare l’uomo prima del cittadino, il cittadino prima del lavoratore.

Bisogna rispettare la gerarchia gentiliana con serietà. Quando Giovanni Gentile, nella Riforma del 1923, con i Regi Decreti dal 6 maggio al 1 ottobre 1923 – in particolare il R.D. 6 maggio 1923 n. 1054 sull’ordinamento della istruzione media e il R.D. 30 settembre 1923 n. 2102 sull’ordinamento dell’istruzione superiore – restituisce al Liceo la sua centralità, non compie una operazione burocratica. Compie una operazione filosofica. Gentile, filosofo dell’attualismo, lettore di Platone e di Hegel, sapeva che il sistema scolastico ereditato dalla Legge Casati del 1859 e dagli aggiustamenti del ministro Coppino aveva bisogno di una forma. Non di una confusione egualitarista, ma di una gerarchia del sapere.

La gerarchia gentiliana era chiara e nobile nella distinzione. Al vertice poneva il Liceo Classico, otto anni, unico con accesso a tutte le facoltà universitarie, perché fondato sul binomio greco-latino come coscienza storica e lingua della Nazione. Accanto, e distinto, il Liceo Scientifico, allora di quattro anni più un biennio di integrazione superiore, con latino ma senza greco, orientato alla cultura scientifica moderna.

Poi, con dignità propria e finalità propria, l’Istituto Magistrale, l’Istituto Tecnico con le sue sezioni – commerciale e ragionieri, agrimensura, geometri – e l’Istituto Professionale e la Scuola di avviamento al lavoro. Ognuno con un destino preciso. Ognuno nobile nella sua distinzione. Gentile non disprezzava il fare. Lo ordinava secondo giustizia. Distingueva tra paideia e techne, tra humanitas e ars. Ma non chiamava Liceo il fare. Perché il nome custodisce il destino e custodisce una storia di duemilaquattrocento anni.

C’è un errore storico e lessicale da tenere presente. Oggi, con la riforma della filiera tecnologico-professionale del 2023-2024 e con l’istituzione del Liceo del Made in Italy che sostituisce l’indirizzo del sistema economico, si compie un falso storico e lessicale. Si chiama Liceo ciò che nasce con finalità opposta al Lykeion.

Il Liceo per definizione aristotelica e gentiliana è disinteressato. Non ha sbocco professionale immediato. Ha come sbocco l’Università, cioè la totalità del sapere, universitas studiorum. La sua finalità è la formazione dell’uomo come essere che interroga l’eterno. Otium latino, tempo libero per lo studio, non ozio.

L’Istituto tecnico e professionale per definizione è interessato. Ha come sbocco il lavoro, l’impresa, la produzione, l’artigianato evoluto. La sua finalità è la formazione del saper fare. Techne greca. Negotium latino, negazione dell’otium, tempo dell’opera. Ed è nobilissimo proprio per questo. Per la sua finalità pratica, concreta, indispensabile. Omologarli è negare duemilaquattrocento anni di storia e cento anni di pedagogia italiana. È dire che il Lykeion di Aristotele è uguale alla bottega dell’artigiano. Ma la bottega è nobile, e il Lykeion è nobile, proprio perché non sono la stessa cosa.

L’uguaglianza livellatrice uccide entrambe le nobiltà. Chiama Liceo un percorso quadriennale professionalizzante e in un colpo solo svilisce il Liceo e inganna lo studente professionale, che non avrà più la dignità del suo titolo originario ma l’imitazione nominale di un altro. Non avrà più il suo nome. Avrà il nome di un altro. Perderà identità. È stata smantellata una visione della cultura nei suoi principi fondamentali. Questa è la questione. Non è un problema di sigle ministeriali. È un problema di anima. Di anima della scuola.

Il Liceo è lentezza. È studio disinteressato. È il greco che non serve a nulla e proprio per questo serve a tutto, come scriveva Simone Weil ne La source grecque. È lo studio che non produce competenze spendibili domani mattina ma produce coscienza storica per i prossimi trent’anni. L’Istituto professionale è velocità, è competenza, è giustamente finalizzato, è laboratorio, è officina di intelligenza pratica. Confondere le due velocità significa non capire più cosa sia il tempo della formazione.

E allora? Chiamare tutto Liceo è il modo più rapido per non avere più nessun Liceo. È proprio così. In un solo colpo si smantella una tradizione che da Aristotele a Gentile ha tenuto unita l’Italia colta, l’Italia della lingua, l’Italia che si abitava nei libri. Ovvero l’Italia identitaria nella sua distinzione tra essere e fare, tra contemplazione e produzione, tra otium e negotium, che era il cuore della cultura classica e della Riforma del 1923.

Senza distinzione non c’è più identità. E senza identità non c’è più scuola. Quindi non c’è più Tradizione. È inutile insistere su un’idea di tradizione culturale conservatrice se viene lacerata la tradizione vera. La visione conservatrice diventa uno slogan inutile e banale. Si faccia una riflessione matura e profonda. E ora non mi resta che finire. Per modo di dire. Riapro il Manifesto dei conservatori del 1972 di Prezzolini. Il centro più diretto ruota intorno al quarto punto del quinto capitolo: «Il conservatore non è contrario alle novità perché nuove; ma non scambia l’ignoranza degli innovatori per novità».

Punto.

*Presidente del Centro Studi e Ricerche Francesco Grisi 

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