Religión

Francesco e Celestino. Dal deserto dell’Oriente alla montagna con il silenzio della perdonanza 

A admin
2 de octubre, 2026

Pierfranco Bruni 

Appoggiato sul marmo della finestra sul giardino della palma ascolto il vento leggero. Osservo e rifletto sulla santità.  Non so se il mio lavoro su San Francesco d’Assisi sia terminato. Forse come testo credo di sì. Ma resta ben altro. Dopo gli studi e le chiose sul Santo d’Assisi mi gira nel vento dei pensieri una figura sulla quale più volte ho tentato di approfondire. Celestino V. Lo confesso. In me si lega a San Francesco come un nodo che non si scioglie. L’esigenza di entrambi sono echi che si imprimono in me da anni, da quando da ragazzo a San Giovanni in Fiore sentivo parlare dei monaci celestini. San Francesco d’Assisi e Celestino V sono gli oranti della Perdonanza. Due figure che segnano una spiritualità il cui centro è la misericordia come dialogo costante con Dio, come voce che si fa coscienza in preghiera, come liturgia del cuore che non cerca potere ma spogliazione.

Tre concetti fondamentali attraversano il loro viaggio interiore. Umiltà, perdono, povertà. Concetti che non sono astrazione teologica ma carne viva di un cammino che si fa storia, che si fa polvere di strada. La penitenza come riferimento essenziale. In Francesco il frate della penitenza e della ilarità precaria, perché la gioia francescana è sempre una gioia ferita, attraversata dalla Croce, mai mondana, sempre legata alla nudità dell’essere. In Celestino V il silenzio della preghiera della montagna, l’eremita Pietro da Morrone nato a Isernia tra il 1209 e il 1215 e morto a Fumone il 19 maggio 1296, che diventa Papa a ottantacinque anni e che compie il gesto del Gran Rifiuto. Due esperienze diverse ma con una stessa radice che è la libertà evangelica.

Cosa lasciano. Lasciano i luoghi e il cammino come attesa di Dio. Francesco lascia la Porziuncola, il luogo della nudità e della morte avvenuta la sera del 3 ottobre 1226, luogo che egli amò come madre. Lascia la Verna con il mistero delle stimmate impresse il 14 settembre 1224. Lascia Damietta dove nell’autunno del 1219 durante la Quinta Crociata incontra il Sultano al Malik al Kamil per parlare di pace quando le Crociate imperversavano con la logica della spada. È il primo dialogo interreligioso della modernità. Un dialogo che nasce dalla povertà e non dalla forza. Celestino lascia la Maiella e il Morrone, le grotte dell’eremitismo aspra. Lascia L’Aquila e la basilica di Collemaggio dove il 29 agosto 1294, appena eletto il 5 luglio 1294 a Perugia dopo due anni e tre mesi di sede vacante, concede la Perdonanza. La quale è la prima indulgenza plenaria della storia con la Bolla Inter sanctorum solemnia del 29 settembre 1294. Ovvero un giubileo di misericordia che anticipa di sei anni quello di Bonifacio VIII del 1300. Lì, sulla porta santa, fa incidere una parola che è ancora oggi profezia. Eccola: una porta di perdono aperta a chi entra pentito.

Una risposta caritatevole a Dante è stata data da Benedetto XVI nella visita pastorale a Sulmona il 4 luglio 2010 in occasione dell’Anno Giubilare Celestiniano per gli ottocento anni dalla nascita di Pietro da Morrone. In Piazza Garibaldi durante la Santa Messa disse: «San Pietro Celestino, pur conducendo vita eremitica, non era chiuso in se stesso, ma era preso dalla passione di portare la buona novella del Vangelo ai fratelli. E il segreto della sua fecondità pastorale stava proprio nel rimanere con il Signore, nella preghiera» (dalla Omelia di Benedetto XVI, Sulmona, 4 luglio 2010).

Singolare. La misericordia è la voce della coscienza in preghiera. È questo il loro lascito più profondo. Tommaso da Celano nella Vita prima, composta tra il 1228 e il 1229, racconta che al transito di Francesco vide «come una moltitudine di stelle e una nuvola d’argento che saliva verso il cielo». È l’immagine della morte come rivelazione, non come fine, ma come ingresso nella luce. Francesco dirà con una parola che è sintesi di vita spirituale e che la tradizione gli attribuisce: «Comincia col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. All’improvviso ti sorprenderai a fare l’impossibile».

Celestino V con la formula del suo abbandono dirà: «Iddio, io, Papa Celestino V, mosso da legittime ragioni, per umiltà e debolezza del mio corpo e la malignità della plebe, al fine di ricuperare la consolazione del cuore e la purezza della mia coscienza, liberamente e spontaneamente mi dimetto dal Pontificato». Era il 13 dicembre 1294 a Napoli, in Castel Nuovo, davanti ai cardinali stupiti, atto recepito poi nella costituzione di Bonifacio VIII. Mai un Papa aveva rinunciato così in forma giuridicamente valida.

Dante incontra Celestino e lo giudica con severità. Scrive nel terzo canto dell’Inferno ai versi 59 e 60, opera composta tra il 1304 e il 1321: «Vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto». Dante ha una visione teologica e politica. Legge il rifiuto come rottura dell’ordine medievale, come viltà che apre la strada a Bonifacio VIII. Ma non si trattò di viltà. Avvenne per misericordia. Celestino non fugge, sceglie la libertà dello spirito contro la curia, sceglie il silenzio della montagna contro il palazzo. Come scriverà Francesco Petrarca nel De vita solitaria, composto tra il 1346 e il 1356, fu «uomo di grande santità».

Una lettura che ritroviamo secoli dopo in Ignazio Silone, che ne «L’avventura di un povero cristiano» pubblicato da Mondadori nel 1968 restituisce Celestino al mistero, alla coscienza inquieta, alla preghiera che non smette di essere presenza del volto di Cristo. Silone scrive: «La Chiesa è più vasta di una curia». Se Dante è teologico, Silone è esistenziale e misterioso. Entrambi però pongono al centro la preghiera come luogo di verità.

Benedetto XVI torna su questo nucleo il 4 luglio 2010 a Sulmona nell’incontro con i giovani in Cattedrale. Disse: «San Pietro Celestino fu anzitutto questo: un uomo di ascolto, di silenzio interiore, un uomo di preghiera, un uomo di Dio» (da Discorso ai giovani, Cattedrale di Sulmona, 4 luglio 2010). E ancora nella stessa omelia di Piazza Garibaldi il 4 luglio 2010 concluse: «Queste furono anche le caratteristiche del breve e sofferto pontificato di Celestino V e queste sono le caratteristiche dell’attività missionaria della Chiesa in ogni epoca».

Papa Francesco ha restituito a Celestino la sua luce autentica quando, recandosi a L’Aquila il 28 agosto 2022 per la Perdonanza, in occasione dell’apertura della Porta Santa, ha detto: «Fu un testimone coraggioso del Vangelo, che non ha agito per viltà, ma per un amore più grande: la libertà dello spirito». Fonte: Omelia di Papa Francesco, Collemaggio, 28 agosto 2022.

Credo comunque che non si tratti soltanto di testimoni del coraggio. Furono protagonisti di un’epoca attraversata dal conflitto, dalle Crociate, dalle lacerazioni della Chiesa tra spirituali e conventuali. Francesco a Damietta porta la pace disarmata e dice: «Il Signore ti dia pace». Celestino dice con il Salmo 150: «Ogni spirito lodi il Signore». Sono due Santi che ebbero la purezza e la chiarezza della fede nel segno mistico.

Ma è ancora Benedetto XVI che andò nel profondo di Celestino V nella sua visita storica a L’Aquila il 28 aprile 2009, ventidue giorni dopo il sisma del 6 aprile 2009. Entrando nella basilica di Collemaggio semidistrutta, depose il suo pallio pontificio sulla teca di Celestino. E poi il 4 luglio 2010 a Sulmona aggiunse: «San Pietro Celestino, pur avendo vissuto una vita eremitica, non era chiuso in se stesso, ma era animato dallo zelo di portare la buona novella del Vangelo. La ricerca di Dio è il motore della vera storia. Il breve e sofferto pontificato di Celestino V mostra proprio che le sue caratteristiche erano guidate dall’obbedienza alla coscienza e non dalla ricerca del potere». Fonte: Omelia Sulmona 4 luglio 2010.

I luoghi restano. Assisi e L’Aquila, la Porziuncola e Collemaggio, la Verna e il Morrone. Sono luoghi che sono cammino, attesa di Dio, liturgia della misericordia.

Benedetto XVI insiste sul Celestino tanto da sottolineare sempre a Sulmona il 4 luglio 2010: «Celestino V ha saputo agire secondo coscienza in totale libertà rispetto alle logiche umane, per servire Dio in umiltà al vertice della Chiesa. La sua santità non risiede nel potere, ma nel saper tornare all’essenziale» (dalla Omelia Sulmona 4 luglio 2010). Da comparare a ciò che disse su San Francesco d’Assisi nell’udienza generale del 27 gennaio 2010: «Francesco fu un vero specchio di Gesù. La sua scelta radicale di Cristo gli fornì la chiave per comprendere la pace, la natura e il dialogo. Sui tratti del Poverello d’Assisi, l’amore per il Crocifisso si impresse in modo visibile attraverso il dono delle stimmate, rendendolo pienamente assimilato a Cristo sofferente e risorto» (dalla Udienza generale, 27 gennaio 2010).

In contesti diversi ma similari Francesco e Celestino sembrano darsi la mano. Certo. Sono un cammino. Come dicevo. Esigente. Francesco porta l’Occidente in Oriente. Celestino recupera il silenzio dalle montagne. Cristo e la Croce sono salvezza. Da questa mia stanza nella casa di San Lorenzo osservo un quadro che riproduce il volto di San Francesco.  Accanto un’immagine di Celestino V.  Accanto sul tavolino da lavoro ci sono i Fioretti e il libro di Ignazio Silone su Celestino. Resto in buona compagnia. Il mistero è immenso.

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