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IL SEPOLCRO E IL GIGLIO. LA MEMORIA E LA PASSIONE. FOSCOLO E KIERKEGAARD

A admin
5 de octubre, 2026

di Pierfranco Bruni

Oltre la storia c’è il tempo.

Leggere Foscolo e Kierkegaard intrecciandoli sul versante filosofico significa tra l’altro non definirli soltanto ma viverli. Perché Foscolo e Kierkegaard portano l’inquietudine dentro l’anima come una ferita che non si rimargina e che non vuole rimarginarsi. Sono antisistematici per vocazione e per destino. Non credono al sistema perché il sistema tradisce la vita. Non credono alla storia come salvezza perché la storia è rovina e illusione. Sono lontanissimi dalla dialettica della tesi e della antitesi. Non c’è sintesi che tenga quando l’uomo è solo davanti al suo abisso. In loro c’è il tragico come superamento del dolore. Non rimozione, ma attraversamento. Il dolore non si nega, si abita. E nell’abitare il dolore si apre la verità dell’esistenza. La verità è nell’esistenza della rivolta spirituale.

La scelta in Kierkegaard e il salto in Foscolo sono i due cardini di un incontro tra poesia e filosofia, tra esistenza e ricerca del tempo come attesa. In Foscolo l’attesa è quella delle Grazie che velano e rivelano. In Kierkegaard l’attesa è quella dell’istante che decide l’eterno. In entrambi c’è la vita prima di ogni riferimento fenomenico. Anzi non c’è fenomenologia. C’è l’esistenza. Nuda, spoglia, inquieta. C’è l’uomo che non si lascia ridurre a categoria. Il vero fatto è proprio qui.

Kierkegaard non crede assolutamente alla Ragione come tribunale ultimo. Crede al singolo. Al Singolo davanti a Dio, al singolo nella sua solitudine che è condizione ontologica e non sentimento passeggero. L’uomo nel suo essere e nella sua solitudine. L’uomo che non si dissolve nel genere, nel popolo, nello spirito del tempo. Foscolo si libera completamente della storia perché la storia è distruttrice di tutto. Non crede al progresso. La storia non avanza, accumula macerie. Non redime, consuma. Se in Foscolo la storia restituisce fallimenti e macerie, in Kierkegaard occorre ripensare l’estetica superando l’etica per giungere a un atto creativo che si apre al religioso. È il cammino degli stadi. Ma non è detto che Foscolo non faccia un cammino parallelo. Con Le Grazie egli si focalizza come riferimento tra metafisica e ontologia. Le Grazie non sono ornamento, sono mediazione tra il visibile e l’invisibile, tra la forma che muore e la forma che resta. Tra la vita e la morte c’è sempre lo sguardo di essere e restare passione.

Estetica e inquietudine sono le passioni dell’esistenza e di un esistere indelebile. Un’estetica inquietante, non decorativa. Un’estetica che non consola, ma svela. Foscolo la chiama illusione eppure sa che senza illusione non c’è vita. Kierkegaard la chiama seduzione eppure sa che senza seduzione l’uomo non si muove verso l’infinito. In entrambi l’estetica è soglia. E la soglia è inquietudine. È quel davanzale in cui il tempo si fa tragico destino.

La filosofia del sepolcro in Foscolo non è assolutamente il nulla. È l’eterno perché è la memoria che si fa vita. Ovvero il ricordare è esistenza. Il sepolcro non chiude, custodisce. Custodisce ciò che è stato e lo rende presente. Anche qui non c’è ragione. C’è un legame misterioso tra pietra e anima. Le tombe non sono fine, sono linguaggio. Parlano. Dicono che l’uomo non è passato invano. Il sepolcro è un atto di resistenza contro la storia che cancella. È un dire che la morte non ha l’ultima parola se c’è chi ricorda. Il legame tra la vita e la morte è un infinito che non smette di essere tale nel ricordo che è anima. Un infinito che non si misura, si vive. Sempre oltre la storia.

In Kierkegaard l’angoscia e il senso del religioso hanno voci mistiche come nel giglio del campo e nell’uccello del cielo. Lì la parola diventa preghiera. La colomba non è simbolo, è presenza. Il giglio non è metafora, è testimonianza. Morte ed eterno sono intreccio e dono. Non contrapposizione. Intreccio. La morte non è nemica dell’eterno, ne è la soglia. E il dono è che l’uomo può vivere l’eterno già ora, nel tempo, se ha il coraggio della fede. Infatti la fede è sempre coraggio. Viverlo è esserci. Così nel mio cammino lungo le sponde del tempo.

La verità è nel religioso, ovvero il singolo davanti all’infinito. Non la folla, non il sistema, non il secolo. Il singolo. Solo. Con il suo tremore. Se Foscolo cerca l’uomo alla fine del suo cammino, Kierkegaard cerca Dio. Ma cercar l’uomo fino in fondo è già cercar Dio. E cercar Dio senza passare per l’uomo è astrazione. Ci sono visioni che si raccontano ponendo al centro appunto l’uomo e Dio. Non l’uomo senza Dio, non Dio senza l’uomo. Ma entrambi negano la storia come salvatrice e la ragione come misura destabilizzante che pretende di spiegare tutto e finisce per non capire nulla. Capire o essere nulla. Il grande enigma della vita.

Il destino e la passione comunque sono il disegno di una filosofia del tragico. Esistenza religiosa tragica. Esistenza inquietante tragica. Il tragico non è pessimismo. È consapevolezza che vivere è stare sull’orlo. Sull’orlo tra tempo ed eterno, tra carne e spirito, tra parola e silenzio. Foscolo lo vive come nostalgia di bellezza che non muore. Kierkegaard lo vive come paradosso di una fede che non si dimostra. In entrambi c’è una lacerazione che non si ricuce con la logica. Si ricuce solo con la vita che si fa testimonianza. Essere testimoni è essere testamento.

Ecco perché Foscolo e Kierkegaard non invecchiano. Perché parlano all’uomo che resta solo quando tutte le ideologie sono cadute. Quando la storia ha mostrato le sue rovine e la ragione ha mostrato il suo limite. Allora rimane l’uomo. Rimane il singolo con la sua scelta, con il suo salto, con il suo sepolcro da custodire, con il suo Dio da invocare. Rimane l’inquietudine come forma più alta di conoscenza. Non tranquillità, non sicurezza. Inquietudine. Quella che non ti fa addormentare e per questo ti tiene vivo. Restare vivo è mordere il proprio esistere quotidianamente.

Voglio aggiungere. In Foscolo c’è una frase che è già Kierkegaard: «Morte, che se’ tu». Non è domanda retorica, è invocazione. Come in Kierkegaard l’angoscia domanda: che cos’è l’uomo quando ha paura di se stesso. Foscolo risponde con le illusioni, Kierkegaard con la fede. Ma illusione e fede in loro non sono opposte. Sono due nomi della stessa necessità di vivere oltre il visibile. Foscolo scrive «Le illusioni sono le nostre vite». Kierkegaard scrive «La fede è la più alta passione dell’uomo». Due modi per dire che senza un oltre non c’è esistenza. Infatti ho sempre vissuto ciò.

E ancora. Il sepolcro foscoliano e il giglio kierkegaardiano dicono la stessa cosa con linguaggi diversi. Il sepolcro dice: ricordami e vivrò. Il giglio dice: non affannarti e sarai nell’eterno. Entrambi rifiutano l’attivismo storico. Entrambi cercano una quiete che non è pace borghese, ma eternità che entra nel tempo. Foscolo la chiama «eternità di affetto». Kierkegaard la chiama «eternità dell’istante». In entrambi l’eterno non è dopo la morte, è modo di vivere la vita. Prima è l’eterno. Poi è l’infinito.

Per questo la loro filosofia è del tragico. Perché sanno che l’uomo non si salva con la storia e non si salva con la ragione. Si salva se ha il coraggio di custodire una tomba e di guardare un giglio. Due gesti inutili per il mondo. Due gesti essenziali per l’anima. Foscolo e Kierkegaard sono l’anima mancante alla materia. Ma se la materia avesse l’anima non sarebbe tale. Sono malinconico silenzio o angoscia sublime. Parole e linguaggi. L’esistenza è il cuore del mondo del tragico.

Ho sempre pensato che la materia senza anima è rumore. Foscolo lo sapeva quando scriveva le Grazie come ultimo incanto. Kierkegaard lo sapeva quando scriveva il giglio come ultima preghiera. L’anima mancante è proprio questo: il mondo che ha perso il sacro e crede di salvarsi con la tecnica, con la storia, con la ragione calcolante. Ma il sacro non si calcola. Si attende. Si custodisce. Si ama. Io ho vissuto tutta la vita su questo crinale. Tra il sepolcro che mi chiama alla memoria e il giglio che mi chiama all’eterno. Tra la passione che mi consuma e la fede che mi tiene. Essere sul crinale è il mio destino. Non è equilibrio, è fedeltà. Fedeltà a una visione che non mi ha mai tradito. La visione che l’uomo è più grande della storia che lo vuole piccolo, più grande della ragione che lo vuole misurabile. L’uomo è grande quando è solo e lo sa. Quando custodisce una tomba e guarda un giglio e capisce che lì è tutto. Lì è l’infinito che si fa carne quotidiana. Si fa carne e anima. Si fa tempo e vita. Esistere è esistenza.

PS

Binni ha letto Foscolo come passaggio dal neoclassicismo al romanticismo. È storia letteraria. Io leggo Foscolo come filosofia dell’esistenza prima dell’esistenza. Praz legge Foscolo nella carne e nel sangue, e legge Kierkegaard come esteta della seduzione. È estetica della morbosità. Io leggo entrambi come estetica dell’inquietudine, non del piacere. Fabro legge Kierkegaard come anti Hegel. È filosofia teoretica. Io leggo Kierkegaard come gemello di Foscolo. Non anti Hegel soltanto, ma anti storia. Questa però è la questione di fondo. Sia per ciò che riguarda Foscolo sia per ciò che riguarda Kierkegaard.

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