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TRADIZIONALISMO O CONSERVATORISMO. LA RADICE E IL RAMO

A admin
8 de octubre, 2026

di Pierfranco Bruni

Fu Foscolo a legare la radice e il ramo. Metafora che chioso subito. 

Nonostante le contraddizioni e le confusioni della nostra temperie ho il dovere di proporre alcune considerazioni. Dunque. Credo sia necessario individuare alcuni punti di riferimento per chiarire la vera diversità tra Tradizionalismo e Conservatorismo. Più volte, negli anni Ottanta/Novanta del 1900, ne ho parlato con Francesco Grisi. In numerosi convegni. In incontri privati. Sono convinto che in epoche di macerie abbiamo bisogno di distinzioni precise. Di scelte precise. Senza confondere. Perché confondere il tradizionalismo con il conservatorismo è l’errore più comune della cultura politica contemporanea. Ed è un errore che non è solo lessicale. È metafisico. Chi confonde la radice con il ramo non ha compreso né la radice né il ramo. Foscolo dunque lega. Anzi stringe. Così nel mio viaggio.

Ho sempre pensato, leggendo Vico, che la storia non proceda per linee rette ma per corsi e ricorsi, e che ogni parola, quando viene usata fuori dal suo campo etimologico, diventi ideologia. Così è accaduto per due parole che sembrano sorelle e sono invece due destini diversi: Tradizione e Conservazione. Il Conservatorismo ha dentro di sé l’etica della custodia. Nasce come pensiero politico moderno. Ha una data precisa: 1790. L’anno in cui Edmund Burke pubblica le Riflessioni sulla Rivoluzione francese. Qui c’è il Foscolo anti storico.

Burke non è un reazionario. È un Whig. Un liberale che ha paura che la ragione, quando diventa astratta, tagli la testa non solo al re ma all’uomo stesso. Il suo conservatorismo è una filosofia del limite, della prudenza, del pregiudizio inteso come giudizio che viene prima della ragione, perché sedimentato nei secoli. Per Burke conservare non significa non cambiare. Significa cambiare come cambia un albero, mantenendo lo stesso tronco.

Una linea attraversa l’Europa. In Francia è Joseph de Maistre e Louis de Bonald. Ma De Maistre è già un ponte verso l’altrove. Chateaubriand con il suo Génie du christianisme del 1802 rende il conservatorismo estetico: la bellezza della cattedrale contro la freddezza del club giacobino. In Spagna è Juan Donoso Cortés, che vede nella dittatura l’unico argine al caos. In Germania è la scuola storica del diritto, è Möser, è più tardi Jacob Burckhardt. In Inghilterra, dopo Burke, è Coleridge, è Disraeli con il suo conservatorismo sociale, è nel Novecento Michael Oakeshott, che nel Razionalismo in politica dirà che il conservatore preferisce il familiare all’ignoto, il finito al perfetto. In America è Russell Kirk con The Conservative Mind del 1953, è Richard Weaver, è più tardi Roger Scruton, l’ultimo grande conservatore che ha saputo parlare di oikofilia, di amore per la casa.

L’Italia si presenta con una sua complessità. Il conservatorismo non ha mai avuto un partito, ma ha avuto una letteratura. È Vincenzo Cuoco che dopo il 1799 scrive il Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli e capisce che le rivoluzioni falliscono quando non hanno popolo. È Leopardi, conservatore perché classico. È Manzoni. Qui si impone Ugo Foscolo, che è il vero spartiacque tra le due visioni e che mi serve per il mio libro. Foscolo è conservatore perché inventa la religione delle tombe. Nei Sepolcri del 1807 scrive che le urne dei forti ispirano forti sensi all’animo e che solo le tombe conservano la civiltà quando crollano le leggi. Questa è custodia burkiana pura. Ma è già tradizionalista perché sa che le tombe non bastano se non si crede alle illusioni. Le illusioni foscoliane non sono inganni. Sono mito. Sono anamnesis. Quando nel sonetto dice Non son chi fui, perì di noi gran parte, sta dicendo che l’io moderno è frammento di una Origine perduta. Quando nell’Ortis grida il sacrificio della patria nostra è consumato sta dicendo che la politica ha tradito la Tradizione. Foscolo è l’uomo che conserva le rovine perché ricorda gli dèi. È nel Novecento Giuseppe Prezzolini, è Leo Longanesi che dice conservare significa non distruggere ciò che funziona, è Indro Montanelli, è Augusto Del Noce che intuisce che il vero nemico del conservatore non è il progressista, ma il borghese nichilista.

Il conservatore, dunque, è colui che custodisce le istituzioni, la famiglia, la Chiesa, la Nazione, il paesaggio. Ma le custodisce nel tempo storico. Il suo campo è la politica, l’etica, l’estetica. Non interroga l’eternità. Interroga la durata. Il Tradizionalismo è altra cosa. Per me è la metafisica individuale dell’Origine. Non è una dottrina politica. È una dottrina metafisica e iniziatica. Non nasce nel 1790. Nasce prima della storia.

Se dovessi dargli un fondatore moderno, direi René Guénon con Orient et Occident del 1924 e La crise du monde moderne del 1927. Ma Guénon non inventa nulla. Ritrova. Per Guénon, per Ananda Coomaraswamy, per Frithjof Schuon, per Mircea Eliade, per Julius Evola nella sua fase migliore, per Guido De Giorgio, per Elémire Zolla nel suo ultimo tratto, Tradizione non è ciò che si è tramandato. È ciò che è sempre stato. È Philosophia Perennis. È verità di ordine non umano che si manifesta in forme diverse: nel Veda, nel Tao, nell’Islam esoterico, nel Cristianesimo delle origini, nell’Ermes.

Il tradizionalista non conserva. Ricorda. E ricordare, in greco, è anamnesis. Platone lo sapeva. Foscolo lo aveva intuito prima di Guénon quando nei Sepolcri fa dire alla terra che dal nulla tornerà al nulla ma che le illusioni, e solo le illusioni, vincono il nulla. Le illusioni foscoliane sono le forme della Tradizione primordiale. La patria, l’amore, la poesia, il sepolcro. Quattro dèi in esilio. Mentre il conservatore dice difendiamo la civiltà cristiana occidentale, il tradizionalista dice la civiltà cristiana occidentale è l’ultima forma decaduta di una Tradizione primordiale che viene da più lontano. E che va ritrovata oltre il Cristianesimo sociologico, oltre l’Occidente stesso. Dunque.  Foscolo ricorda. 

Per questo Evola può scrivere Rivolta contro il mondo moderno del 1934: non è un libro conservatore. È un libro che considera conservatorismo, liberalismo e socialismo tre volti dello stesso mondo moderno, del Kali Yuga. Tre materialismi. Per questo Eliade, studiando gli sciamani e i miti, non sta facendo folklore. Sta cercando l’archetipo. Lo ierofante. Per questo Foscolo, esule a Londra, non è un liberale inglese. È un tradizionalista mediterraneo che ha perso la polis. Scrive in una lingua che non è la sua, come Guénon scriverà in francese pur pensando in arabo metafisico.

La differenza è abissale. Il conservatore crede nella Storia. Il tradizionalista crede nel Mito. Il conservatore crede nel progresso limitato. Il tradizionalista crede nella decadenza ciclica, nella dottrina vichiana dei corsi, ma in chiave metafisica: dall’Età dell’Oro all’Età del Ferro. Cesare Pavese, a me caro, è un tradizionalista in questo senso. E Foscolo è il suo antenato diretto. Quando Pavese cerca i miti agrari, sta continuando le Grazie incompiute.

Il conservatore difende la religione come istituzione. Il tradizionalista cerca l’esoterismo della religione, la sua dottrina segreta. La mia posizione è cristocentrica. Il conservatore ama la forma. Il tradizionalista cerca ciò che fonda la forma. Il conservatore dice fermiamo la rivoluzione. Il tradizionalista dice la rivoluzione è già avvenuta da duemila anni, con la modernità stessa. Foscolo sta in mezzo e soffre. Dice fermiamo la profanazione delle tombe come un conservatore, ma dice che le tombe sono vuote se non c’è il canto del mito come un tradizionalista. La sua ultima parola non è Ortis che si uccide. È Didimo Chierico che sorride.

Vico ci aiuta qui. Il conservatore vive nel tempo degli uomini e cerca di non farlo cadere nel tempo dei mostri. Il tradizionalista vive nel tempo degli dèi e giudica gli uomini da lì. Fino alla Seconda Guerra Mondiale, tradizionalismo e conservatorismo potevano ancora marciare insieme, perché avevano lo stesso nemico: la modernità radicale, il comunismo, il nichilismo. Oggi la divaricazione è totale.

Il conservatorismo, in Europa e in America, è diventato per lo più conservatorismo liberale. Difende il mercato, la libertà individuale, l’Occidente come modello economico e tecnologico. Pensa a Margaret Thatcher che diceva di essere conservatrice ma ha privatizzato tutto. Pensa ai neocon americani. È un conservatorismo che ha accettato i valori della Rivoluzione che diceva di combattere, purché non fossero troppo veloci. È ciò che Del Noce chiamava conservatorismo senza Tradizione.

Il tradizionalismo oggi. Ha preso due strade estranee al conservatore. La prima è la via estetizzante e libraria: un tradizionalismo da biblioteca, fatto di simboli, di rune, di citazioni di Guénon senza ascesi. Un gioco per intellettuali disincantati. La seconda è la via della radicalizzazione politica che tradisce se stessa: gruppi che usano Evola o Guénon come se fossero ideologi. Evola e Guénon disprezzavano l’ideologia.

Il vero tradizionalista è solo. Vale il Pensiero. Come un monaco. Non ha partito. Non vota per conservare. Vota, se vota, per non essere confuso. Sa che la politica non può salvare la Tradizione, perché la politica è figlia della modernità. Il conservatore che oggi volesse ritrovare un’anima dovrebbe tornare a essere un po’ tradizionalista: ricordare che ciò che conserva non è suo, gli è stato affidato. E il tradizionalista che oggi non volesse perdersi nel simbolo dovrebbe tornare a essere un po’ conservatore: accettare che l’eterno ha bisogno di una forma storica, di una casa, di un paesaggio, di una lingua. Senza casa, la Tradizione è gnosi. Senza Tradizione, la casa è nomadismo.

Questa è la differenza di fondo. Una differenza politica nel senso etimologico, ma filosofica nella visione. Resta la mia posizione di tradizionalista. Un viaggio che è Tradizione in un passaggio metafisico dal mito al sacro. Non perdendo nulla. Ma innovando tutto con fedeltà di radici, di origine, di appartenenza. Una metafisica dell’anima. L’ideologia non ha anima. È senza anima. La Tradizione è riproporre l’anima della Civiltà. Mai persa. Sempre sul davanzale. Sulla soglia. Occorre il Salto. Una visione che mi riporta al mio Kierkegaard. E al mio Foscolo. Perché alla fine, come Foscolo davanti ai Sepolcri, noi non conserviamo pietre. Ricordiamo anime. Ricordare. Dare senso alla Memoria. Qui appunto c’è la voce e il destino del mio Ugo. 

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