Machiavelli e l’utopia. Hegel allievo tardivo di Nicolò
di Pierfranco Bruni
Ci sono comparazioni mai risolte completamente. Ma che insistono. Nei miei studi filosofici ho vissuto la provvisoria dimensione dell’idea politica in Machiavelli. Una politica che non supera la soglia della filosofia. Possibile ciò? Un esempio piuttosto letterario all’inizio. Machiavelli e la visione di Dante della politica. Bisogna partire da qui. Da un confronto che non è mai stato davvero fatto. Dante pensa la politica come ordine. Ordine cosmico, morale, teologico. La Monarchia è idea di giustizia universale. L’Impero è garante di pace perché orientato al bene. La politica in Dante è architettura. Ha un fondamento metafisico. Senza quel fondamento crolla. Anzi precipita.
Machiavelli rovescia tutto. Non perché è immorale. Perché è moderno. Per la prima volta guarda la politica non come deve essere ma come è. Non come ordine ma come fenomeno. Ed ecco la parola più idonea. Prima di Hegel, Machiavelli anticipa l’idea di fenomeno. Il potere è fenomenologia. Appare. Si mostra. Non è essenza. È manifestazione. È forza che si fa forma. Il Principe non è un trattato sul potere. È la descrizione di come il potere appare. Fenomenologia ideologica, appunto. Perché dietro l’apparire c’è sempre un’ideologia che lo giustifica. Il potere non è mai nudo. Si veste sempre di virtù, di religione, di popolo. Anticipa fortemente Hegel. Non ho dubbi. Ma non siamo a una fenomenologia. Siamo alla intuizione della «cosa».
Cosa può rappresentare questo in un contesto democratico? Tutto. La democrazia per Machiavelli esiste? No. Non esiste come parola. Non esiste come sistema. Ma esiste come problema. Machiavelli non conosce la democrazia rappresentativa. Conosce la repubblica. Conosce i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. E lì c’è già tutto il dramma democratico che diventa sistema. La repubblica per Machiavelli è tumulto. È conflitto tra grandi e popolo. I grandi vogliono comandare, il popolo non vuole essere oppresso. La libertà nasce da questo conflitto. Non dalla pace. Dal conflitto regolato. Questa è già democrazia, ma non come la intendiamo noi. È democrazia come disaccordo che non distrugge la città ma la tiene viva. Fino a quando?
Oggi ci hanno insegnato che la democrazia è consenso. Machiavelli ci dice l’opposto. La democrazia è conflitto che diventa legge. Senza conflitto c’è tirannia o c’è indifferenza, che è la stessa cosa. Una contraddizione che porta al dissenso del rischio. Aspetto che Hegel non comprese nonostante la Ragione storica illuminista.
La domanda che mi sorge spontanea è: cosa rappresenta Machiavelli oggi? Rappresenta lo scandalo. Perché ci dice che la politica non è morale. Non è etica. È tecnica del potere. E noi, che abbiamo voluto moralizzare tutto, non lo sopportiamo. Abbiamo trasformato la politica in predica. Machiavelli ci riporta a terra. Ci dice: guarda come stanno le cose. Il Principe deve imparare a non essere buono. Non perché deve essere cattivo. Ma perché la bontà senza forza è vittima. Con la bontà non si governa. Anzi. Non si fa governo. Un’altra domanda si pone. Quanto Hegel deve a Machiavelli? Moltissimo. Tutto. Hegel legge Machiavelli. Lo cita. Lo ama. Perché in Machiavelli trova il primo pensatore dello Stato moderno. Lo Stato non come patto, come in Hobbes o Rousseau, ma come spirito che si fa storia. Debitrice però di misfatti.
Machiavelli è il primo a pensare la cosa. E qui vengo a una ulteriore domanda: cosa è la cosa? La cosa in Machiavelli è la realtà effettuale. Non la verità immaginata. La cosa è il potere per come si dà. È la verità che sta sotto il velo dell’ideologia. Quando Machiavelli dice: andare drieto alla verità effettuale della cosa, sta dicendo: smetti di sognare, guarda cosa c’è. La cosa è il nucleo duro. Non è idea. È fatto. È rapporto di forze.
Infatti Hegel prenderà questa cosa e la chiamerà fenomeno e poi spirito oggettivo. La Fenomenologia dello Spirito deve molto alla verità effettuale della cosa. Senza Machiavelli, Hegel non avrebbe potuto pensare che la storia è il luogo dove la verità si manifesta come potere, come Stato, come istituzioni. Sorge spontaneo un ulteriore interrogativo. Per Machiavelli e per Hegel la democrazia e la libertà sono la stessa cosa? Direi di no. E qui sta l’inganno del nostro tempo. Per Machiavelli la libertà non è democrazia. La libertà è non essere dominati. È vivere in una repubblica dove le leggi frenano i grandi. La democrazia può esistere senza libertà, se diventa governo di una parte che opprime l’altra. E la libertà può esistere senza democrazia, in una repubblica aristocratica ma giusta.
Dunque per Hegel la libertà non è fare ciò che si vuole. È riconoscersi in una comunità razionale. La libertà è obbedire a una legge che è anche mia. La democrazia, se è solo conta dei voti, non è libertà. È arbitrio della maggioranza. Può diventare infedeltà. Infedele a se stessa. La libertà resta utopia e la democrazia è infedeltà. Perché la libertà è sempre oltre. È utopia nel senso alto: luogo che non c’è ma che ci chiama. La democrazia invece, quando tradisce la libertà, diventa infedele. Tradisce il patto. Diventa gestione, amministrazione, procedura. Perde l’anima. Proprio per questo Hegel sembra un allievo di Machiavelli.
Ma costruire il bene comune è soltanto utopia? Sì, se per bene comune intendi una cosa già pronta, un oggetto da costruire. No, se per bene comune intendi un cammino. Machiavelli non crede al bene comune come armonia. Ci crede come equilibrio instabile. Come esito di una lotta che non finisce mai. Appunto un fenomeno nella contraffazione che Hegel fece inserendo il termine «spirito», ovvero fenomenologia dello spirito.
E qui Machiavelli e Marx non sono il contrario distintivo. Bensì sono un incontro dialettico. Profondamente. Marx deve a Machiavelli più di quanto dica. Perché Machiavelli è il primo a pensare la politica come lotta tra classi, prima che si chiamassero classi. Grandi e popolo. Dominanti e dominati. Marx tradurrà: borghesia e proletariato. La differenza è che Machiavelli non vuole superare il conflitto. Vuole regolarlo. Vuole istituzioni che tengano insieme il conflitto senza farlo diventare guerra civile. Marx vuole superare il conflitto. Vuole una società senza classi. Machiavelli è realista. Marx è utopista. Ma entrambi sanno che la politica nasce dal conflitto, non dall’amore. Machiavelli è il pensatore della necessità. Marx è il pensatore della possibilità. Machiavelli dice: così stanno le cose. Marx dice: così potrebbero stare le cose se cambi i rapporti di produzione. Uno guarda la cosa. L’altro vuole trasformare la cosa. Allora la politica è un mezzo? E il pensiero è una via verso l’eredità delle eresie? La politica è sempre un mezzo. Non è mai un fine. Quando diventa fine, diventa idolatria. Diventa totalitarismo. Il Principe che fa della politica il fine, alla fine distrugge la politica stessa. La politica è mezzo per vivere liberi. Per abitare con e nelle differenze, come dicevo. E il pensiero è eresia. Sempre. Pensare veramente è eretico. Perché eresia vuol dire scelta. Scegliere. Chi pensa sceglie di non obbedire al pensiero dominante. Machiavelli fu eretico. Perché scelse di dire ciò che nessuno voleva sentire: che il potere non ha bisogno di essere buono per essere legittimo. Che la religione può essere usata come instrumentum regni.
L’eredità delle eresie è l’unica eredità viva del pensiero occidentale. Da Gioacchino da Fiore a Machiavelli, da Bruno a Spinoza, da Marx a Gramsci. Tutti eretici. Tutti cercatori di una verità effettuale della cosa. Machiavelli mi sembra un anti-utopista. E lo è, se per utopia intendiamo il sogno di Tommaso Moro. Un’isola che non c’è. Ma c’è un’altra utopia in Machiavelli. Un’utopia rovesciata. La sua utopia è la repubblica che dura. La Roma repubblicana che ha saputo vivere di conflitto per secoli. Quella è la sua utopia concreta. Non una città del sole. Una città che sa gestire la tempesta. Oggi, in un contesto democratico che non crede più a se stesso, Machiavelli ci serve per questo. Per toglierci il velo. Per dirci che la democrazia senza potere è retorica. Che la libertà senza istituzioni che la difendano è illusione. Che il bene comune non si costruisce con le buone intenzioni ma con leggi severe e con virtù civile. La democrazia per Machiavelli non esiste come parola. Esiste come compito. Come abitare il conflitto senza farsi divorare. E forse, alla fine, Machiavelli è più democratico dei democratici. Perché non ci inganna. Ma non ci dice neppure la verità. La quale verità in politica non esiste. Mi pare che in questo possa toccare tutte le temperie. Ma è certo che Machiavelli non è Hegel. È più di Hegel.
