Madre Maria e la favola della bambina con il velo d’oro
Pierfranco Bruni
Perché continuo a raccontare dopo aver detto molto o forse tutto. Dopo aver scritto libri… Ma non so fermare i pensieri e le parole. Allora. C’era una volta una bambina che cercò l’aquilone nel vento sul mare. E c’era una volta mia madre che guardava quel mare dalla sua Terranova.
Le due storie sono la stessa storia. O forse intreccio tutto senza averne consapevolezza?
Mare che luccica… Avrebbe detto una bambina dagli occhi dai colori della Calabria. Lo diceva anche mia madre, quando il ricordo le tornava come un odore di legno bagnato.
Il nonno era un marinaio di antico lignaggio. Gente che conosceva i nodi e i venti, non per poesia, ma perché ci viveva in mezzo. Le aveva detto: Se il vento è buono, l’aquilone sale anche senza che tu lo tiri.
Mia madre conosceva quel vento. Lo chiamava con un altro nome. Lo chiamava pazienza. Abitare con pazienza. È la stessa cosa.
In una casa con il pavimento di legno chiaro e una tovaglia piena di fiori, la bambina trovò un velo. Non era un velo vero. Era un pezzo di tulle, oro e nero, con un cerchietto dorato cucito male.
Lei se lo mise in testa. Senza specchio. Davanti alla cucina. Con la canottiera bianca e i pantaloncini con i fiorellini rossi. Le favole vere non hanno preparazione. Nascono. Diventano tali.
Appena lo mise, la casa cambiò. Non per magia. Per sguardo e per attesa.
È quello che faceva mia madre. Entrava in una stanza e la stanza diventava regno perché lei lo decideva. Senza dire sono una principessa. Senza dire sono una maga. I bambini veri e le madri vere non si danno titoli. Io la chiamavo curandera.
Ho fotografie ingiallite negli occhi e non solo tra le mani. Madre Maria quando il tempo le ha scavato l’incavo. Occhiali, orecchini a cerchio, volto che ha già visto tutto e non ha bisogno di aggiungere altro. È l’incavo che resta quando l’incanto è passato e la consapevolezza si fa accettazione.
Un altro dettaglio.
Madre Maria quando era bellezza che non chiedeva permesso. Collana pesante, sguardo austero, bella nella sua immobilità. Quella che ho visto immobile con zio Peppino e zia Pina accanto in preghiera quel pomeriggio dell’11 ottobre.
Poi un altro particolare ancora.
Madre Maria che ride. Finalmente ride. Con quella luce che non giudica. Che accoglie. La stessa luce che ho visto negli occhi di Micol e negli occhi di Rebecca, la mia Benatana. Il tempo riconcilia. Mi porta immaginari che restano.
Ho tre mosaici con me. Non tre frammenti. Tre mosaici interi. L’oro è il giorno. Il nero è la notte. La bambina li portava insieme, in testa, senza scegliere. Senza separare nulla. Così li portava mia madre. Giorno e notte insieme. Pompei e Assisi insieme. Virgilio Italo e Maria insieme. Il tragico nel cuore e la letizia nell’anima insieme. Senza scivolare nella disperazione.
Perché la metafisica vera, quella bellissima, è questa: prendere un pezzo di stoffa che non vale niente e farci un cielo. Prendere un pezzo di tempo che fa male e farci un mosaico che resta vita nella vita.
Intanto…
La bambina danzava nella stanza con il pavimento di legno. Un passo di qua, un passo di là. Non una danza studiata. La danza di chi cerca l’aquilone anche quando è in casa. Magia dei giorni.
Mia madre danzava così quando cantava la ninnananna. Quella che ora canto stonato alla Reb. E lei ride, come ridevo io. Quella casa somigliava alla casetta in Canada. Non per le pareti. Per l’odore del legno. Per il modo in cui la luce cadeva sul pavimento. Per il modo di essere stata la casa che mi raccontava mia madre. La nostra casa.
Poi la bambina tolse il velo. Lo mise sul tavolo. Tornò a essere una bambina in una casa di tutti i giorni. Ma il velo rimase lì, con ancora la forma della sua testa, calda. E la casa, per un po’, rimase regno. Così è rimasta la casa dopo Madre Maria. Con la forma della sua testa ancora calda. Con la pietra ai piedi della scala del nostro giardino a San Lorenzo che ancora la ricorda. Ricordare è ritrovarsi sempre.
E ora la favola si chiude e si apre.
Così.
C’era una volta una bambina con un velo d’oro e di notte che aspettava il vento buono per far volare l’aquilone. Il nonno marinaio dal mare le fece un cenno. Lei lo vide, anche se era in cucina. E il vento, quel giorno, era buono. La bimba dagli occhi grandi mi osserva. Mi leggi una favola? Tanto tempo fa la mamma di questa bimba mi chiedeva: Pa’ mi dici cos’è il tempo? Ora la bimba mi chiede di leggerle una favola e mi dice hai un profumo di nonno. E io rispondo con i tre ricordi di Madre Maria.
Comunque…
Il tempo non è quello che passa. È quello che resta. È il mosaico mai perso. È il nostro appuntamento. Madre Maria, nulla ho dimenticato e in tutto ci sei sempre. Tu sempre ci sei per una rosa in più colta nell’isola del nostro giardino di San Lorenzo.
