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EDIFICARE LA GIOIA. Leggere Pierfranco Bruni dentro Francesco d’Assisi

A admin
13 de octubre, 2026

di Marilena Cavallo

«Edificare la gioia. Francesco d’Assisi» di Pierfranco Bruni, Luigi Pellegrini Editore, pp. 271, Euro 20,00, con l’icona di copertina di suor Pierpaola Nistri e contributo di monsignor don Franco Semeraro e saggio introduttivo di Marilena Cavallo, è un caso singolare.

Non è una biografia, non è un saggio agiografico, non è una meditazione devota. È un cantiere. E la parola cantiere è la chiave che Bruni stesso ci consegna in una delle pagine finali, quando scrive: perché la gioia è un cantiere. E in quel cantiere lavorano sempre due santi, uno che porta le pietre, l’altro che dice dove metterle.

Ho avuto l’onore di scrivere il saggio introduttivo a questo lavoro e ritornarci oggi come recensore significa accettare di rientrare in quel cantiere, con le mani sporche di calce e gli occhi pieni di luce.

Il libro si apre con tre presenze che non sono personaggi ma soglie interpretative: la Perfetta letizia, Sorella Provvidenza, il Cantico della luce. Bruni non le tratta come capitoli, le tratta come voci. E questa è la prima originalità.

La Perfetta letizia, l’episodio raccontato a frate Leone sulla via da Perugia a Santa Maria degli Angeli, viene sottratta da Bruni alla lettura edificante tradizionale. Non è sopportazione, non è rassegnazione. È, scrivevo nel saggio introduttivo, una postura interiore. Bruni la legge come rovesciamento radicale della logica del successo. La gioia vera nasce quando si accetta di essere fraintesi, respinti, dimenticati, e tuttavia si continua ad amare. In un tempo che misura tutto con il metro della visibilità, Francesco risponde con il metro dell’invisibilità. La letizia non è emozione, è libertà di non dipendere dagli esiti. Bruni coglie qui, con finezza filosofica, l’eredità di Maria Zambrano e di Francesca Grisi: Francesco restituisce alla ragione la sua dimensione luminosa, la capacità di trasformare la vita in canto non euforico ma vero.

La seconda presenza è Sorella Provvidenza. È forse l’intuizione più poetica del libro. Bruni non la rende un concetto teologico, la rende una compagna silenziosa, un filo d’oro che attraversa la vita del Santo come pane condiviso, riparo improvviso, volto amico. La Provvidenza non promette, accompagna. Non impone, sostiene. È la risposta di Bruni al nichilismo dell’esposto. La vita è custodita anche quando sembra esposta al vento. In queste pagine si sente tutta la formazione mediterranea di Bruni, il suo legame con la filosofia del Novecento, da Kierkegaard che ricorda come la preghiera sia il respiro dell’umanità, fino a Zambrano dei Beati.

La terza presenza è la luce. Il Cantico non è più solo testo poetico, è modo di guardare il mondo. Bruni insiste, ed è una insistenza necessaria, sul fatto che ogni creatura porta in sé un riflesso del mistero. La bellezza non è ornamento, è rivelazione. Edificare la gioia significa allora edificare lo sguardo.

Dentro questa triade Bruni inserisce due figure narrative di straordinaria potenza, che ho voluto richiamare anche nel saggio introduttivo perché dicono il metodo del libro: il Cavaliere errante e il lupo.

Il Cavaliere errante incarna il desiderio umano di difendere il bene attraverso la forza. È convinto che il mondo si salvi brandendo una spada. Francesco gli si avvicina con passo leggero, senza giudizio. Non gli chiede di rinnegare il suo ardore, ma di orientarlo altrove. Gli propone una sfida più grande di qualsiasi battaglia, deporre la spada e intraprendere l’avventura dello spirito. È un invito che non umilia ma libera. In questo incontro immaginario Bruni mostra come la poesia possa diventare rivelazione, un modo per dire ciò che la prosa non riesce a contenere.

Il lupo di Gubbio, seconda figura, è letto non come paura da eliminare ma come linguaggio da ascoltare. Francesco non invita a uccidere il lupo né a scacciarlo. Propone qualcosa di più audace, andare a parlargli. Parlare al lupo significa riconoscere che anche ciò che spaventa ha una ferita, un bisogno. Il male non si vince con la violenza ma con un incontro che scioglie la paura. Qui è tutta la spiritualità francescana come fiducia che ogni creatura, anche la più inquietante, può essere raggiunta da una parola di pace.

Perché questo libro, che pure attraversa con competenza Tommaso da Celano, Bonaventura, Dante, Cavalcanti, la Provenza trobadorica, i Papi da Pio XI a Leone XIV, non è mai un libro erudito? Perché Bruni non descrive, evoca. Non ricostruisce, ascolta. La sua scrittura ha il ritmo di un racconto che si muove tra simboli, immagini e intuizioni. È come se la storia del Santo diventasse una stoffa da toccare.

Edificare è il verbo che tiene tutto. Edificare al centro del cuore. Edificare è il centro del cuore. Il gioco di parole non è retorico, è teologico. Francesco ha ricostruito San Damiano pietra su pietra, ma ha edificato la gioia dentro il cuore. E la gioia, ci ricorda Bruni, ha bisogno di architettura interiore. Il giglio e l’uccello, che ritornano nel finale, sono metafore nelle nostre vite perché dicono la semplicità come forma suprema della complessità.

In conclusione, e uso la parola conclusione sapendo che Bruni non chiude ma apre, questo libro è necessario oggi perché restituisce Francesco alla sua attualità più scomoda. Non il Francesco del buonismo ecologico, non il Francesco del presepe folclorico, ma il Francesco che ha fatto delle creature un cantico, che ha rigenerato la gioia edificandola.

È un Francesco che cammina ancora tra prati, boschi, piazze d’Oriente e d’Occidente, pinacoteche, biblioteche, templi, luoghi di Dio e case di uomini, come scrive Bruni in una pagina che amo. Un Francesco camminatore e sodale, fratello nelle attraversate.

Come prefatrice prima e come lettrice ora, posso dire che Edificare la gioia non si legge soltanto, ci si lascia toccare. E toccati si resta. Perché insegna, con occhi nuovi, a riconoscere la bellezza semplice dei gigli che continuano a fiorire, silenziosi, lungo le strade del mondo.

Sarà presentato a Lecce con un parterre importate il 19 Ottobre 2026 a Palazzo Turrisi alle ore 18.00.

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