MELODRAMMA NEI LICEI, MA QUALE MELODRAMMA?. Verdi, Leopardi e il Sud
di Pierfranco Bruni
Pare che il Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, annunciando l’introduzione del melodramma nei Licei, abbia affermato: Il cittadino comune non declamava L’Infinito di Leopardi, ma cantava il Va, pensiero.
Se l’affermazione è stata pronunciata in questi termini, merita una riflessione pacata. Non polemica. Di metodo storico e antropologico. Dire che il popolo cantava Va, pensiero e non recitava Leopardi è una suggestione efficace, ma storicamente fragile. E soprattutto geograficamente parziale.
L’Infinito di Leopardi non è mai stato un testo per declamazione borghese. È un canto universale che parte da Recanati e passa da Napoli, dove Leopardi visse, morì e fu compreso. Francesco De Sanctis, nella sua Storia della letteratura italiana del 1870, colloca Leopardi come punto di rottura della coscienza moderna proprio perché parla dal margine. Ernesto De Martino, in Morte e pianto rituale del 1958, insegna che il canto del Sud è lamento metafisico, non folklore. L’Infinito è questo. Ha unito, proprio perché veniva dal margine ovvero periferie, mi sia consentito, e parlava all’infinito di ciascuno.
Il Va, pensiero ha certamente avuto una sua fortuna popolare, ma non ha avuto quella funzione unificante che oggi gli si attribuisce a posteriori. Lo ha dimostrato Marcello Conati e prima di lui Benedetto Croce: è una lettura risorgimentale costruita dopo, non vissuta allora come inno nazionale da tutti. Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere, Quaderno 21, parla di nazional popolare e avverte che l’unificazione per opera lirica è costruzione ideologica della borghesia settentrionale, non esperienza del popolo meridionale. Se ad ammetterlo sono io… Figuriamoci…
Pare ancora che il Ministro abbia detto: Il melodramma ha avuto un ruolo fondamentale nel dare un cemento unificante agli italiani. L’opera lirica era conosciuta da chiunque, dal cittadino che magari non recitava Leopardi, ma cantava Va, pensiero.
Qui si pone una questione più ampia. Quale melodramma? Quale lirica? Quale popolo? Se parliamo di Italia delle tradizioni, non possiamo ridurre il melodramma al solo Verdi e il Verdi al solo Nabucco. Il Sud non è stato Verdi. Il Sud è stato Napoli e il Mediterraneo. È stata la canzone, la tarantella, il canto di lavoro, il canto del brigantaggio meridionale che rispondeva, anche in opposizione antropologica, ai cori del Nord. Roberto De Simone, in Disincantoale del 2024, lo ha ribadito con precisione filologica: la musica colta napoletana è matrice, non derivazione. È marchio starei pet dire e l’ho detto.
Mentre a Milano nel 1842 si cantava Va, pensiero dal Nabucco, nel 1835 a Napoli nasceva Te voglio bene assaje, attribuita a Raffaele Sacco e musicata da Gaetano Donizetti, nel 1849 Santa Lucia di Teodoro Cottrau, nel 1880 Funiculi Funicula di Luigi Denza e Peppino Turco, nel 1898 O sole mio di Giovanni Capurro ed Eduardo Di Capua. Questo era il canto popolare nazionale, orale, diffuso, cantato nelle strade, nei porti, nelle campagne, nelle Americhe dell’emigrazione. Questa è antropologia culturale. Non è parentesi. È struttura ben definita che entra nella vera identità nazionale. Lo ha documentato Diego Carpitella, allievo di Ernesto De Martino, nei suoi studi sul canto popolare meridionale.
Certo, Verdi era conosciuto e amato anche a Napoli. Al San Carlo il Nabucco andò in scena nel 1843 con successo. Ma pensare l’introduzione del melodramma nei Licei partendo esclusivamente da Verdi è una scelta culturale che guarda al Nord, a Milano, all’asse Manzoni Verdi come unico cemento identitario. È una visione legittima, ma non è tutta l’Italia. È una parte. Una posizione partigiana a tutti gli effetti.
Da qui nascono alcune perplessità sulle affermazioni attribuite al Ministro, come quella secondo cui sarebbe impossibile che un docente non conosca il Nabucco, o che un secolo fa la lirica fosse considerata popolare e non degna di stare tra i grandi classici.
Quale lirica? Nel Sud la Scuola Siciliana di Federico II ha fondato la lirica italiana, dal 1230 al 1266, con Giacomo da Lentini inventore del sonetto. Ed era lingua cantata, popolare e orale prima di diventare letteratura scritta. Bruno Panvini e Gianfranco Contini lo hanno dimostrato. La lirica è sempre stata classica e popolare insieme. Non c’è stata separazione. Come ha scritto Aurelio Roncaglia, la lirica delle origini è già musica.
Quanto a Verdi e Leopardi, sarebbe utile approfondire quanto Verdi abbia attinto, anche indirettamente, a quella cultura dell’infinito leopardiano, e quanto il Va, pensiero sia diventato ciò che è diventato proprio grazie a un intreccio che comprende il melodramma napoletano. Sono quisquilie, direbbe Dante nel XXVI del Paradiso, verso 29, ma quisquilie che fondano una civiltà. Infatti è Totò a usarla.
Per questo, l’idea di introdurre il melodramma nei Licei è ottima in sé. Va sostenuta. Ma non può essere introdotta come varco per un solo Maestro o per una sola opera. Significherebbe creare una separazione. Anzi una rottura con la cultura popolare vera.
Dopo anni di impoverimento dei Licei, non si può chiedere a un docente di letteratura italiana di conoscere necessariamente il Nabucco come se fosse un classico della letteratura italiana. La storia della letteratura musicale non coincide con la storia della letteratura italiana. Sono due storie che si incontrano, ma hanno grammatiche diverse. Tanto meno è assimilabile al legame Manzoni Verdi, che è costruzione critica ottocentesca, non dato storico. Lo ha chiarito Luigi Baldacci in Libretti d’opera.
Sarebbe più utile, allora, prevedere un docente di storia della musica e di letteratura musicale, che sappia raccontare Verdi e Donizetti e Bellini, ma anche la canzone napoletana, la tarantella, il canto popolare siciliano e calabrese, O sole mio come Va, pensiero.
Perché se cerchiamo ciò che è veramente popolare e nazionale, forse O sole mio è stato cantato più di Va, pensiero. Lo dicono le statistiche della emigrazione italiana in America dal 1880 al 1920, lo dice la discografia mondiale. E questo non toglie nulla a Verdi. Restituisce verità all’Italia delle tradizioni. Oltre a dare una visione complessa e completa delle culture considerate come modelli di identità e appartenenza alla storia di una Nazione.
Altrimenti il melodramma nei Licei diventa un altro centralismo. E il Sud resta, ancora una volta, un coro senza voce che non fa bene all’intera comunità italiana.
