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TRA IL BENE E IL MALE. PER-DONARE. SE SI HA CUORE E ANIMA E NON EGOISMO SUPPONENZA E CATTIVERIA 

A admin
15 de octubre, 2026

PIERFRANCO BRUNI 

La tragedia vera del nostro tempo è il fatto che si sia perso il limite tra il bene e il male. Non è una questione politica. È prettamente umana. La tragedia più grave è che si sia smarrita la consapevolezza. L’egoismo ha preso il sopravvento. È diventato purtroppo un fatto antropologico.

Tutto viene concepito come appropriazione. Non sapendo che il male diventa in un improvviso istante cattiveria. E il bene non è un’azione o soltanto un gesto ma un ritrovare appunto quella consapevolezza. Tutti ci sentiamo onnipotenti e facciamo dell’onnipotenza la presunzione di porre alla falsa capacità un non limite. Questo nostro tempo ha venduto l’anima illudendosi che l’uomo moderno può tutto. La verità è che non si ha il coraggio, la forza, il disegno di porsi davanti a una scelta.

Il male, la cattiveria, l’egoismo sono il residuo della disperazione che conduce all’odio.

Scrive bene Salvatore Natoli in L’edificazione di sé: “Ma il bene non può mai essere imposto: va continuamente ricercato e ogni volta scelto. La questione è: fino a che punto è possibile ciò che è possibile? Detto altrimenti dove cade il confine tra il lecito e il realizzabile?”.

Appunto è questione di confine e di realizzabilità. Ma anche di mancanza di consapevolezza. E questo significa che siamo privi di quell’umano che sarebbe dovuto essere troppo umano e che invece è diventato umiliazione dell’uomo. Perché la condotta umana si mostra prima dell’umiltà necessaria per tentare di comprendere che l’amore non è soltanto amare ma è anche altro. Rispetto. Gratuità. Responsabilità. Colpa. Libertà. Perdono.

Proprio quest’ultimo termine, che considero un concetto compiuto e che ha una valenza profondamente cristiana, ha un senso nel valore che mette insieme il per e il donare. Ovvero un attraversare e un donare. Il viaggio metaforico e biblico evangelico e reale dell’immagine dei Re Magi.

Il viaggio dei Magi è già perdono. Perché perdonare non è cancellare. È attraversare. Per è attraverso. Donare è offrire passando per altro da sé. Non c’è perdono senza viaggio. Non c’è viaggio senza fatica del cercare. Questo nostro tempo non ha denudato il dono trasformandolo in dovuto ma ha straziato il cuore rendendo senza senso ciò che è possibile e ciò che non è edificabile con le sole forze umane. I Magi non arrivano per prendere. Arrivano per deporre. Oro incenso mirra non sono omaggi. Sono linguaggi. L’oro dice la regalità che si inchina, l’incenso dice la preghiera che sale, la mirra dice la morte che già abita la nascita. Donano perché hanno attraversato il deserto. Attraversano perché hanno saputo leggere un segno.

Il nostro tempo ha perso il viaggio. Ha confuso lo spostamento con l’attraversamento. Ci spostiamo ovunque e non attraversiamo nulla. Non attraversiamo il dolore dell’altro, non attraversiamo la colpa, non attraversiamo la responsabilità. E senza attraversamento non c’è dono. C’è solo appropriazione. Non dovuta. Non meritata. Non compresa.

Perdonare allora è l’atto più umano perché è l’atto più difficile. È riconoscere che l’altro esiste fuori dal nostro egoismo. È dire: io passo attraverso di te e tu passi attraverso di me e in questo passaggio qualcosa di me si dona e qualcosa di te mi resta. Non è debolezza. È l’unica forza che spezza l’onnipotenza. Perché se si perde questo, resta solo l’odio come forma stanca della disperazione. Se si ritrova, ritorna la consapevolezza. E con la consapevolezza ritorna il confine tra bene e male. Non come una semplice norma. Come luce che illumina il cammino vero.

Non mi interessa discutere di pessimismo o di ottimismo. Tanto meno del pessimismo o dell’ottimismo della ragione. Retoriche che non hanno orizzonte di pensiero neppure filosofico. Bensì della visione del male e del bene. Ecco perché considero il tragico di questo tempo che però non ha ben capito cos’è la visione del tragico. Perché non compreso, come ebbe a dire Alessandro Manzoni, quel “guazzabuglio del cuore umano”. Cioran aveva fatto di ciò un testamento. Quel testamento che Kierkegaard aveva vissuto perché aveva avuto la forza di renderlo un aut aut.

Colpa e responsabilità sono i cardini, direbbe Natoli. Ebbene Francesco d’Assisi si pone il problema in tutti i suoi tratti. Non è una persona dolce. Anzi è molto dura. Perché esige. Esigere è responsabilità perché comprende che l’egoismo nasce dal pensare che il possedere rende onnipotenti. Ci pone proprio alla domanda di cosa significa possedere? Il suo atto di spoliazione non è un fatto soltanto cristiano ma marcatamente antropologico. Cosa può significare avere ragione o torto? Quando poniamo interesse alle cose? Il male è nella storia. Il bene è nel cuore.

Ci siamo affidati troppo alla storia pensando che il mistero fosse un pensiero astratto. La cifra della nostra mortalità è non saper distinguere, mi dice ancora Natoli, il male che proviene dalla Natura e il male che viene fatto per colpa della nostra iniquità. Perché per cercare e vivere il bene l’unico modo possibile non è la guerra in sé con le armi. Ma combattere il male non solo con il bene. Bensì con la consapevolezza del Bene.

È ciò che ha fatto Francesco. Il suo partire per Damietta e ascoltare il Sultano, dico ascoltare, ovvero obbedienza alla parola, è proprio questo. Se io non lotto contro il male divento compartecipe. Questo è il punto centrale. E qui c’è di mezzo la carità. Non come parola soltanto ma come gesto. Francesco ha testimoniato e praticato il Gesto. Ciò vuol dire anche: io mi privo per dare all’altro. È utopia? Sì se consideriamo ciò da una posizione di supponenza, egoismo, onnipotenza. Ma il morire è la morte. Ovvero la fine. Pensiamo sempre alla morte degli altri e mai concretamente e definitivamente alla nostra come atto di non esserci più.

Il cristiano certo va oltre. Ma il non cristiano è convinto, e rispetto ciò, che finita la cosa finisce tutto. Anche in ciò però rimane il male e il bene. Non c’è separazione tra il credente e il non credente sul problema della colpa, della responsabilità, del perdono per il cristiano e del dimenticare per il non cristiano. Due visioni diverse, il perdonare e il dimenticare, ma interagiscono. Allora. Cosa fare? Prendere in una mano la consapevolezza e nell’altra il coraggio. Restare fedeli al Bene. È compito di tutti se lo si vuole chiamare tale.

Il tragico dunque è proprio qui. Nelle civiltà classiche il tragico era consapevolezza. Nel tempo moderno si passa velocemente alla disperazione. Ovvero al morire senza quella consapevolezza della morte. Francesco anche qui ha offerto una lezione di letizia che diventa accoglienza e non accettazione soltanto. Accogliere. Accogliere noi stessi per Accogliere il dono del bene. La tranquillità dell’anima direbbe Seneca? Porrei accanto a Seneca San Paolo con il suo insegnamento sulla carità. La strada dalla quale è partito Francesco. Non consideriamoci dei vincitori perché ci sarebbero dei vinti. Ma consideriamoci Umani in un tempo che ha smesso di credere che abbiamo un cuore, un’anima e non siamo cose ma uomini in comunità e in comunione di uomini.

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