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RACCONTANDO LA GRECITÀ IN ELEONORA DUSE DI PIERFRANCO BRUNI UN NUOVO TESTO DEL COMITATO CELEBRAZIONI ELEONORA DUSE CON IL CONTRIBUTO DI ESPERTI

A admin
18 de octubre, 2026

Eleonora Duse e la grecità. Tema affascinante che Pierfranco Bruni sviluppa attraverso un immaginario di simboli. Infatti il libro non si legge ma si ascolta. È questo di Pierfranco Bruni, pubblicato per il Comitato Nazionale per le celebrazioni del centenario della morte di Eleonora Duse presieduto da Giordano Bruno Guerri, per Luigi Pellegrini Editore, 167 pagine. Il titolo dice tutto e dice poco: Raccontando la grecità in Eleonora Duse. Potrebbe sembrare un saggio accademico sulla classicità nell’attrice. Non lo è. È un libro di invenzione, di fantasia colta, di teatro dentro il teatro.

Bruni lo dichiara fin dall’avvertenza, con una onestà disarmante: Mi sono inventato dialoghi, incontri e lettere. Forse mi sono reinventato anche io. Ho tutto costruito con la fantasia. È la chiave. Insomma si tratta di un dialogo immaginario come forma critica. Bruni non fa storiografia della Duse. Fa quello che la Duse stessa faceva sulla scena: non interpreta, rivive. L’autore costruisce una serie di incontri impossibili che diventano possibili proprio perché teatrali. Eleonora Duse incontra Pitagora a Metaponto tra le colonne del tempio di Hera, dialoga con Grazia Deledda a Roma su Cenere, parla con Ibico come due aedi, risponde a Sofocle che le chiede come ha potuto capire Antigone, incontra Omero, Euripide, Socrate, Seneca.

E poi la geografia si allarga e diventa Mediterraneo intero: Eleonora a Tunisi, a Zante con Ugo Foscolo dove il meriggio è una cetra sospesa, a Cipro con Proust, a Tebe con Elena di Troia, a Creta con Euridice, sull’isola di Ogigia con Circe, a Crotone con Corrado Alvaro, in Versilia con Gabriele d’Annunzio. Dialoga con Cleopatra, con Cassandra, con Medea, con Cesare Pavese, con Anaïs Nin, con Colette, con Giacomo Casanova, con Ludovico Ariosto, scrive a Kavafis e a Ovidio.

È un dispositivo letterario antico e nobilissimo, quello dei Dialoghi dei morti di Luciano, ma Bruni lo piega a una esigenza modernissima: raccontare la grecità non come citazione erudita, ma come condizione dell’anima. Il libro è un coro a più voci, come conferma la stessa struttura editoriale.

Il saggio introduttivo è di Annarita Miglietta. Nella sua introduzione coglie subito la comunione di Bruni con la poetica della Duse: i principi del mito greco che rendono un’arte caduca come il teatro immortale. Oltre ogni tempo e ogni latitudine. È la grecità come destino, non come citazione. Quella grecità che fa esclamare alla Duse, davanti alle colonne di Santa Maria Sopra Minerva ad Assisi: Anche qui trionfatrice, come sull’Acropoli.

Segue la sezione centrale, tutta di Bruni, con l’avvertenza Occorre un’avvertenza Ebbene sì, la Premessa L’ombra che arde, i Dialoghi e incontri e i due saggi di sintesi: Eleonora Duse e la grecità Tra il mito, il teatro e la fantasia e Eleonora Duse e il mondo mediterraneo e greco, dove Bruni fissa la sua tesi: Il mito è la verità più profonda della nostra esistenza.

Il volume si arricchisce di importanti contributi. Maria Pia Pagani, ne Il ritorno alla Città morta di Eleonora Duse, ci riporta al gesto estremo dell’attrice: riallestire d’Annunzio vent’anni dopo, dopo tredici anni di silenzio. Perché il mito non muore. La Città morta torna perché la Duse è sacerdotessa del mito. Il teatro, per lei, è rito. È il luogo dove il mito si manifesta, dove la vita e la morte si incontrano.

Stefania Romito, componente del Comitato Eleonora Duse, in Duse e Cleopatra L’inconsapevole ineluttabilità del sublime, entra nel cuore ermeneutico della Divina. L’eros non è tema: è liturgia. La sensualità non è ornamento: è conoscenza. La sua Cleopatra appare nel camerino del Carignano non come regina ma come archetipo del martirio d’amore.

Marilena Cavallo, nella Conclusione Raccontando la grecità in Eleonora Duse, tira le fila del percorso. Il suo intervento è una lettura comparata su più davanzali: dall’ingresso dell’introduzione, al palazzo delle lettere e dei dialoghi completamente inventati, dalle stanze comunicanti.

La grecità per Bruni non è repertorio. È destino. La Duse è tragica nella vita e sulla scena perché è greca nel senso più arcaico: non conosce la separazione tra vita e arte, tra compianto e rappresentazione. Bruni cita una lettera della Duse del 4 agosto 1884: io mi metto con loro e per loro e le frugo perché il compianto femminile è il più grande e dettagliato. E il critico Lucia Rea ricorda che il compianto è piangere con altri.

Ecco, la Duse piange con Medea, con Antigone, con Fedra. Non le recita. Le riconosce, dice Bruni, come stanze della sua casa interiore.

A Metaponto, Pitagora le dice: La verità è dentro di te. È il numero, il ritmo, l’armonia. È la Duse che rifiutava il trucco, che entrava in scena non vista, che faceva della magnificent repression come scrisse il Time nel 1923 quando fu la prima donna in copertina.

Con Sofocle, il dialogo è sulla disobbedienza di Antigone alle leggi del tiranno per fedeltà alle leggi divine. Con Seneca a Roma, in un giardino, il dialogo è sulla felicità che non è qualcosa che si trova, è qualcosa che si crea. Con Grazia Deledda, il dialogo è tra due donne che conoscono la terra che non perdona.

Il capitolo più alto, letterariamente, è Zante. Il meriggio è una cetra sospesa. Dialogo tra Eleonora e Ugo Foscolo. Zante è la patria di Foscolo, è l’isola del mito. Foscolo dice a Eleonora: A Zante ogni sasso è altare. Ogni onda è verso. Io nacqui qui. E qui imparai che gli dèi non muoiono. Traslocano. E la Duse risponde: La grecità non è geografia. È destino. È quel nodo che stringe il tempo e lo fa dire mito.

E poi c’è Cleopatra, che è il doppio oscuro della Duse. In Duse e Cleopatra L’inconsapevole ineluttabilità del sublime, Bruni fa dire a Cleopatra: Non siamo state create per i sentimenti del quotidiano che si accontentano del tepore. Noi siamo fatte per vivere l’inconsapevole ineluttabilità del sublime.

Il libro è scritto con una lingua volutamente anacronistica, a tratti lirica, a tratti didascalica, come un copione. I dialoghi sono brevi, spezzati, con riprese anaforiche alla maniera di Ibico. Non cerca il realismo storico, cerca la verità poetica. Bruni mette accanto, senza timore, Omero e Proust, Kavafis e Pavese, perché per la Duse il tempo è simultaneo. Come scrive nella premessa: Il teatro per lei non era mestiere. Era utero. Era esodo. Era l’unico luogo dove la donna poteva essere intera senza essere fatta a pezzi.

È anche un libro politico, nel senso più alto. La Duse che sbatte la porta di Nora non esce dalla casa di bambola di Ibsen, esce dalla casa di bambola del mondo. La sua tosse di Margherita Gautier non è tisi, è manifesto per tutte le donne a cui è stato detto taci e sorridi.

Nel centenario della morte, 1924 2024, questo libro ha un valore particolare. Non aggiunge un documento inedito, aggiunge uno sguardo. Ci ricorda che abbiamo addomesticato il tragico, lo abbiamo messo in saldo, come scrive Bruni. Abbiamo paura delle donne che non si scusano. La Duse non si scusò mai.

Il volume si chiude con una sezione preziosa di lettere e telegrammi tra d’Annunzio e Duse sulla Città Morta, che riporta alla storia dopo tanto sogno.

È un libro che va letto come si entra in un tempio greco al meriggio: in silenzio, scalzi, con la luce che è lama e carezza insieme. Bruni non ha scritto un saggio sulla Duse. Ha scritto con la Duse. E questo fa tutta la differenza. È un libro necessario per chi ama il teatro, per chi ama la grecità non come nozione ma come ferita. Un discorso imponente tra mito e viaggio nel tempo non solo teatrale ma onirico e umano, reso possibile proprio dalla coralità delle voci: Miglietta che apre, Pagani e Romito che custodiscono il mito, Cavallo che chiude, e Bruni che nel mezzo fa da cantore che raccoglie segni e tracce mitiche trasformando tutto in archetipi.

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