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LEOPARDI E FOSCOLO. DALL’ISOLA ALLA SIEPE OLTRE L’INFINITO. IL TRAGICO E LA SOLITUDINE

A admin
20 de octubre, 2026

Di PIERFRANCO BRUNI

Pensando a Giacomo Leopardi e a Ugo Foscolo penso a un confronto. Ma non a un confronto tra due autori. È il confronto tra due metafisiche del limite che hanno fondato la modernità italiana. Entrambi superano la dissolvenza di ogni limite ma lo fanno con due teologie opposte. Partenze e ritorni.

Foscolo nasce a Zante il 6 febbraio 1778 e muore a Turnham Green il 10 settembre 1827. Leopardi nasce a Recanati il 29 giugno 1798 e muore a Napoli il 14 giugno 1837. Tra le due date c’è un’isola e una siepe. Zante è l’isola che si perde. Recanati è il colle che non si supera. L’uno è l’esilio reale. L’altro è l’esilio interiore. Eppure entrambi vivono la stessa condizione di sradicamento che il Novecento chiamerà solitudine ontologica. Ontologica solitudine senza sistemi.

L’alchimia e il mistero sono innervanti anche in Foscolo ma con una trasmutazione diversa. In Leopardi l’alchimia è trasmutazione del finito nell’infinito. In Foscolo l’alchimia è trasmutazione della morte nella vita attraverso l’illusione. Ma l’illusione non è filosofia.

Il luogo fondativo di Foscolo sono i Sepolcri. Il luogo fondativo di Leopardi è l’Infinito. La tomba e la siepe sono lo stesso confine guardato da due lati.

Nei Dei Sepolcri del 1807 Foscolo scrive «All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro». La tomba per Foscolo non è consolazione ultraterrena. È illusione civile. Le «forti opere» e le «egregie tombe» ispirano «forti animi a egregie imprese». La morte diventa alchimia laica che si fa storia. Ma sempre dentro il tempo.

In Leopardi la siepe de L’infinito del 1819 è l’esatto rovescio. «Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude». Se Foscolo ha bisogno che la tomba parli per far vivere la patria, Leopardi ha bisogno che la siepe escluda per far vivere l’immaginario. Uno costruisce il limite per superarlo con l’azione. L’altro costruisce il limite per dissolverlo con l’immaginazione. Per questo la tua intuizione è precisa: la siepe è limite e non limite. In Quasimodo questa lezione diventa «la terra impareggiabile che diventa la sera del cuore» e la siepe diventa categoria metafisica, non paesaggistica. Qui siamo nella filosofia.

Foscolo fonda la sua antropologia sulle illusioni. Leopardi fonda la sua sulle rimembranze. Sono due nomi per lo stesso bisogno di dare corpo all’infinito.

Foscolo nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis del 1802 definisce le illusioni come «quelle che splendono di luce celeste anche quando la ragione le dice vane» e nella lettera del 1798 dice «Il sacrificio della patria nostra è consumato». L’illusione è patria, amore, gloria, bellezza. Senza illusioni, dice Foscolo, l’uomo è «spettatore del nulla». La sua alchimia è trasformare il nulla in valore. In un valore indelebile.

Leopardi nello Zibaldone risponde a distanza di quindici anni. Quello che Foscolo chiama illusione, Leopardi lo chiama rimembranza. «Il rimembrar» non è consolazione ma è maschera e specchio. Ma cos’è il rimembrar? È speranza o maschera. In Foscolo è maschera necessaria. In Leopardi è specchio che riflette «il cangiar della luna». Per questo Pavese e Quasimodo ereditano Leopardi e non Foscolo quando devono dire il nostos. Il «nostos» foscoliano è ritorno impossibile a Zante. «Né più mai toccherò le sacre sponde». Il nostos leopardiano è ritorno impossibile all’infanzia di Silvia e Nerina. Entrambi sono pellegrini infaticabili, come ha scritto Vincenzo Cardarelli, ma il pellegrinaggio di Foscolo è geografico e politico, quello di Leopardi è temporale e metafisico. Due mondi.

Qui l’intreccio è più stretto. Teresa in Ortis, Silvia e Nerina e Aspasia nei Canti, sono la stessa figura archetipica declinata al femminile. È ovvio.

Teresa per Jacopo è «donna celeste» che si tocca e subito si perde perché è moglie di Odoardo. L’amore è subito tragico perché è impedito dalla società. Silvia per Leopardi è «la donzelletta» che non è figura retorica ma immaginario di una festa che ha già la sua fine. La donzelletta è destino. Nerina è sogno perduto. Aspasia è «la debolezza di un respiro mai cessato in una angoscia che conosce la realtà ma non la accetta».

In entrambi i casi l’amore è alchimia che si fa metafisica della morte. Foscolo in Le Grazie cerca di salvare l’amore trasformandolo in bellezza mitologica che vince la morte. Leopardi in Ultimo canto di Saffo fa l’opposto. Lascia che l’amore si faccia morte. «In che peccai bambina, allor che di vergine beltà si ricca». Saffo leopardiana è Jacopo Ortis al femminile. Si getta dalla rupe perché l’amore non basta a dare senso al destino. Siamo dunque a Pavese.

Per questo Carlo Michelstaedter è il ponte necessario tra i due. Michelstaedter legge Foscolo e Leopardi come i due poli del tragico: persuasione e retorica. Jacopo Ortis non è persuaso, è retorico, si uccide perché la retorica delle illusioni crolla. Il pastore errante leopardiano non si uccide, resta errante tra le stelle perché ha capito che il naufragio è dolce. «È dolce naufragar in questo mare». È la frase che Foscolo non avrebbe mai potuto scrivere. Foscolo si sarebbe gettato. Leopardi naufraga. È un naufragar.

Entrambi vivono un Risorgimento annunciato, mai concluso e perduto. Ma con due teologie opposte. La diversità degli opposti nel tempo.

Foscolo crede nella patria come illusione necessaria e la vive come tradimento. Il Trattato di Campoformio del 1797 che cede Venezia all’Austria è per Jacopo Ortis quello che la Restaurazione sarà per Leopardi. Non finirà mai.

Leopardi non crede nella patria come illusione ma come assenza di storia. Il mito dell’infinito per durare come infinito ha bisogno di una magia che soltanto l’assenza di storia può dare. Per questo «La ginestra» del 1836 è la risposta definitiva a Dei Sepolcri. Foscolo dice: le tombe ispirano le repubbliche. Leopardi dice: la ginestra che fiorisce sul deserto vesuviano non ispira nulla, resiste. Una è alchimia civile. L’altra è alchimia cosmica. Una trasmuta la morte in storia. L’altra trasmuta la storia in mistero. Ciò diventa mito.

Resta la luna. La luna leopardiana è «quella luna che lascia le sue vesti metaforiche per entrare nel disegno onirico». È la luna di Tommaso d’Aquino. La pietra che «tramuta Giove in Luna», circonferenza d’argento, non ombre d’oro. Neppure ombre di tempo.

Foscolo ha la stessa luna ma la chiama Venere. Nelle Grazie Venere è luna marina che esce dalle acque di Zante. È alchimia classica, è bellezza che salva. In Leopardi la luna è alchimia romantica. È testimone che guarda e non salva. «Che fai tu luna in ciel, dimmi che fai, silenziosa luna». Foscolo avrebbe detto: la luna fa le Grazie. Leopardi dice: la luna guarda il pastore errante e tace. Il punto è proprio qui.

Ungaretti e Cardarelli sono riferimento di una poetica oltre la metafisica ma dentro la geografia dell’anima che hanno attraversato bene Foscolo e Leopardi. Ungaretti prende da Leopardi la parola lacerata e da Foscolo la parola scolpita. «M’illumino d’immenso» è L’infinito in due parole. «Veglia» è Dei Sepolcri in trincea.

Infatti Foscolo e Leopardi sono i due poli del tragico italiano. Foscolo è il tragico che si fa azione e si uccide perché l’azione fallisce. Leopardi è il tragico che si fa attesa e resta perché l’attesa è l’unica profezia dell’inatteso, come nel Dialogo di Plotino e di Porfirio sul timore del porto e della tempesta. Forse Leopardi ha temuto di più il porto, soprattutto quando appare come un «porto sepolto». Foscolo ha temuto di più la tempesta e vi si è gettato dentro toccando le pietre e il tragico.

Dall’isola di Zante alla siepe di Recanati c’è lo stesso mare. Dolce naufragarvi. Ma tutto ciò non è dissolvenza. È completamente senso del tragico.

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