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LA SCUOLA SECONDO ALDO MORO TRA LA PERSONA, L’ANIMA, IL SAPERE

A admin
22 de octubre, 2026

di Pierfranco Bruni

In un tempo come il nostro rileggere alcuni discorsi di Aldo Moro e la sua visione sulla scuola è cosa buona e giusta. La domanda che mi pongo in incipit è questa. Cosa è stata la scuola per Aldo Moro? È stata la custodia della persona. Non l’amministrazione di programmi. Non la fabbrica di funzioni. La custodia dell’uomo nella sua interezza, con la sua anima e con il suo sapere. Su queste linee mi sono formato.

Da cristiano Moro ha guardato alle innovazioni senza mai perdere il contatto con la società e la tradizione. Da giurista ha guardato alla società senza mai perdere il contatto con la coscienza. Per questo la sua idea di scuola è aperta ma rigorosa, moderna ma autorevole. Aperta perché accoglie il nuovo. Rigorosa perché non dissolve la forma. Autorevole perché non rinuncia al compito educativo. Elemento importante per una pedagogia comparata verso i nuovi saperi.

I suoi anni al Ministero della Pubblica Istruzione lo hanno dimostrato. Aldo Moro è stato Ministro dal 20 maggio 1957 al 16 febbraio 1959, nei governi Zoli e Fanfani. Succede a Paolo Rossi e lascia a Giuseppe Medici. Sono venti mesi decisivi. L’Italia è nel pieno del miracolo economico e ha bisogno di una scuola che non sia solo istruzione ma formazione civile. Il senso civico è stato il suo primo principio.

Infatti fu lui che nel 1958 introduce l’educazione civica nelle scuole. È il suo primo atto di filosofia politica applicata. Non è una materia in più. È il riconoscimento che la democrazia non si eredita, si impara. La scuola diventa il luogo dove il cittadino impara ad associarsi senza perdere la propria irriducibile libertà. È la stessa idea che aveva portato nella Costituente attraverso un’analisi precisa.

Nel suo intervento alla Costituente Moro disse: «Non si dimentichi che la scuola pubblica non è la scuola di uno Stato ente mostruoso divoratore di uomini, ma la scuola di tutti, di tutti associati, senza perdere la loro individualità, i loro orientamenti, la loro irriducibile libertà». Questo concetto è la radice del suo pensiero scolastico e culturale. La scuola pubblica non è statalista. È comunitaria. Non assorbe la persona. La custodisce. Lo Stato non crea la libertà di educazione. La riconosce. Come l’articolo 2 della Costituzione riconosce i diritti inviolabili. Ma parla di diritti che sono obbedienza alla persona umana.

Nel 1952, ancora prima del Ministero, in un discorso che anticipa tutta la sua azione, Moro aveva detto: «La scuola dovrebbe essere considerata quale punto centrale del nostro sistema morale e politico, quale lo strumento più alto per una umana formazione della nostra comunità nazionale, quale l’ambiente più favorevole per risolvere tutti i problemi, anche». È la scuola come centro morale, non come periferia amministrativa. Per Moro la questione scolastica è questione democratica nella quale interagiscono l’etica, la morale e la traduzione.

Per questo, al Ministero, avvia il piano decennale per lo sviluppo della scuola e sostiene fortemente la riforma della scuola media unica che si compirà nel 1962, e soprattutto intuisce che l’alfabetizzazione del popolo italiano è questione di giustizia sociale per una elevatezza attraverso la cultura. Da Ministro appoggia il progetto che porterà la televisione pubblica a trasmettere «Non è mai troppo tardi» del maestro Alberto Manzi. È la scuola che esce dall’aula e va nelle case contadine, nelle fabbriche, nelle periferie. È la scuola come esodo, non come possesso o come indottrinamento.

In altra occasione, parlando della costruzione democratica, disse: «Ai fini della costruzione di una società democratica, pacifica, un compito fondamentale spetta alle generazioni che si affacciano alla vita, e quindi alla scuola, proprio come momento educativo civile». La scuola è momento educativo civile, non solo didattico. È dove si impara la pace, perché la pace non è assenza di conflitto ma presenza di giustizia e confronto tra diversi e non appiattimento.

Nel suo saggio Al di là della politica chiosa con una frase che è sintesi di personalismo: «sempre che non sia esaurita la persona umana nella sua individualità originale, nella sua ricchezza di valori, nel segreto fermento della sua esperienza esclusiva». La persona non si esaurisce nel ruolo. La scuola non deve esaurire la persona. Deve farne fermentare il segreto. Qui Moro è lontano da ogni pedagogia funzionalista. È vicino invece a Maritain, a Mounier, a quella filosofia della persona che vede nell’alunno non un cittadino da plasmare ma un volto da custodire e portarlo avanti con i suoi interessi e le curiosità.

Sembra una vera contrapposizione a Don Lorenzo Milani. E in parte lo è, ma è contrapposizione feconda. Milani a Barbiana costruisce la scuola degli ultimi contro la scuola borghese. La sua è scuola di denuncia, di parola tolta ai poveri e restituita. Moro costruisce la scuola di tutti, dove anche i poveri entrano perché la scuola è di tutti associati. Milani dice «I care», mi importa. Moro dice «la scuola di tutti». Milani accusa la scuola selettiva che boccia. Moro vuole la scuola media unica che non boccia ma accompagna. Due strade completamente diverse che nascono dalla stessa radice cristiana: la dignità dell’ultimo ma con visioni completamente diverse. Moro guarda con attenzione alla cultura che eleva e non alla massificazione della cultura.

Anche questa espressione di Moro sembra una posizione non assolutamente milaniana: «rendere omaggio all’infanzia ed all’adolescenza come espressione della vita che cresce e, crescendo, si corregge di vecchi errori». Qui c’è ottimismo pedagogico, fiducia nella crescita. Milani è più radicale, vede nell’infanzia una condanna sociale da rovesciare. Moro vede nell’infanzia una promessa da custodire. La crescita corregge gli errori perché la vita è più grande degli errori. È la sua antropologia biblica: l’uomo creato, caduto, redento. Infatti Moro anticipa una scuola con una ermeneutica antropologica non politica.

Persino nelle lettere dei cinquantacinque giorni sotto le Brigate Rosse ci sono modelli di attività pedagogica. Chi ha studiato quelle lettere si rende subito conto che Moro non crede alla omologazione o alla massificazione. Dal 16 marzo al 9 maggio 1978. Moro non scrive più da Ministro. Scrive da prigioniero. Ma scrive ancora di scuola, di educazione, di persona. Non cita programmi. Cita la Bibbia, che è l’unico libro che ha con sé. E nella Bibbia trova la scuola ultima. Quella in cui l’uomo appunto è Persona contro la massificazione delle Brigate Rosse.

In quelle lettere la scuola diventa destino. L’educazione non è più strumento politico. È testimonianza. Moro capisce che l’educazione vera non è quella che insegna a vincere, ma quella che insegna ad avere fame e sete di giustizia. «Forse il destino dell’uomo non è di realizzare pienamente la giustizia, ma di avere perpetuamente della giustizia fame e sete. Ma è sempre un grande destino». È la lezione che avrebbe voluto dare ai suoi studenti di diritto penale a Bari e a Roma. Parla di destino. Un concetto di grande definizione e di vere desinenze filosofiche oltre le visioni hegeliane della fenomenologia sistematica.

Dalla cattedra al carcere, il cerchio si chiude. La scuola come punto centrale del sistema morale e politico diventa la persona come punto centrale del dolore. La scuola di tutti associati senza perdere la loro individualità diventa la prigione di uno solo che non perde la sua coscienza perché al centro non c’è l’idea dei «pari» milaniani ma la coscienza individuale. Kierkegaard direbbe del singolo sul quale ho dedicato un libro.

Cosa resta oggi della sua concezione? Resta l’idea che la scuola non può essere neutra perché la persona non è neutra. Resta l’idea che l’innovazione senza anima è tecnica, e la tradizione senza apertura è idolatria. Resta la sua formula più attuale: una scuola aperta ma rigorosa e autorevole. Aperta alle innovazioni, rigorosa nel metodo, autorevole perché ha qualcosa da custodire e da trasmettere non attraverso le «cose» o il metodo del «I care» ma grazie al mistero individuale di ogni uomo.

Moro non ha fatto una riforma scolastica ma forse è andato oltre. Ha fatto una filosofia della scuola. La scuola come custodia della persona, della sua anima e del suo sapere. E finché la scuola custodisce la persona, il Paese non è finito. Proprio per riprendere una frase potente delle sue lettere del 1978: «Se la pietà prevale il Paese non è finito» che ho posto come incipit ai miei libri su Aldo Moro. Si prenda esempio di ciò e i giovani, i docenti, i dirigenti scolastici di oggi rileggano il pensiero di Aldo Moro più che soffermarsi su slogan senza senso e orizzonte.

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