LETTERA AGLI STUDENTI PENSANDO A ORIANA FALLACI E ALLA SUA LETTERA DEL 1975
LA SCUOLA SENZA RADICE
Di Pierfranco Bruni
Cari ragazzi.
Vi chiederete perché vi scrivo di Oriana Fallaci. In questo particolare contesto autunnale del 2026.
Lo dico subito avendo tra le mani un suo libro che considero importante. Ovvero Un uomo. Un testo riletto in questi giorni in aereo per Roma, con le pagine tutte sottolineate da anni, anche perché dovrò fare una conferenza a Matera proprio sulla Fallaci.
Allora… Andiamo al punto della questione.
Oriana Fallaci non è una pedagogista, non è una psicologa, non è una politica. È una donna che ha vissuto tutto restando sempre sul campo con coraggio, dignità e libertà, senza mai cedere a nessun compromesso e a nessun conformismo. È questo che la rende necessaria a scuola, proprio perché la scuola oggi cede a tutto per paura di disturbare.
Scrisse una Lettera agli studenti nel lontano 1975.
Ma prima alcuni dettagli su di lei. Chi è Oriana. Ve lo dico in pochi tratti perché la memoria va restituita esatta. Nasce a Firenze il 29 giugno 1929, staffetta partigiana a quattordici anni con nome di battaglia Emilia, giornalista a diciassette anni, inviata di guerra sparata tre volte a Città del Messico nel 1968 e trascinata per i capelli, compagna di Alekos Panagulis incontrato ad Atene il 21 agosto 1973 e morto il 1 maggio 1976, docente a Chicago, Yale, Harvard e Columbia, autrice da I sette peccati di Hollywood nel 1958 a Lettera a un bambino mai nato nel 1975, da Un uomo nel 1979 a Insciallah nel 1990, fino a La rabbia e l’orgoglio nel 2001, La forza della ragione nel 2004, L’Apocalisse nel 2004. Muore a Firenze il 15 settembre 2006. Donna coraggio fino all’ultimo respiro.
Oriana è una delle poche – e lo dico perché l’ho conosciura e l’ho studiata per anni – che ha legato in modo inscindibile tre questioni che la vostra scuola ha separato: la verità, la radice e la persona. Senza verità non c’è radice, senza radice non c’è persona, senza persona non c’è scuola. C’è solo addestramento.
Il suo pensiero sulla scuola non è assolutamente in un manuale. È disseminato nelle lezioni americane e nella trilogia finale ed ha un nucleo antropologico preciso. Per Oriana l’Occidente muore quando la scuola smette di trasmettere ciò che lo ha generato. L’Occidente è il prodotto del crollo dell’Impero Romano unito alla diffusione del Cristianesimo, e il Cristianesimo è il prodotto della rivelazione cristiana raffinata dal contatto con la filosofia ellenica, Platone e Aristotele. Socrate, Leonardo, Michelangelo, Mozart, Dante, Manzoni. Questa è la genealogia. Toglietela e avete tolto l’uomo, lasciando solo l’utente.
Lei stessa lo spiega con una confessione culturale che a scuola non vi faranno mai leggere perché è troppo vera: «Sono nata in un paesaggio di chiese, conventi, Cristi, Madonne, Santi. La prima musica che ho udito venendo al mondo è stata la musica delle campane. Le campane di Santa Maria del Fiore» (1). Ve lo confesso, in queste mattine dalla casa di Taranto, mentre sento i tocchi dell’orologio, ho ripensato proprio a quelle campane che mi riportano al mio paese e alla Piazza che ho vissuto da ragazzo.
Da qui la sua diagnosi più dura, pronunciata negli Stati Uniti e rimossa in Italia: «Guardate il sistema scolastico dell’Occidente oggi. Gli studenti non conoscono la storia. Non sanno chi era Churchill. In Italia non sanno nemmeno chi era Cavour. La servitù verso gli invasori ha avvelenato la democrazia, con ovvie conseguenze per la libertà di pensiero e per il concetto stesso di libertà» (2).
Da qui una seconda medicazione, che è già ritratto antropologico della generazione tradita: «Invece di giovani colti abbiamo asini con la laurea. Invece di futuri leader abbiamo molluschi con costosi blue jeans e finti rivoluzionari con il passamontagna» (3).
Ed è esattamente ciò che sta accadendo nelle vostre classi dove si è formata una seconda città dentro la prima città, come scrive in La forza della ragione: «In ognuna delle nostre città si trova una seconda città, una città musulmana, una città governata dal Corano» (4).
A questa visione Oriana contrappone una triade che è già una nuova scuola possibile.
La verità come dovere. L’otto maggio 1975 scrive agli studenti: «Ogni persona libera, ogni giornalista libero, deve essere pronto a riconoscere la verità ovunque essa sia. E se non lo fa è, nell’ordine, un imbecille, un disonesto, un fanatico» (5). E aggiunge: «Il fanatismo è il primo nemico della libertà di pensiero» (6). E ancora, sul dovere di non arrendersi al gregge: «L’Europa non è più Europa, è Eurabia, una colonia dell’Islam, dove l’invasione islamica non procede solo in senso fisico, ma anche in senso mentale e culturale» (7).
La persona come irripetibile. In Lettera a un bambino mai nato scrive: «Tutti gli spermii e tutti gli ovuli della terra uniti in tutte le possibili combinazioni non potrebbero mai creare di nuovo te» (8). E aggiunge: «Io perfino nelle pause in cui piango sui miei fallimenti, le mie delusioni, i miei strazi, concludo che soffrire sia da preferirsi al niente» (9).
La libertà come dovere e la passione come forma della conoscenza. Oriana scrive: «Ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere» (10). E ancora: «L’intelligenza non basta. Per dare un senso al viaggio della vita ci vuole la passione. Per non assuefarsi, non rassegnarsi, non arrendersi, ci vuole passione. Per vivere ci vuole passione» (11). E: «Vivere pienamente significa anche confrontarsi con ciò che non si può dominare. A voi giovani dico, non siate spettatori, abbiate il coraggio di scegliere, di rischiare, di accendervi per un’idea» (12). E: «Non sentirti mai inferiore a chi si sente superiore a te. Ricorda che anche la pioggia viene dall’alto, ma finisce per cadere ai nostri piedi» (13).
Tutto si chiude nel sigillo del Prologo a Un uomo del 1979, che è la sua pedagogia civile e che oggi è la vostra bussola: «Non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello» (14).
Cari ragazzi, italiani e di seconda generazione, la strategia del coraggio non è andare in piazza gridando. È restare radicati. È chiedere alla scuola di ridarvi il senso e l’orizzonte, Platone, Dante, Cavour, Churchill, il Bene e il Male, la verità come dovere, la persona come irripetibile, la libertà come dovere prima che diritto. Senza questo non avrete una scuola. Avrete un parcheggio sorvegliato dove si rilasciano diplomi ad asini colti.
Una scuola la cui formazione e cultura non sta solo nei libri scolastici preconfezionati o nelle antologie precompilate, ma andando nel fondo della storia e dei testi diretti degli autori. Chiedete una scuola libera dai testi scolastici che sembrano pillole di schede compilate senza anima. Leggete gli autori e non quello che scelgono altri sugli autori. Questa è libertà di conoscenza e di apprendimento.
Per questo vi dico, con pensiero finale forte: chiedete di più, non di meno. Ma prima domandatevi cosa voglio della vita, cosa chiedo e soprattutto cosa posso dare. Non usate mai la violenza, neanche verbale. Usate il coraggio della mente. Usate la parola, il linguaggio e dite: noi ci siamo. Vogliamo una formazione libera e non catalogata e filtrata da altri per noi. Vogliamo andare nel cuore di ciò che si studia. Vogliamo la radice per avere l’orizzonte. Senza radice non c’è futuro. Senza verità non c’è libertà.
Tre argini autorevoli chiudono questa radice sulla quale occorre riflettere attentamente. Ricordo che Magdi Cristiano Allam scrisse: «Noi oggi siamo una realtà estremamente fragile, tendiamo a negare il riferimento alla fede, ci vergogniamo delle nostre radici, quasi aborriamo la nostra identità» (15). Ripensando a Ugo Spirito: «La cultura è tradizione viva, non reperto. La scuola decade quando smette di custodire e trasmettere» (16). Una testimonianza che sembra scritta oggi. Come ciò che disse addirittura Giuseppe Mazzini: «EDUCAZIONE, abbiamo detto; ed è la gran parola che racchiude tutta quanta la nostra dottrina. La questione vitale che s’agita nel nostro secolo è una questione di Educazione» (17). E: «La Vita è Missione; e quindi il Dovere è la sua legge suprema» (18). Da qui Oriana Fallaci diventa una voce vera autentica e certamente serve da vero insegnamento per la scuola di oggi e per le ultime fasce generazionali.
Vi saluto ragazzi cari invitandola a leggerla e a meditarla con profondità magari attraverso un confronto tra voi e i vostri docenti.
NOTE
(1) O. Fallaci, confessione autobiografica dettata a Salvatore Giannella, L’Europeo n. 4/2007.
(2) O. Fallaci, conferenze americane 2004-2005, trad. it. di «Look at the school system of the West today», in La forza della ragione, Rizzoli, Milano 2004.
(3) O. Fallaci, trad. it. di «Instead of learned young people…», La rabbia e l’orgoglio, Corriere della Sera 29 settembre 2001, poi Rizzoli 2001.
(4) O. Fallaci, trad. it. di «In each of our cities lies a second city», La forza della ragione, Rizzoli, Milano 2004.
(5) O. Fallaci, Lettera agli studenti, 8 maggio 1975.
(6) O. Fallaci, Intervista con la storia, Rizzoli, Milano 1974.
(7) O. Fallaci, trad. it. di «Europe is no longer Europe, it is Eurabia», Wall Street Journal 23 giugno 2005, in L’Apocalisse, Rizzoli 2004.
(8) O. Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Rizzoli, Milano 1975.
(9) O. Fallaci, Ibidem.
(10) O. Fallaci, Prologo a Un uomo, Rizzoli, Milano 1979.
(11) O. Fallaci, Intervista con la storia, Rizzoli 1974 e Oriana Fallaci intervista se stessa, Rizzoli 2004.
(12) O. Fallaci, Ibidem.
(13) O. Fallaci, Ibidem.
(14) O. Fallaci, Prologo a Un uomo, Rizzoli, Milano 1979.
(15) Magdi Cristiano Allam, intervista sul relativismo religioso, Corriere della Sera 2005 e in Viva l’Italia, Piemme 2009.
(16) Ugo Spirito, La vita come ricerca, Sansoni, Firenze 1937 e Il problematicismo, Sansoni 1948.
(17) Giuseppe Mazzini, I Doveri dell’Uomo, Londra 1860, cap. Educazione.
(18) Giuseppe Mazzini, Ibidem, aforisma centrale.
