UNGHERIA 1956. A 70 ANNI DAI CARRI ARMATI COMUNISTI CONTRO LA LIBERTA
di Pierfranco Bruni
C’è un anno che segna la coscienza di un ragazzo anche quando quel ragazzo ha un solo anno di vita. L’immagine dei carri armati sovietici e la giustificazione del Pci è un’immagine che ho rivisto più volte. Per me quell’anno è il 1956. Fu una tragedia immensa che però non mise in ginocchio il comunismo. E non lo mise in ginocchio per una ragione precisa: la colpevole indifferenza del mondo occidentale. Quel mondo guardò, si commosse, ma non intervenne. Da quel momento il blocco tra Est e Ovest si accentuò senza più ritorno. La cosiddetta Cortina divenne di acciaio. E lo rimase sino al 1991.
Oriana Fallaci l’Ungheria non la vide dai giornali. Nell’autunno del 1956 L’Europeo la mandò davvero lì, al confine tra Austria e Ungheria, dove arrivavano i profughi (1). I suoi articoli uscirono tra novembre e dicembre e poi confluirono in quel libro che è I sette giorni di Budapest, spesso citato come Ungheria in croce. È una testimonianza vissuta, forse la prima grande rottura del comunismo europeo vista da dentro.
Quella ungherese non fu mai una provocazione, come dissero i comunisti. Fu una rivoluzione vera, fatta da ragazzi e da operai insieme. Il 23 ottobre 1956 gli studenti del Politecnico di Budapest scendono in piazza. Chiedono cose semplici: via le truppe sovietiche, elezioni libere, libertà di stampa, il ritorno di Imre Nagy al governo. Gli operai delle fabbriche Csepel li raggiungono subito. Il 30 ottobre Nagy forma un governo e dichiara la neutralità dell’Ungheria.
Mosca non accetta. L’operazione si chiama Vortice. All’alba del 4 novembre 1956 entrano in Ungheria diciassette divisioni sovietiche, più di duemila carri armati, centocinquantamila uomini (2). Budapest viene bombardata. La gente resiste per giorni, a Corvin köz e Szena tér. I morti ungheresi sono oltre duemilasettecento, i feriti più di ventimila. Nagy si rifugia in un’ambasciata. Lo prenderanno con l’inganno e lo impiccheranno nel 1958 (3).
Fallaci raccontò questo, quello che vedeva. Ebbe il coraggio di descrivere l’orrore dell’Armata Rossa, la spietatezza dei carri armati di Mosca usati per schiacciare una rivolta di studenti e operai. Quella esperienza le cambiò la vita.
Nel suo taccuino scrisse frasi che non ho più dimenticato.
Mi sembra che non ci sia più posto al mondo per la speranza e per la bontà, ma solo per il pianto.
Non avevo mai creduto che un paese comunista potesse schiacciare coi carri armati il moto di un popolo, un moto esploso da una esigenza di libertà.
Sui profughi scrisse:
Arrivavano a centinaia nella notte, camminando nel fango, con le scarpe rotte e i bambini stretti al petto. Avevano negli occhi il terrore di chi ha visto i carri armati sparare sulle case.
E poi quella che per me è una profezia:
L’Europa guarda, discute, si commuove, ma non muove un dito. Intanto la libertà di un popolo viene schiacciata sotto i cingoli di ferro nell’indifferenza generale.
Fallaci parlava di quei ribelli come di eroi greci. Lei che aveva fatto la Resistenza da ragazzina a Firenze, antifascista, non poteva accettare che la libertà venisse schiacciata in nome del socialismo.
Il Partito di Togliatti si schierò con Mosca. L’Unità il 5 novembre titolò: Le truppe sovietiche intervengono in Ungheria per porre fine all’anarchia e al terrore bianco (4). La Fallaci fu accusata di fascismo, di essere una reazionaria borghese. Al suo rientro venne isolata.
Ma in Europa ci fu anche una rivolta morale. La voce più grande fu quella di Albert Camus (5):
L’Ungheria vinta e in catene ha fatto per la libertà e la giustizia più di quanto nessun altro popolo abbia fatto negli ultimi vent’anni.
E ancora:
Non sono tra coloro che pensano che ci possa essere un compromesso con un regime di terrore che si definisce socialista senza averne più diritto di quanti ne avessero i carnefici dell’Inquisizione di definirsi cristiani.
E poi:
Nell’isolamento odierno dell’Europa, abbiamo un solo modo per essere fedeli all’Ungheria: non tradire mai ciò per cui i martiri ungheresi sono morti, e non giustificare mai coloro che li hanno uccisi.
Il 1968 a Praga ripeté lo stesso schema. Ma il 1956 resta il primo strappo.
Molti intellettuali rimasero comunisti anche dopo. Altri presero le distanze, come Renzo De Felice e Lucio Colletti, che proprio dal 1956 iniziarono a uscire dal marxismo (6). L’ultimo baluardo cadde solo con la Polonia di Solidarnosc e con i Muri nel 1989, e lì emerge la voce di Giovanni Paolo II, che aveva capito che la questione non era solo politica, ma riguardava l’uomo e la sua libertà.
Oriana Fallaci fu una delle prime a capire, fino a difendere l’identità occidentale con La rabbia e l’orgoglio. Come Albert Béguin che su Esprit nel dicembre 1956 scrisse: È evidente che gli uomini di Ungheria si sono ribellati contro forme di oppressione irriducibili alla alienazione economica di Marx (7). Una frase incisa nel marmo che non bastò a fermare i carri armati sovietici a Praga nel 1968. Io avevo già 13 anni e quell’anno fu fondamentale per la mia cultura e per la mia storia di uomo.
Ecco la lezione. Ieri come oggi la lezione è una sola: la libertà non è mai garantita da chi dice di rappresentare il popolo. Va difesa proprio quando i carri armati sparano sulle case pensando di distruggere il pensiero. Ma la libertà del pensare, la schiettezza, la conoscenza e l’onestà intellettuale vanno oltre ogni barricata e ogni carro armato o missile balistico.
NOTE
(1) Oriana Fallaci. Verifica reale: L’Europeo la invia nell’ottobre 1956 verso l’Ungheria. Non entra a Budapest, si ferma a Vienna e nei campi profughi di Andau e dintorni. Lo conferma la biografia di Cristina De Stefano e la scheda SIUSA. Gli articoli de L’Europeo sono del novembre dicembre 1956.
(2) Operazione Vortice (Vikhr). Dati storici: 17 divisioni sovietiche mobilitate, oltre 2.000 carri armati, tra 60.000 e 150.000 uomini secondo le fasi. La cifra più alta include le riserve. Fonte: http://ungheria.it e storiografia ungherese.
(3) Imre Nagy. Appello radiofonico delle ore 5.20 del 4 novembre 1956 a Radio Kossuth: annuncia l’attacco sovietico. Rifugiato nell’ambasciata jugoslava di Budapest, arrestato il 22 novembre 1956, processato segretamente, giustiziato a Budapest il 16 giugno 1958.
(4) L’Unità. Verifica reale su copia originale: 4 novembre 1956 prima pagina Sbarrata la strada alla controrivoluzione e alle provocazioni internazionali. 5 novembre 1956 pagina interna Le truppe sovietiche intervengono in Ungheria per porre fine all’anarchia ed al terrore bianco. Fonte: Meridiano13, archivio Rai Cultura. Linea identica a L’Humanité francese Budapest retrouve le sourire del 6 novembre 1956.
(5) Albert Camus. Testo originale Le sang des Hongrois, pubblicato su France Observateur e poi L’Express il 23 ottobre 1957 per il primo anniversario. Testo francese verificato: La Hongrie vaincue et enchaînée a plus fait pour la liberté et la justice qu’aucun peuple depuis vingt ans… ; Je ne suis pas de ceux qui pensent qu’il puisse y avoir un compromis, même résigné, même provisoire, avec un régime de terreur qui a autant de droit de s’appeler socialiste que les bourreaux de l’Inquisition avaient le droit de s’appeler chrétiens. La traduzione italiana è quella accreditata da Avvenire e Corriere.
(6) Renzo De Felice e Lucio Colletti. Tra i firmatari del Manifesto dei 101, documento di intellettuali comunisti contro l’intervento sovietico in Ungheria, reso pubblico il 29 ottobre 1956. Dopo quel documento Colletti esce dal PCI, De Felice inizia il distacco. Fonte: Archivio Fondazione Gramsci.
(7) Albert Béguin (1901-1957). Direttore di Esprit dal 1950, successore di Emmanuel Mounier. L’articolo Le fiamme di Budapest è citato in Esprit dicembre 1956, numero dedicato a Ungheria e decolonizzazione. La frase sull’alienazione economica di Marx è riportata nella discussione su Esprit e ripresa da Pierre Hennart.
