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IL CERCATORE DI STELLE. LA TRADIZIONE CONTRO IL MONDO MODERNO E LA RIBELLIONE DEL SINGOLO

A admin
1 de noviembre, 2026

PIERFRANCO BRUNI

Parto da un presupposto. Il punto resta la Tradizione contro il mondo moderno. Non come nostalgia, ma come metafisica. Il mondo moderno ha preso il sopravvento sull’uomo perché gli ha tolto la Persona e gli ha dato il sistema. L’uomo che cerca la salvezza non ha bisogno di un sistema. Ha bisogno di una Persona. Una Persona che non ha un sistema ma possiede l’energia della praticità e del mito come destino e del sacro come rivelazione (1).

Se pur da posizioni diverse, Julius Evola, Ernst Jünger e Emil Cioran costituiscono una barriera al relativismo e al pensiero debole. Sono i tre custodi del confine. Tre anacoreti della modernità. I tre Viandanti oltre la ferita del presente. Evola è convinto che: «Finché il processo non sia giunto al termine, la sola cosa che importi è la reazione interna delle eccezioni, di coloro che mantengono fermo un certo distacco dal presente» (2).

Bisogna cavalcare la tigre. Fino a capire che la modernità è più feroce della foresta dove le tigri assalgono. Ma tra loro c’è sempre una tigre addomesticata. La modernità non addomestica. Divora. Non c’è patto con la modernità. C’è solo distacco. Il distacco dell’eccezione. L’uomo differenziato non partecipa. Guarda. Mantiene ferma la posizione. La sua fedeltà non è al tempo. È al principio.

Evola ci dice che il pensiero che resta non può appartenere a questo mondo in quanto: «Il nostro regno non è di questo mondo. Noi non cerchiamo il plauso delle folle né l’approvazione dei molti, ma la fedeltà a noi stessi e ai principi immutabili» (3). Ecco dunque il risveglio della dottrina. Uscire dal caos del presente significa toccare la libertà dello spirito verso un Assoluto che attraversa le epoche che saranno.

L’Operaio di Jünger è la tecnica della massificazione. Per vivere non può restare singolo ma inventarsi il collettivo. Il collettivo che disprezza Cioran. L’Operaio è la figura titanica del mondo moderno. Ha sostituito il guerriero, l’artigiano, il sacerdote. Ha mobilitato tutto. Ha reso tutto funzione. Tutto lavoro. Tutto tecnica. Ovvero materia (4).

Jünger vede. La tecnica non è uno strumento. È un destino. E il destino della tecnica è la totalità. Non lascia fuori nulla. Chi resta fuori è perduto. Chi entra dentro gestisce non il Pensiero ma il relativismo. Ecco perché Cioran cerca la decomposizione. Per permettere la dissoluzione del tutto noi nell’io tutto. Non c’è più un noi che tenga. Il noi è putrefatto. Resta l’io tutto. Un io che è abisso.

Cioran dirà: «L’uomo genera la storia solo perché ha la facoltà di illudersi. Quando smette di credere nei propri miti, l’azione si paralizza» (5). Oltre a paralizzarsi si va incontro alla decomposizione. Resteranno solo le macerie. Ma le macerie sono verità. La storia è illusione. La decomposizione è rivelazione. Solo nelle macerie si può vedere ciò che resta. E ciò che resta è nulla. E il nulla è l’inizio del sacro in un incipit del Divino.

Nelle macerie potrebbe vivere solo il ribelle. Quel Ribelle di Jünger che: «…è colui che ha un profondo e nativo rapporto con la libertà, il che si esprime, oggi, nell’intenzione di opporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo» (6). Il Ribelle non è il rivoluzionario. Il rivoluzionario vuole prendere il potere. Il Ribelle vuole restare libero. Il Ribelle attraversa il bosco. Il Bosco è il luogo della libertà interiore quando fuori tutto è occupato. Ma oltre il Ribelle c’è l’Anarca. L’Anarca è di più. «L’Anarca non riconosce alcuna legge che non sia la propria…» ci dice Jünger (7).

Diventare Zarathustra direbbe Nietzsche. Diventare l’Anatol di Sgalambro. O come il Siddhartha di Hesse. Come Aladino che cerca la lampada nel buio. Come il Ribelle. Soprattutto come un Anarca nel viaggio dell’impero dell’impossibile. E poi c’è il Perdente. Il mio Cioran lo ha capito. Bisogna cogliere l’amarezza soltanto per non vincere perché bisogna avere la consapevolezza che come disse Cioran: «Una sola cosa importa: imparare a essere perdenti» (8). Anche il cristianesimo è perdente nella modernità ma diventa il mistero dei perdenti che conduce alla vittoria eterna. Il cristianesimo non vince nelle urne. Vince nella croce. La croce è la sconfitta che salva.

Ritornare alla Tradizione le cui strade conducono non alla tolleranza ma alla ricerca della solitudine che diventa la vera rivolta camusiana del presente. Siamo tragicamente complici del negativo se non si diventa completamente singoli nella devozione solitaria alla solitudine. Occorre andare oltre il moderno per non restare implicati. Non voglio avere corresponsabilità con la fine della brutta epoca. Ma edificatore di un Pensiero che ha lacerato il tempo materiale e si trova a fare i conti sia con il mito che con il sacro. Essere metafisica del destino il cui senso per un «osservatore sovrano» resta la fedeltà a se stessi. Ma questo potrà farlo soltanto il singolo che viene ad essere protetto dalla solitudine divina.

Lungo questo orizzonte Kierkegaard aveva già disegnato il fiorire del giglio e il volo del gabbiano. Il giglio che fiorisce senza chiedere. Il gabbiano che vola senza possedere. L’esistenza estetica che diventa etica e poi religiosa. Il singolo davanti a Dio. Non davanti alla storia. Davanti al tempo del Mistero in cui il silenzio più di ogni quantità di parole (9) (10).

Bisogna abitarsi profondamente per superare il Cavaliere e restare un Errante o un Viandante. Il mio Errante potrà chiamarsi Cercatore di Stelle. Ma il Cercatore non trovando alcuna Stella cosa diventerà o cosa potrà fare? Impegnarsi a chiudersi in una stanza e ripensare al perché le Stelle sono morte o sono finite.

Se le stelle sono morte il Cercatore non avrà più nessuna salvezza. Se sono finite dovrà avere la pazienza di attendere. L’aspettare o l’attesa dovrà ogni notte entrare nel bosco e ascoltare, osservare, chiudere gli occhi e riaprirli quando il buio sarà fitto fitto abbastanza. Potrà aggrapparsi così alla speranza che qualcosa possa accadere.

Occorre pazienza e saper aprire gli occhi nel momento in cui sta per arrivare una piccolissima Stella. Quella Stella è la Tradizione. Non come passato. Come origine che ritorna. Come mito che non muore. Come sacro che si rivela quando tutto è crollato. Nel crollo di tutto non bisogna avere alcun timore. Il Cercatore di Stelle è l’ultimo uomo della Tradizione. Non cerca il mondo. Cerca la Stella. E se la trova, ha salvato il suo regno che non è di questo mondo. Ed è qui che il risveglio non è etico non è morale. È Spirituale (11).

NOTE

(1) Sul rapporto Persona-sistema e Tradizione-mondo moderno cfr. Julius Evola, Rivolta contro il mondo moderno, Hoepli, Milano 1934; nuova ed. Mediterranee, Roma 1969.

(2) Julius Evola, Cavalcare la tigre, Scheiwiller, Milano 1961, cap. I, «Orientamenti». Ed. definitiva Mediterranee, Roma 2008.

(3) Julius Evola, Orientamenti, 1950; poi in Cavalcare la tigre, cit., Appendice. La formula «Il nostro regno non è di questo mondo» è topos evoliano tratto da Gv 18,36, ripresa in Gli uomini e le rovine, 1953.

(4) Ernst Jünger, Der Arbeiter. Herrschaft und Gestalt, Hanseatische Verlagsanstalt, Hamburg 1932; trad. it. L’Operaio. Dominio e forma, Guanda, Parma 1991. Sulla tecnica come destino cfr. anche Die totale Mobilmachung, 1930.

(5) Emil M. Cioran, Histoire et Utopie, Gallimard, Paris 1960; trad. it. Storia e utopia, Adelphi, Milano 1982, cap. «Meccanismo dell’utopia».

(6) Ernst Jünger, Der Waldgang, Klostermann, Frankfurt 1951; trad. it. Il trattato del Ribelle, Adelphi, Milano 1990, p. 23 dell’ed. it.

(7) Ernst Jünger, Eumeswil, Klett-Cotta, Stuttgart 1977; trad. it. Eumeswil, Adelphi, Milano 1982, cap. «L’Anarca». La citazione esatta: «L’Anarca non è l’antagonista dell’anarchico».

(8) Emil M. Cioran, De l’inconvénient d’être né, Gallimard, Paris 1973; trad. it. L’inconveniente di essere nati, Adelphi, Milano 1991, frammento finale.

(9) Søren Kierkegaard, Lilien paa Marken og Fuglen under Himlen. Tre gudelige Taler, Copenaghen 1849; trad. it. Il giglio nel campo e l’uccello nel cielo, Donzelli, Roma 1998. Sul Cavaliere della fede cfr. Frygt og Bæven, 1843; trad. it. Timore e tremore, Rizzoli, Milano 1948.

(10) Pierfranco Bruni, Kierkegaard. La ribellione e le macerie, Edizioni Solfanelli, Chieti 2026, pp. 306. Opera in cui l’Autore legge Kierkegaard come filosofo del singolo contro il sistema e dell’esistenza come paradosso tra estetica, etica e religioso.

(11) Pierfranco Bruni, Cioran. In tragico di utopia, Edizioni Solfanelli, Collana Micromegas, Chieti 2025, opera in cui Cioran è interpretato come pensatore della decomposizione e del tragico come destino, oltre il nichilismo del Moderno.

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