KIERKEGAARD, RACHEL BESPALOFF E LE ROVINE DEL SUPERAMENTO DEL LIMITE
di Pierfranco Bruni
La difficoltà come cammino. È il fattore della singolarità in Søren Kierkegaard. «Non è il cammino che è difficile, è la difficoltà che è il cammino». Kierkegaard ci consegna così il suo imperativo (1). Non una frase a effetto, ma un destino. Il destino prende l’uomo. Ne cattura la presenza e l’assenza. Non cattura il tempo. Cattura l’uomo dentro il tempo.
La filosofia è destino. Non è interrogativo. È imperativo che coinvolge necessariamente l’uomo. L’uomo e il tempo dentro la verifica della ricerca d’infinito. Una ermeneutica del pensiero che non lascia spazio ad alcuna risposta perché il fatto è anche di natura epistemologica (2).
Ci sarà mai stato un ibrido tra epistemologia e metafisica? La metafisica è finita davanti al labirinto cruento delle macerie. È l’uomo moderno che crea macerie perché non ha saputo rispettare la tradizione. Nel momento in cui la metafisica si avvia alla morte ha smesso persino di restare in rivolta, come voleva Camus (3), e ha incontrato la barbarie, ovvero il pessimo. Si può vivere in un mondo pessimo? Con la consapevolezza della solitudine come isola della misantropia. Siamo a Sgalambro (4).
La speranza non c’è più perché è venuta meno l’attesa. Anche se restiamo tutti dentro una apocalittica attesa. Dove ci porterà? Al tramontare dell’uomo della civiltà ma alla crudeltà del tempo. Ciò che si vede dipende da come si guarda. Poiché l’osservare non è solo un ricevere, uno svelare, ma al tempo stesso un atto creativo, ancora Kierkegaard (5).
Ma come si attraversa Aristotele? Con un concetto che ci rimanda a una sentenza antica: Gli uomini malinconici sono tra tutti i più arguti (6). Il tempo, comunque, è tiranno. Fa tramontare l’uomo, ma lui, il tempo, è la durata dell’istante in istante anche dopo la morte dell’uomo.
C’è un mondo pessimo con il quale occorre fare i conti lungo la linea del limite. Il filosofo che ha percepito il mondo pessimo non nella modernità ma come questa viene vissuta. Il filosofo di Anatol Manlio Sgalambro richiama il senso del tempo come brevità della vita. Il filosofo che nella morte del sole ha ricostruito il tramontare tra Nietzsche e Cioran (7). Il filosofo che ha attraversato il mito in una fenomenologia intagliata tra l’assurdo e il destino. Insomma una ricca meditazione che apre prospettive a un filosofare che va oltre la stessa storia della filosofia.
L’isola, il mare, l’intelletto, la grecità, Aristotele e Manlio Sgalambro per una Sophia del destino. Un viaggio indefinibile a volte o un indefinito viaggio. Ma il rapporto tra viaggio e tempo è fondante anche all’interno di una visione di eresie e di eretico in solitudine. La lettura di Giordano Bruno non è assolutamente capziosa e l’isola con la sua solitudine che rende misantropi è una lettura del limite come organizzazione di vita che va oltre.
Cosa è l’oltre? Sgalambro accetterà mai il pensiero di Pascal quando afferma: Ritengo che contro chiunque vorrebbe rinvenire nell’uomo la spiegazione dell’uomo stesso, l’uomo sia un problema la cui soluzione si trova soltanto in Dio (8). Direi di sì. Il Dio di Pascal è una misura di eterno tra il mortale e l’immortale in Sgalambro perché raccoglie il destino come tempo dell’assurdo. Accetta il destino anche se è un assurdo. Ma se è tale la filosofia non può che essere destino perché è collegata alla miseria della non volontà.
Nietzsche si pone la stessa questione ma pone la visione della potenza come cammino al di là del bene e del male (9). Il destino è proprio questo? Le cose invecchiano ma l’uomo non è una cosa. È un pensiero e come tale trova nel destino il desiderio di non avere desideri. In fondo ritornando ad Aristotele non si può essere convinti che nel concepire un ideale possiamo presumere quel che vogliamo, ma dovremmo evitare di tradire il limite. Sgalambro ci porta qui. Al limite come rovina del superamento. La modernità ha voluto superare il limite. Ha prodotto rovine.
Comunque. L’istante e la metafisica della ferita sono nel nostro destino. C’è sempre una ferita nella metafisica dell’esistenza. È data da quell’istante che resiste alla morte. Diventa archetipo della memoria e profezia dell’anima. Cosa è l’istante ferito nella metafisica del pensiero? Rachel Bespaloff apre l’Iliade e chiude il Novecento (10). Scrive: Cosa importa se gli dèi soccombono insieme agli eroi… Immortali, i versi del poeta diranno la tristezza infantile di Achille, i rimpianti di Ettore, i pianti di Andromaca. Con questa frase butta giù un secolo di estetiche. Omero non è il poeta delle apoteosi. Non è Nietzsche. Non canta il trionfo della forza. Canta l’energia umana nella sventura.
Per Bespaloff Omero fonda la prima filosofia occidentale: la filosofia dell’istante. Non del sistema. Della ferita. Non dell’eternità che assorbe. Dell’eternità che resiste in un solo attimo. Omero e Tolstoj rappresentano chiaramente due eternità. Tolstoj ricompone. Il suo demiurgo ci porta verso l’Asia, verso l’India dei mistici e dei santi. L’io si scioglie. Omero divide. Attraverso il paganesimo ci spinge verso gli scogli aguzzi dell’Occidente cristiano. Non dissolve l’individuo. Lo accende (11). L’eternità omerica è volontà. È atto. È decisione che dura più del corpo. E l’atto ha una sola misura: l’istante.
C’è sostanzialmente una costellazione dell’istante. Ma Bespaloff non inventa. Raccoglie. Sta dentro una genealogia segreta. Agostino osserva come il presente è la soglia in cui l’anima tocca Dio (12). Kierkegaard trova nell’istante la sintesi di tempo ed eternità, è il salto della decisione (13). Seneca: chi vive nel futuro perde il presente. Marco Aurelio: Agisci come se questo fosse l’ultimo istante (14). Nietzsche: La vita è fatta di rarissimi momenti di grande intensità. Hölderlin: Che cosa è tutto quanto gli uomini han pensato in millenni, di fronte a un solo istante di amore? (15). Camus in cui Sisifo vince nel disprezzo dell’istante afferma: La perspicacia consuma, nello stesso istante, la sua vittoria (16). Maria Zambrano sottolinea che Forse la felicità prende la forma dell’istante che è l’unità di tempi multipli e che Salvare le parole dall’istante, dalla loro natura transitoria e condurle al perdurante è il compito di chi scrive (17). Mentre per Pavese: Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi (18).
Omero resta centrale come poeta e come pensiero omerico. Per Bespaloff Elena non è colpa. È rivelazione. È l’istante in cui il desiderio diventa storia. Ed Ettore è l’opposto. È l’istante etico. È il padre che sceglie la città contro la vita. Tra i due c’è Achille. Doppio istante: l’ira che uccide e il pianto che restituisce. Omero per Bespaloff non descrive guerre. Fissa istanti. E in quegli istanti l’uomo diventa definitivo. Ecco perché Bespaloff dice che Omero crea la prima filosofia della pietas. Prima ancora della legge c’è il corpo. Prima ancora del diritto c’è Priamo che entra nella tenda di Achille. Un istante di riconoscimento che ferma la furia. Per questo l’istante diventa libertà e creazione. Per Bespaloff infatti l’istante è libertà non perché possiamo tutto, ma perché dentro la necessità possiamo dire io (19).
L’istante è anche creazione. È rigenerazione. È la porosità di cui parla Zambrano: il vuoto nel tempo in cui l’uomo smette di essere trascinato e comincia a scegliere. Scrivere, per Bespaloff, è questo: salvare dall’istante. Fissare ciò che altrimenti andrebbe perduto. Le rovine del superamento sono la nostra truncea. Ma c’è una resistenza sottesa. Rachel Bespaloff scrive negli anni della catastrofe. Cerca un punto che non ceda. Lo trova nell’Iliade. Trova che la civiltà occidentale nasce non da una vittoria, ma da un lutto cantato. Nasce quando un uomo decide di dare un nome a un dolore e quel nome dura tremila anni. Ecco Omero per Bespaloff. Il quale non è leggenda. Bensì Coscienza. Non è soltanto mito. Ma metafisica dell’istante.
In questo triplice movimento Bespaloff ricompone tutta la filosofia dell’istante. Da Agostino a Zambrano. Ci lascia una verità compatta, dura, luminosa: l’uomo non dura nei giorni. Dura negli attimi in cui ha avuto il coraggio di essere umano fino in fondo. Quelli sono gli istanti che Omero ha messo in versi. Quelli sono gli istanti che Bespaloff ha messo in pensiero. Kierkegaard ci dice che la difficoltà è il cammino. Sgalambro che il mondo è pessimo se si vuole superare il limite. Bespaloff che nell’istante ferito la rovina diventa canto. Tre filosofie del destino che si incontrano in un unico punto: l’uomo non si salva superando il limite, si salva abitando l’istante in cui il limite lo ferisce e lo rivela.
NOTE
(1) Søren Kierkegaard, Diario, 1847, ed. it. Diario, Morcelliana Brescia 1962, vol. VII, aforisma sulla difficoltà come cammino, trad. it. Cornelio Fabro, attribuito anche a Enten Eller.
(2) Sul destino come imperativo cfr. Pierfranco Bruni, Kierkegaard e la filosofia come destino, in Studi Kierkegaardiani, Pellegrini 2020.
(3) Albert Camus, L’uomo in rivolta, 1951, ed. it. Bompiani Milano 1957, cap. La rivolta metafisica.
(4) Manlio Sgalambro, Trattato dell’empietà, Adelphi Milano 1987, e La morte del sole, Adelphi 1982, sul mondo pessimo come categoria metafisica e non sociologica.
(5) Søren Kierkegaard, La malattia mortale, 1849, ed. it. SE Milano 2008, sull’osservare come atto creativo e sulla disperazione come malattia dell’io.
(6) Aristotele, Problema XXX, 1, 953a, ed. it. Problemi, in Opere, Laterza Bari 1973, sugli uomini malinconici come i più arguti.
(7) Manlio Sgalambro, La morte del sole, Adelphi 1982, e Dell’indifferenza in materia di società, Adelphi 1998, ricostruzione del tramonto tra Nietzsche e Cioran.
(8) Blaise Pascal, Pensieri, fr. 131 ed. Brunschvicg, 148 ed. Lafuma, ed. it. Einaudi Torino 1962, sull’uomo come problema la cui soluzione è in Dio.
(9) Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, 1886, ed. it. Adelphi Milano 1977, aforisma 2 e 44 sulla volontà di potenza come superamento.
(10) Rachel Bespaloff, Sull’Iliade, 1943, ed. it. Sull’Iliade, a cura di Laura Sanvito, Bollati Boringhieri Torino 2004, p. 22, citazione Cosa importa se gli dèi soccombono… con trad. it. di A. Paris.
(11) Ivi, p. 34, distinzione tra eternità omerica come volontà e eternità tolstojana come dissoluzione dell’io.
(12) Agostino, Confessioni, Libro XI, 27, ed. it. Fondazione Lorenzo Valla 1968, sul presente come soglia tra memoria e attesa.
(13) Søren Kierkegaard, Il concetto dell’angoscia, 1844, ed. it. SE Milano 2007, cap. III, sull’istante come sintesi di tempo ed eternità.
(14) Marco Aurelio, Ricordi, VII, 69, ed. it. Einaudi Torino 1968, trad. di Enrico Renna.
(15) Friedrich Hölderlin, Iperione, 1797, ed. it. Adelphi 1981, Lettera a Bellarmino, e Nietzsche, Umano troppo umano, aforisma 12.
(16) Albert Camus, Il mito di Sisifo, 1942, ed. it. Bompiani 1947, p. 122.
(17) María Zambrano, La confessione come genere letterario, 1943, ed. it. Bruno Mondadori Milano 1997, e Chiari del bosco, 1977, ed. it. SE Milano 2004, sulle tre citazioni sull’istante e sul compito di chi scrive.
(18) Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, Diario 1935 1950, Einaudi Torino 1952, annotazione del 10 ottobre 1940.
(19) Rachel Bespaloff, Sull’Iliade, cit., p. 56, sull’istante come libertà di dire io dentro la necessità.
