IL MIO SESTOV E LA FILOSOFIA DEL SINGOLO
di Pierfranco Bruni
Il vero compito della filosofia quale sarebbe? Šestov sottolinea: “Il compito della filosofia non è quello di rassicurare l’uomo, ma di insegnargli a vivere nell’incertezza… non di rassicurarlo, ma di turbarlo”. Da qui alla storia. A quella storia che vorrebbe definire la ragione. Una ragione che ucciderebbe il dubbio. Da qui nasce la mia incredulità della storia. Proprio per questo non condivido l’interpretazione del fatto che la storia siamo noi. Cosa vuol dire, dal punto di vista semantico e antropologico? È un atto piuttosto pretenzioso. Io non mi sento tale da poter dire che la storia siamo noi. Piuttosto potrei dire, più umilmente, io sono la mia storia. Quel noi è così totalizzante che dovrebbe significare io, tu, loro, noi siamo un tutt’uno. Per chiarezza del vero non può essere così. Si potrebbe dire che c’è una identità che fa capo a un centro, ma poi ci sono le appartenenze, le radici, i radicamenti che non fanno il noi. Bensì fanno l’io.
Mi sembra la stessa logica applicata al tempo in cui si affermava Tutto è politico. Non era così e non è così. In caso contrario si dovrebbe affermare che l’amore è politico, leggere un libro in solitudine è un atto politico, scrivere è un atto politico in cui viene annullata la singolarità. Invece io sono singolo. La malattia è del singolo. La solitudine stessa è del singolo. La stanza in cui vivo è del singolo. I due concetti sono derivazioni ideologiche che non reggono perché sono semplicemente una sterile provocazione culturale ma soprattutto esistenziale.
Non siamo uno stormo di uccelli. Siamo come un’onda. Vivo la metafora dell’onda. Ogni onda sembra uguale all’altra ma è sempre diversa. Lo aveva ben capito Eraclito buttando una pietra in uno stagno. I simboli valgono come valgono le comete che hanno sempre una diversità di fondo. Come le stelle che sembrano a volte un gregge ma ogni stella ha la sua distanza e la sua vicinanza e non sono mai uguali. Nietzsche lo affermò con il suo Zarathustra. Noi possiamo identificarci. Ma ognuno vi trova la sua emozione e ha all’interno un io percettivo. Altrimenti non avrebbero senso le emozioni e le percezioni, compresa la passione.
Dunque. Non è vero che la storia siamo noi. Io sono la mia storia. Quel noi è omologante e massificante. Invece si vive nelle distinzioni. Le distinzioni evitano il caos. Fanno viaggiare in un labirinto ma alla fine ci si ritrova e ci si ricongiunge al focolare domestico ovvero all’antico ritorno di cui sia Nietzsche che Eliade con la visione del cerchio riconducono l’io al tempo della tradizione.
Come non è vero che noi siamo la nostra memoria storica. Perché la memoria è un mosaico di ricordi. I ricordi non conoscono il noi bensì l’io. Altrimenti neppure la psicologia e la psicoanalisi avrebbero senso. Sarebbero un dato antropologico. Ma anche qui si apre un discorso non collettivo ma individuale. Io pongo al centro non la civiltà di un popolo. Prima pongo al centro la mia eredità. Successivamente entra in un articolato confronto con l’altro. Dal momento che esiste l’altro deve preesistere l’io. Certo sono completamente calato dentro Kierkegaard. Non siamo un sistema e tanto meno una fenomenologia perché ogni singolo porta con sé e dentro di sé il proprio vissuto. Un vissuto appunto singolo. Non siamo ciò che gli altri raccontano di noi. Sono ciò che racconto io di me stesso. Perché non siamo una cosa. Siamo un destino. Il mio destino non può essere il tuo destino. Per meglio comprenderci. L’ho sottolineato nel mio libro su Kierkegaard pubblicato da Solfanelli (1). L’ho affermato nel corso di una mia conferenza nell’aprile del 2005 a Santo Doningo.
Il ritornare in se stessi di Plotino e di Agostino sono la testimonianza più profonda di una confessione che prende corpo proprio nel momento in cui diventa Diario. Penso a quello di Cesare Pavese il cui scrivere è sempre un ritornare a se stesso abitandosi, direbbe Maria Zambrano. Altrimenti non avrebbero senso neppure ciò che chiamiamo Confessioni nel senso anche tolstojano. Nelle Confessioni non c’è il noi. C’è sempre l’io. Non si tratta più soltanto di identità allargata in termini di processo storico. Ma di ritrovare la propria identità che nasce dalle radici che ci portiamo dentro. Un fatto che complica e definisce le singole esistenze attraverso un concetto forte che è il Mistero del singolo.
Ed è proprio qui che Šestov mi soccorre. Lev Isaakovič Šestov, filosofo russo nato nel 1866 e scomparso nel 1938. Autore de “La filosofia della tragedia”, di “Dostoevskij e Nietzsche”, di “Kierkegaard e la filosofia esistenziale”, di “Sulla bilancia di Giobbe”, di “Atene e Gerusalemme”. Su Plotino, proprio su Plotino, scrive: “Per quante domande noi porremmo a Plotino, non riceveremo alcuna risposta. Non ode neppure le nostre domande che per lui hanno cessato di esistere. E uno dei privilegi più importanti è proprio il diritto di non dare risposte, di non ribattere, di non doversi giustificare o, in altre parole, la non soggezione alle istanze comuni” (2).
Ecco. Il singolo non risponde. Non deve rispondere. Il noi chiede, pretende, processa. L’io può tacere. Può non ribattere. Può non giustificarsi. Questo è il suo privilegio. La sua sovranità. E ancora Šestov, con un taglio netto di cui condivido, sottolinea: “La verità è ciò che passa davanti alla storia e che la storia non nota” (3).
Infatti la verità passa. Nel singolo. Sempre nel singolo. All8ra Šestov: “Viviamo circondati da un’infinità di misteri. Ma ciò che è più enigmatico e inquietante è che il mistero in generale esista, e che siamo in qualche modo tagliati fuori dalle fonti e dalle origini della vita” (4). È il mistero che Šestov insegue in “Sulla bilancia di Giobbe”. Giobbe non chiede spiegazioni alla storia. Chiede a Dio. E Dio non risponde con la ragione. Risponde con il mistero. Così è l’io. Tagliato fuori dalle fonti, ma proprio per questo vivo. Non rassicurato. Turbato. Come voleva la filosofia. Una inquietante infinita.
Dunque?
Šestov è uno di quei filosofi che ha dato poi un senso ad una visione dostoevskiana. Il superamento dei demoni. Il superamento del senso di colpa. Il superamento del sottosuolo. Con una precisa connotazione in cui Cristo domina. Cristo regna. Cristo dalla croce alla redenzione diventa il riferimento centrale. Ecco perché non è possibile parlare di storia in sé o di storia come ragione della storia stessa. La storia non spiega se stessa. Non si giustifica da sola. Va oltrepassata. E questo mi porta a fare una considerazione sul valore dell’io e quindi del singolo. In tutto questo viaggio ritorna la figura di Kierkegaard. Il filosofo per eccellenza del singolo.
Pensare che Šestov non abbia influito sulla poesia, sulla letteratura e soprattutto sulla filosofia del Novecento è dire una cosa non vera. Tuttora Šestov viene recuperato da Rachel Bespalov, in parte da Maria Zambrano, ma di tutta quella filosofia metafisica che campeggia soprattutto nel Novecento la filosofia è metafisica. La metafisica è una filosofia dell’io che pone all’attenzione Dio. Quindi si va oltre la storia. Si va oltre la ragione. Si va oltre una visione materialista della vita. Perché profondamente c’è la spiritualità del senso e dell’orizzonte nei quali, o nel quale, l’io diventa fondamentale.
È chiaro che il dubbio diventa portante. Perciò la filosofia del dubbio domina ancora una volta. O campeggia negli scritti di Šestov. Dunque, per essere più chiari. Bisogna scegliere qualcosa che dica: forse non conosco la filosofia. La filosofia diventa un pensiero pensato. E il pensato perfetto da regalare non ha verità se non la propria storia. La storia individuale di ognuno di noi. Ecco il punto. Il dubbio non è un difetto da correggere. È la forma stessa del singolo. La ragione vorrebbe chiudere. Il dubbio apre. La storia vorrebbe definire. Il dubbio turba. E turbando, salva l’io dal noi.
Sono convinto che Šestov sia stoffa di un filosofo completamente calato nel mondo esistenziale. Ma non nel mondo esistenziale di tutti. Ognuno di noi vive una propria esistenza. E quindi questo vivere ognuno di noi la propria esistenza significa anche separarsi dalla storia delle masse. In me non c’è la concezione delle masse. Non c’è la concezione del popolo. In me resta l’io. È questo il punto. Šestov non parla a tutti. Parla al singolo. Parla a chi si separa. Parla a chi non si riconosce nel corteo. La sua filosofia non è per la massa. È per l’uomo che resta solo con il suo mistero. Con il suo dubbio. Con il suo Dio. Che diventa così anche il mio Dio. Il fatto che la storia siamo noi è appunto l’annullamento della persona. Direbbe Kierkegaard che nel momento in cui mi etichetti, mi annulli. Il punto nevralgico è proprio qui. Il noi annulla l’io. Ma si vive di io. Quando si dice la mia casa, la mia vita, mio figlio non facciamo altro che usare l’io. La mia storia.
Quel noi ideologico, in fondo, è la negazione più sottile dell’io. Se la storia siamo noi, allora nessuno è responsabile e tutti sono colpevoli. Se io sono la mia storia, allora io rispondo di me. È qui la differenza etica tra massa e persona, tra slogan e destino. L’onda non appartiene al mare. Appartiene a se stessa nel momento in cui si infrange. Può infrangersi anche contro il mio corpo, nei miei occhi. E sono sempre io a subire le conseguenze. Il noi non è neppure metafora. È una brutta retorica. L’io è piuttosto metafisica. Perché? Šestov lo dice con chiarezza. Così. “Non fu l’uomo, bensì Dio a cogliere il frutto dell’albero proibito e ad assaggiarlo” (5).
E se fu Dio a compiere quel gesto, allora l’uomo non è colpevole davanti alla storia. È responsabile davanti a se stesso. Davanti al suo mistero. Davanti al suo destino. Non davanti al noi. Mi sembra che questo sia il problema di fondo. Rileggo Šestov. In questo tragico tempo (6). Mi sembra che abbia dettato una profezia. Continuo a rileggerlo. Con pazienza. C’è sempre un Me e un Te. Cosa si sveglie? Ognuno sceglie im proprio Si. E finiamola qui.
NOTE
(1) Pierfranco Bruni, “Kierkegaard. La ribellione e le macerie”, Edizioni Solfanelli, Chieti 2026, pagine 306. Euro 20,00.
(2) Lev Isaakovič Šestov, “L’eredità fatale. Etica e ontologia in Plotino”, traduzione di Valentina Parisi, Ananke, Torino 2005.
(3) Lev Isaakovič Šestov, “Atene e Gerusalemme. Saggio di filosofia religiosa”, traduzione di Giovanni Ferraro, Bompiani, Milano 2008, edizione del 1938.
(4) Lev Isaakovič Šestov, “Sulla bilancia di Giobbe. Peregrinazioni attraverso le anime”, traduzione di Alberto Schiavone, Adelphi, Milano 1991, edizione originale 1929.
(5) Lev Isaakovič Šestov, “La filosofia della tragedia. Dostoevskij e Nietzsche”, traduzione di Enrico Macchetti, Bompiani, Milano 2010, edizione originale 1903.
(6) Lev Isaakovič Šestov, “Kierkegaard e la filosofia esistenziale”, traduzione di Enrico Macchetti, Bompiani, Milano 2009. Edizione originale del 1936.
