La leggenda delle arule di San Lorenzo del Vallo. Il fuoco che non si spegne tra Teseo e Piritoo
Pierfranco Bruni
Gli dèi e i miti mi affollato i pensieri. Ci sono giorni in cui il mito si dichiara cercando di avere qualche risposta. Ma non può essere così. Bisogna immaginarla. Oppure sognarla. Come spesso mi accade.
Ho sempre cercato la leggenda delle arule del mio paese. Più che le monete repubblicane romane sono le arule cosiddette fittele a raccontarmi un culto.
Certo. L’ho cercata nei libri. Ma non bastano i libri. Nei libri c’è la scheda. C’è il catalogo. C’è la data. V secolo a.C. Terracotta, Museo di Crotone. Ovvero diventa soltanto archeologia. So che l’archeologia parla. Da archeologo vivo questa lingua.
Ma la leggenda non sta lì. La leggenda sta nella terra, sta nella valle dell’Esaro quando al tramonto l’aria si fa pesante e il fiume sembra parlare. E porta echi che si avvertiranno anche quando giungerà Spartaco in cerca di fuga per la Sicilia e il romano Crasso con il suo esercito impedirà di andare oltre in una cruda battaglia.
Io, da anni, torno lì con la stessa domanda che non ha ancora risposta. Le arule e il linguaggio dei simboli…
Mi sono chiesto più volte: perché San Lorenzo…?
Perché proprio qui? Perché un paese piccolo, tra due fiumi, senza templi, senza colonne, senza marmi, ha custodito per duemilacinquecento anni un mito così grande? Perché qui il sacro non ha mai avuto bisogno di essere monumentale? Me lo sono chiesto per la prima volta davvero un pomeriggio, era il 14 agosto di un anno che non ricordo, faceva un caldo che ti si attaccava addosso.
Ero a San Lorenzo, seduto su un muretto vicino alla fontana vecchia, quella che sta sotto davanti alla chiesa. Passò un vecchio, il cui nome mi sfugge, forse si chiamava don Ciccio, con la coppola e il bastone. Mi guardò e mi disse, senza che io gli avessi chiesto niente:
«Professò, lei cerca cose che non stanno scritte. Qua u focu non si stuta mai.»
U focu non si stuta mai. Il fuoco non si spegne mai. Perché questa è anche terra di faciarene ovvero di falò…
Ecco. Lì ho capito. Bisogna sempre cercare di capire perché il mito è ripetizione.
Comunque.
Allora non c’era la preghiera. C’era il mito.
Non c’era la preghiera come la intendiamo noi, recitata, imparata a memoria, detta in chiesa con le mani giunte. C’era la devozione. C’era il culto e c’era l’attrazione al mito… Appunto!
È diverso. La preghiera chiede. La devozione custodisce. La preghiera guarda in alto. La devozione guarda dentro casa, dentro il focolare, dentro la cenere ancora calda. Come spesso si creava nel camino della mia casa quando c’erano papà e mamma.
Gli arbëreshe, che vennero dopo, lo chiamavano in un altro modo, ma era la stessa cosa. Lo chiamavano vatra. Vatra è il focolare, ma è anche di più. È la casa, è il centro, è dove si torna. E il fuoco, per loro, era zjarr. Zjarr non è solo fuoco che brucia. È fuoco che ricorda. Quando me l’ha spiegato una donna di Spezzano Albanese, di nome Rosa, mi ha detto: «Noi non abbiamo portato solo la lingua. Abbiamo portato la vatra.» E io ho pensato subito alle arule. Perché anche le arule erano una vatra portatile. Una vatra che camminava. Cammina cammina per giungere dove?
Il popolo di San Lorenzo ha sempre cercato un mito da custodire. Non un eroe da celebrare in piazza. Un mito da tenere in casa, come si tiene un lume acceso. Perché un popolo senza mito è un popolo senza fuoco. E qui il fuoco non si è mai spento.
Dirò di più. Quando Sibari cadde e cadde con tutto il suo oro, con tutta la sua superbia ma anche la sua eleganza e la bellezza delle donne, la gente non scappò con l’oro. Scappò con le arule. Piccoli altari di terracotta, grandi come un pugno, con sopra incise storie d’oltretomba. Miti. Il mito della morte che non muore o della morte che non esiste… Le arule viaggianti portano il fuoco e la cenere e il vento faceva il resto… Ho colto questo resto altrove… Dunque? È vero che bisogna andare oltre.
Le portavano le donne, avvolte in un panno, strette al petto. Le arule. Dentro c’era ancora un po’ di cenere del focolare di Sibari. E il vento, attraversando la valle dell’Esaro, spargeva quella cenere sui campi, sulle tombe, sulle case nuove. Così Sibari non morì. Si fece cenere. Si fece vento. Si fece San Lorenzo. E su una di quelle arule c’era inciso il viaggio più terribile: Teseo e Piritoo prigionieri nell’Ade. Ecco dov’è il mito che non conosce dimenticanza…
Due eroi che avevano voluto sfidare la morte. Seduti su seggi di pietra, con la pietra che diventava carne, stavano ad annunciare destini. Le madri mettevano quell’immagine accanto ai loro morti non per paura, ma per compagnia. Perché ogni uomo, prima o poi, scende nel suo Ade. E ha bisogno di sapere che non è il primo ma neppure l’ultimo.
Teseo e Piritoo… Che figure…
Chi erano davvero questi due che stanno incisi sull’arula. Teseo era il re di Atene. Aveva ucciso il Minotauro. Aveva attraversato il labirinto con un filo. Piritoo era il re dei Lapiti. Era il suo amico più caro. Erano legati da un patto che era più forte del sangue. Si erano promessi che avrebbero preso in sposa solo le figlie di Zeus. Teseo scelse Elena. Piritoo scelse Persefone. E Persefone era già la sposa di Ade. Era la regina dei morti. Andare a prenderla voleva dire scendere nell’Ade da vivi e sfidare il dio che non perdona. Ade li fece sedere. Fece finta di accoglierli. Li fece sedere su due seggi di pietra. E la pietra li prese. Li tenne fermi. Li fece diventare pietra e carne insieme. Restarono lì per anni. Senza voce. Senza fuga. Fino a quando arrivò Eracle. Eracle riuscì a strappare Teseo dal seggio. Ma Piritoo restò lì. Perché aveva voluto troppo. Perché aveva voluto la donna della morte. Ecco perché sulle arule di San Lorenzo ci sono loro due. Non per raccontare un’impresa. Per raccontare un limite. Per dire a chi guardava l’arula che anche gli eroi restano prigionieri. Che la morte non si ruba. Che l’amicizia può salvarti e può perderti. E che il viaggio nell’Ade lo fa ogni uomo quando perde qualcuno. E resta seduto lì finché qualcuno non viene a cercarlo e non lo chiama per nome.
Sull’altra faccia dell’arula, la guardiana: una sfinge alata tra una donna seduta e un leone. La sfinge non parla. Non deve. È lei che custodisce la soglia tra i vivi e i morti, tra il greco e il romano, tra ciò che è stato e ciò che sarà. E il leone, accanto, è la forza quieta della terra, quella che non fa rumore ma non si arrende mai. Perché è destino.
Poi vennero gli Arbereshe, poi venne il castello, la torre e le fontane. Ma molto dopo. Ed è un’altra storia dopo secoli ed epoche. Un’altra storia! Un altro tempo!
Venne un’altra lingua, vennero altri canti, vennero le pietre di un castello a guardare la valle dall’alto, venne l’acqua delle fontane a dire che anche qui si poteva restare. E San Lorenzo divenne un racconto diverso ma sempre uguale nel suo profondo: sotto, le tombe preelleniche con le armi e le fibule. Sopra, le arule greche. Sopra ancora, le pietre romane di Interamnium. E poi le voci greche e le parole elleniche che resistono nel dialetto dei vecchi di quando io ero giovane, che portavano un altro nome per dire madre, casa, dèi, Dio. Ma c’erano sempre Teseo e Piritoo come guardiani dell’impossibile…
Tutto è passato di qui. Tutto ha lasciato un segno. Ma niente ha spento il primo fuoco. Perché le arule restano la memoria di un paese in devozione dei miti greci… Non sono reperti da museo, anche se oggi una di loro sta a Crotone, guardata dietro un vetro, dopo essere stata a Venezia, a Palazzo Grassi, a farsi ammirare dal mondo. Sono memoria. Sono devozione.
Penso ancora a Teseo e Piritoo… Vivono nel mio immaginario come un vissuto reale in cui anche io c’ero… Fantasia e mistero!
Ancora oggi, quando torno a San Lorenzo e sento il vento che scende dall’Esaro, penso a quelle donne con l’arula stretta al petto. Come le donne greche… Penso a quella cenere che volava. E mi chiedo se la leggenda non sia proprio questa: non soltanto la storia di Teseo e Piritoo, non la storia della sfinge e del leone. Ma la storia di un paese che ha scelto di custodire, invece di dimenticare.
E finché ci sarà qualcuno che cercherà la leggenda delle arule, San Lorenzo non morirà mai. Perché il culto è lì e in ciò che ancora rappresentano. Ho scritto queste pagine non per spiegare un reperto, ma per restituire un fuoco. Perché ogni arula è un focolare portatile, ogni cenere è una preghiera senza parole, ogni mito è una casa dove l’uomo può tornare quando tutto il resto è caduto.
San Lorenzo del Vallo è questo.
Un paese che non ha avuto templi, ma ha avuto devozione. Non ha avuto eroi di marmo, ma ha avuto donne che hanno portato il sacro nel palmo della mano. E mentre il mondo correva verso il rumore, loro restavano in silenzio a custodire il vento, la cenere, il fuoco.
E soprattutto Teseo e Piritoo.
Da Sibari al Concio, il filo è lo stesso. Cambiano i nomi, cambiano le lingue, cambia la pietra delle case. Non cambia il fuoco. In fondo ho cercato la leggenda. E alla fine la leggenda mi ha trovato. Perché il mito non si cerca. Si custodisce. Pur non sapendo cosa sia e possa essere. Teseo e Piritoo restano a raccontare anche il tempo che corre lungo le viscere della memoria.
È proprio vero. Ho cercato la leggenda delle arule e alla fine la leggenda ha trovato me nei pressi del Concio Longo di Fedula dove il fuoco della liquirizia non si è mai spento e dove gli scavi archeologici hanno dato il senso di tutto di San Lorenzo del Vallo. Un mito può finire? No. Si addormenta. A volte si nasconde. Ma riappare sempre. Sotto altre vesti. Sotto sembianze che sembrano nascoste. Ma se rifletti caro amico di San Lorenzo noi restiamo eredi di quelle arule che hanno le voci lo sguardo il silenzio di Teseo e Piritoo. Ora smetto di scrivere. Accendo il mio sigaro. Ci sono nuvolette di fumo nelle quali immagino di vedere Teseo e Piritoo che osservano il vento e i luoghi di ciò che è stato San Lorenzo un tempo nel quale gli dèi raccontavano.
Dalla mia casa di San Lorenzo. Novembre 2026.
Nota
Il Concio non è un’invenzione. È Concio Longo. È una contrada di Fedula. È il territorio che scende da San Lorenzo verso l’Esaro e verso la piana. Lì stava l’Opificio Longo e lì si lavorava la liquirizia. Il concio era la fabbrica del fuoco e della radice. Da Sibari al Concio il fuoco non cambia. Cambia solo il lavoro che lo custodisce. Prima custodiva il mito. Dopo custodiva il pane. Ora è lì. Al tempo delle arule e al tempo della rappresentazione di Teseo e Piritoo non si chiamava Concio. Ma cosa cambia? Il mito è destino.
