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FOSCOLO DALLA LETTURA FILOSOFICA ANTICA AL NOVECENTO 

A admin
8 de noviembre, 2026

Pierfranco Bruni 

Ugo Foscolo nella filosofia.  Un tema che mi ha demore affascinante. Mi è rimasto cucito addosso per una cosa semplice: non riesce a stare fermo in una sola filosofia. Cambia, si contraddice, si corregge. E proprio per questo mi sembra vero. In lui ci sono il materialismo antico ben superato e la passione moderna, il tragico e la voglia di costruire. Ho provato a metterlo in ordine in tre tempi, antichità, Settecento, Novecento, ma alla fine è Maria Zambrano che mi ha aiutato a tenere tutto insieme. Perché Zambrano parla di esilio, e Foscolo è un esule che non si rassegna oltre Ovidio. Perché la filosofa spagnola parla del tempo abitato e della metafisica del buio. Foscolo giunge al buio attraverso Vico e la metafisica dell’anima.

Se dovessi partire appunto da una prima radice direi subito che si tratta dLucrezio. Perché? Perché Foscolo lo conosceva bene, lo aveva letto e anche tradotto in parte. Da lui prende l’idea che il mondo sia solo materia in movimento, senza provvidenza, senza aldilà. La morte, in questa visione, è scomposizione. Fine della coscienza. Quando in Alla sera scrive nulla eterno, io avverto immediatamente proprio quella pagina lucreziana, quella del De rerum natura dove tutto si dissolve e torna polvere. Anche nell’Ortis la natura è così. Ovvero si crea quella visione e poi distrugge quello che ha creato, senza alcuna pietà.

Eppure Foscolo non resta fermo lì. Se la fisica è epicurea, l’etica è stoica. Questo mi ha sempre colpito. Da Seneca e da Catone l’Uticense prende la fermezza, il dovere verso la patria, la libertà interiore che non non si dissacra. Il suicidio di Jacopo Ortis, letto così, non è una fuga e basta. È un gesto politico, quasi un atto di ribellione. Catone si uccide per non vedere la fine della Repubblica. Jacopo si uccide perché non vuole vedere la fine della sua libertà, della sua patria, del suo amore. È duro da dire, ma in Foscolo il suicidio diventa l’ultima forma di dignità. Ovvero nel suo alter ego.

Nelle opere mature, arriva Platone. Nelle Grazie Foscolo sembra cambiare ritmo e scenario. Parlano valori che stanno sopra la materia: la Bellezza, la Giustizia, la Virtù. Le Grazie sono figure intermedie, mandate sulla terra per civilizzare gli uomini con le arti. La bellezza che si vede con gli occhi diventa un ponte verso una bellezza più grande, che consola. Questo passaggio l’ho capito tardi. Attenzione però. Non è che Foscolo rinneghi Lucrezio. È che aggiunge un piano. Prima dice: la morte è vera. Poi dice: anche la bellezza è vera. E le due verità devono stare insieme. Ma il tragico credo che stia proprio qui. Tra la bellezza e la morte.

È chiaro che si confronta con la sua epoca. Infatti tra Illuminismo e Romanticismo Foscolo si specchia in tre pensatori, e ogni volta si vede un pezzo diverso di sé. Quali sono? È subito detto. Con Thomas Hobbes e con Paul Henri Thiry d’Holbach condivide il materialismo e ciò che si definisce pessimismo. La società, per Hobbes, è dominata dalla legge del più forte, homo homini lupus. Niente giustizia divina, niente natura buona. Nell’Ortis questa idea è quasi feroce. La storia sembra fatta di violenza, l’uomo sembra materia destinata a annientarsi. Rileggendo quelle pagine, mi è venuta in mente una frase che Foscolo ripete spesso: la natura ci ha creati per distruggerci. Non è ottimismo, è lucidità. Ma credo che con Jean Jacques Rousseau possa condividere invece la passione, la patria, la natura. L’Ortis deve molto alla Nuova Eloisa, nella forma epistolare e nell’esaltazione delle passioni assolute. Ma qui Foscolo si stacca da Rousseau. Non crede più al buon selvaggio, alla bontà originaria dell’uomo. Quello che assorbe di Rousseau è altro: l’amore viscerale per la libertà politica, il concetto di patria, la natura come specchio dell’anima. È il Foscolo preromantico, sentimentale, quello che scrive lettere come se fossero confessioni. In fondo però è la confessione che interessa il suo linguaggio e la sua anima.

Con Giambattista Vico arriva, certamente a mio avviso, il superamento più maturo. Vico dice che la storia non è guidata dalla pura ragione, ma dalla fantasia, dai miti, dalle passioni. Foscolo lo capisce benissimo nei Sepolcri. Se la ragione ci dice che la morte è la fine di tutto, allora l’uomo ha bisogno di illusioni per vivere: l’amore, l’arte, la gloria, la tomba come legame affettivo. La tomba diventa un atto civile. Non è solo pietra. È memoria. Foscolo riprende da Vico le tre istituzioni che segnano il passaggio dalla bestialità alla civiltà: i matrimoni, i tribunali, la sepoltura dei morti. Mi piace pensare che in quel punto Foscolo smetta di essere solo nichilista e diventi fondatore. Dice: se il mondo non ha senso, diamoglielo noi. Ma in ciò c’è anche l’andare oltre le illusioni. Forse anche per questo lo considero tragico nella speranza.

Ciò che maggiormente mi interessa comunque è un Foscolo letto con i pareri del Novecento. Infatti quando ho provato a proiettare Foscolo sul Novecento, mi sono accorto che anticipa quasi tutto: l’assenza di Dio, il crollo delle ideologie, il bisogno di creare un senso in un universo indifferente, il relativismo che non sopporto. I due filosofi con I quali ho cercato una comparazione sono Jean Paul Sartre e Albert Camus. Costuiscino il  legame è nella premessa. La realtà non ha un fine intrinseco, l’uomo è gettato, dice Heidegger. in un mondo che non lo aspetta. Nell’Ortis questa condizione produce paralisi e suicidio. Nel Foscolo maturo dei Sepolcri la risposta cambia. Non è più resa, è affermazione orgogliosa. Se il mondo non ha senso, tocca a noi darglielo con le azioni e con le illusioni. È la stessa struttura della rivolta di Camus nel Mito di Sisifo: opporsi al vuoto creando valori umani. L’esistenza precede la teoria, e la libertà diventa responsabilità. Io questa idea la trovo quasi consolante: non siamo condannati al niente, siamo chiamati a costruire. Camus resta fondamentale. Sartre no.

Invece con Martin Heidegger il legame è l’essere per la morte. L’uomo è limitato dal tempo, definito dalla fine. Foscolo sente la stessa angoscia davanti al nulla eterno. Ma per entrambi la morte non deve portare all’apatia. Deve richiamare a una vita autentica, fatta di cura. Nei Sepolcri la tomba è proprio questo: il centro della cura affettiva e civile che tiene uniti vivi e morti. La tomba, come quella di Antigone per Maria Zambrano, strappa l’esistenza all’insignificanza del tempo biologico. Quando visito un cimitero, penso sempre a questo passo di Foscolo: non andiamo a trovare i morti, andiamo a ritrovare noi stessi. Una tecnica se così posso definirla che mi accade visitando la tomba di mio padre e mio padre. Anche perché Foscolo mi appartiene sempre di più. 

Penso spesso a una comparazione con Carlo Michelstaedter. Qui il legame è il tragico moderno. Nella Persuasione e la Rettorica, Michelstaedter parla delle costruzioni sociali, della rettorica, che gli uomini alzano per difendersi dall’oscurità. La critica del Novecento ha letto Jacopo Ortis come il ragazzo che vede crollare quella finzione, le illusioni politiche e amorose, e non trova più stabilità. È la lucida disperazione davanti al fallimento della storia. Mi sembra la descrizione più onesta dell’Ortis: non un eroe, non un debole, ma uno che ha visto cin uno sguardo di un profeta laico. Infatti ciò mi interessa particolarmente. Perché credo che sia la mia cara Maria Zambrano a tenere insieme tutto. E lo fa con una parola che per Foscolo è decisiva: esilio. Appunto. Zambrano è la pensatrice dell’esilio. Spagnola, esule dopo la guerra civile, distingue l’esiliato dal desterrato. Il desterrato è sradicato, perduto. L’esiliato è chi fa dell’esilio un luogo di visione, una patria interiore dove la ragione diventa ragione poetica. La ragione poetica non nega la ragione, la completa con la passione, con l’immagine, con il mito, con la memoria. È una ragione che sa piangere e sa sperare. Quando ho letto queste pagine di Zambrano, in Delirio e destino e in L’esilio come patria, ho pensato subito a Foscolo. Forse filtrando con Yourcenar e le sue Memorie di Adriano. 

Però Foscolo è l’esiliato per eccellenza. Greco di nascita, italiano di scelta, veneziano, milanese, londinese per esilio. Rifiuta di giurare fedeltà all’Austria e sceglie l’esilio a Londra, dove morirà povero e lontano. Non è solo un esilio subito. È un esilio ribelle. Ovvero in ruvolta alla Camus. Un atto di fedeltà a se stesso, alla patria ideale, alla libertà. Come Catone, come Jacopo, Foscolo preferisce perdere tutto piuttosto che tradire la propria verità interiore. A me questa coerenza fa quasi paura, perché è rara. Noi di solito ci adattiamo. Lui no. Ma la coerenza è non tradire.  L’atto più sublime che mi cattura.

Zambrano legge in Foscolo il tragico autentico. Il tragico non è la sventura. È la condizione di chi vede insieme la verità della morte e la verità della vita, e non rinuncia a nessuna delle due. Foscolo inizia dal fatto che tutto è materia e nulla è eterno, come Lucrezio. Sa che la storia è violenza e inganno, come Hobbes. Sa che le illusioni crollano, come Michelstaedter. Eppure continua a credere che l’amore, la tomba, la poesia, la patria siano necessari per vivere da uomini. Questa è la sua persuasione tragica. Quindi si allontana dalle illusioni e dalla storia che non ha verità.

Nell’esilio, Foscolo compie la sintesi che né Lucrezio, né Vico, né Camus da soli possono compiere. L’esilio diventa il luogo dove le illusioni non sono più menzogna, ma creazione. La tomba non è più solo pietra, ma memoria. La patria non è più solo territorio, ma comunità di spiriti. La bellezza non è più solo consolazione, ma rivelazione. L’esiliato ribelle non accetta il mondo così com’è, e non fugge dal mondo. Lo abita con fedeltà, lo trasforma con la parola. Con il senso metafisico. Per questo Foscolo, letto con Zambrano, non è più soltanto il poeta del nichilismo o il poeta della patria. È il poeta della ragione poetica prima della ragione poetica. È colui che mostra che si può essere materialisti senza essere cinici, patrioti senza essere retorici, tragici senza essere disperati. L’esilio ribelle è la sua ultima illusione, e la sua più vera. È la forma in cui la vita, sapendo di dover morire, sceglie ugualmente di amare, di ricordare, di scrivere. Ma questo è un atto si filosofico ma chiaramente metafisico non più come senso ma come orizzonte. 

Dunque. Cosa (mi) resta di Foscolo? Un uomo che non ha più una casa e che continua a scrivere come se la casa si potesse ricostruire con le parole. Preferisce perdere tutto piuttosto che tradire. Nel momento in cui ci si rende conto che ragione non ha più una consistenza tocca a noi dare un senso. Non un senso finto, consolatorio. Un senso costruito. Una tomba che diventa memoria, una poesia che diventa patria, un amore che diventa cura. Ecco perché Zambrano  aiuta a mettere un nome su tutto questo. Lei parla di esilio come patria. Foscolo non ha più un luogo, ma ha una parola. E la parola diventa il suo luogo. L’esilio ribelle non è solo fuga dall’Austria, non è solo povertà a Londra. È la scelta di restare fedele a se stesso. È quella illusione di cui si parla spesso. Ma che viene rovesciata. Perché Foscolo accoglie quel che sarà un concetto chiave. Il destino. Il binomio foscoloano a mio avviso credo che sua proprio destino e tragico. In Foscolo è  la morte che campeggia sin dall’inizio.  E allora di quale illusioni si può parlare? La morte vive in lui. Coobita cin la morte. È l’unica luce possibile è cercare di abitare la metafisica. Se c’è una possibilità oltre l’impossibile è proprio il tragico alla fine che attraversa tutto e si definisce come accettazione della fine. Perché oltre la fine c’è appunto un impossibile che non ci è dato sapere.

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