Finalmente un libro su Alvaro bello. Quello di Giusy Staropoli Calafati 

Pierfranco Bruni 

Il Corrado Alvaro di Giusy Staropoli Calafati ( che chiamerò solo Giusy qui) è un viaggio unico esemplare particolare. Un andare nell’anima di Corrado attraverso il pellegrinaggio di una figura gigantesca del Novecento che è Cristina Campo. Occorre necessariamente leggerlo questo libro per capire fino in fondo, ovvero profondamente, tre figure Corrado, Cristina e Giusy. 

Ciò significa che si entra in un contesto non solo letterario di tre generazioni ma in una dimensione in cui l’esistenza è fatta di tempo di sogno di metafore di morte e chiaramente di vite. Giusy racconta. In questo raccontare c’è la vita di Corrado chiaramente dentro un pensare la letteratura che non è soltanto quella di un Aspromonte bello selvaggio e abitato come isola. 

C’è soprattutto Roma. La Roma dei Mediterranei e degli incontri di Trinità dei Monti di Piazza di Spagna dei Condotti e del Greco caffè… Giusy sa non solo raccontare e narrare ma creare immagine e ricreare un immaginario che è quello di Corrado e di una cultura mai smarrita c’è la Cristina delle lettere a Mita e l’atmosfera dei silenzi di una stanza nella quale il buio ha ceduto spazio e tempo al buio. Bravissima Giusy. 

Nel suo «Alvaro più di una vita» (Castelvecchi)  si ascolta ciò che si abita e si abita quella favola che vale più di una vita stessa. C’è sempre una terra. Certo la Calabria. Finalmente non è quella delle valigie di cartone e di una antropologia familistica. 

Finalmente. 

La luce oltre il bosco direbbe la mia Maria Zambrano. E credo che Corrado abbia a che fare con Maria proprio attraverso Cristina che corrispondeva con Mita. Giusy riesce a mettere in relazione il tutto in una memoria del mondo sommerso che vibra in quel labirinto che è quasi una esistenza nella compare anche Zolla con i suoi archetipi e miti. Questo per comprendere come il testo in questione è una dimensione non solo onirica ma fortemente metafisica. 

È sulla metafisica che Giusy imposta un graduale e mistico viaggio tra le ricordanze e l’essere sino a toccare altri personaggi come Libero Bigiaretti che scrive il suo straordinario «Disamore» sul filo dell’amore tempo e dei linguaggi scavati nelle conchiglie dell’ascolto che riportano echi di distanze abbandonate in un fantasioso e profetico «Belmoro» consegnato da Laura a Bompiani subito dopo la morte di Corrado.  Giusy non trascura nulla. 

Proprio perché il filo del narrare si allontana dalla critica e dalla storiografia alvariana. Un compito interessante. Ci restituisce il mosaico in trincea di parole. Ma resta un punto cardine il suo ricostruire gli ultimi mesi con Cristina, una delle più importanti personalità di un Novecento da rileggere e riconoscere, perché in esso c’è un mondo altro che è quello appunto del legame di anime e non solo di amorosi sensi in nome della sola letteratura. 

Quel sono stato al mio paese di Corrado è una leggenda in cui il c’era una volta testa conficcato come bellezza di un mondo che non c’è più. Giusy lo sa molto bene. Ci restituisce un Corrado la cui verità è un mosaico non di malinconie e di nostalgie. Bensì di vite che scorrono che viaggiano che incontrano vite altre superando le Angeline ma ritrovando un itinerario che è quello di una geografia completamente mediterranea dentro il silenzio degli anni. 

Giusy ha reso Corrado propriamente internazionale oltre ogni visione di critica della letteratura. Ottimo libro. Efficace la scrittura di Giusy nella imprevedibilità dei segreti e del mistero. Il divino e non il pagano. La letteratura è l’imprevedibile come la stessa Giusy. Ne so qualcosa…

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