Cultura

Harold Pinter, vent’anni dopo il Nobel: il dramma che ci guarda negli occhi

A admin
23 de junio, 2025
Carlo Di Stanislao

«Il vero potere è nel silenzio. Le parole lo nascondono.»
— Harold Pinter

Esattamente vent’anni fa, nel 2005, l’Accademia di Svezia assegnava il Premio Nobel per la Letteratura a Harold Pinter, drammaturgo, poeta, attore, sceneggiatore, polemista, coscienza scomoda e acutissima del nostro tempo. All’epoca, la notizia suscitò reazioni contrastanti: qualcuno esultò, molti stortarono il naso. Non era uno scrittore facile da celebrare. Non scriveva per rassicurare, non intratteneva. Pinter disturbava. Lo fa ancora.

Eppure oggi, due decenni dopo quel riconoscimento, appare sempre più evidente quanto la sua opera sia diventata profetica. Non tanto perché abbia previsto qualcosa – Pinter non era un veggente – ma perché ci ha lasciato strumenti per vedere meglio ciò che stava già accadendo. Strumenti imperfetti, taglienti, scomodi. Ma necessari.

Il silenzio che dice tutto

Il teatro di Pinter si costruisce sul vuoto apparente: dialoghi semplici, ripetitivi, quasi banali, interrotti da silenzi lunghi, disarmanti. Eppure proprio quei silenzi sono il cuore pulsante del suo linguaggio. Non sono pause: sono esplosioni silenziose, fenditure nel reale, crepe in cui lo spettatore – e oggi anche il lettore, il cittadino, il testimone del presente – è costretto a guardare dentro.

Nel suo discorso del Nobel, Art, Truth and Politics, Pinter diceva:

«Non c’è una verità definitiva da scoprire. Ma ci sono molte verità che ci ignorano. Noi le ignoriamo a nostra volta, a nostro rischio e pericolo.»

Quella frase è forse il suo testamento più bruciante. Viviamo in un’epoca che afferma tutto e comprende poco, in cui la velocità con cui si comunica ha sostituito la profondità con cui si pensa. Pinter ci obbliga a stare nel dubbio, a convivere con l’ambiguità, a non credere alla prima versione, e nemmeno alla seconda.

Il teatro come atto politico (ma non ideologico)

Non è un caso che Pinter, dopo aver rivoluzionato la scena teatrale, si sia fatto voce politica – e senza compromessi. Criticò apertamente la guerra in Iraq, la propaganda occidentale, il linguaggio anestetizzante del potere. Ma attenzione: non fu mai ideologico. Il suo teatro non predica, non prende posizioni nette. Piuttosto smonta. Svela le strutture. Fa crollare le impalcature del pensiero pigro.

E oggi, in un’epoca di narrative tossiche, storytelling manipolatori, guerre raccontate come esportazioni di libertà, leader che parlano come attori e attori che diventano leader, Pinter ci insegna a diffidare delle parole che suonano bene. Ci insegna a chiedere sempre: chi sta parlando? Perché? A chi conviene questa narrazione?

Cosa ci insegna oggi Harold Pinter?

1. A non fidarci mai dell’apparenza.
Tutti i suoi testi, da Il custode a Ritorno a casa, da Vecchi tempi a Ceneri alle ceneri, mettono in scena relazioni apparentemente normali, che poi si rivelano gabbie, trappole, guerre domestiche. Il suo teatro ci ricorda che l’orrore può avere la voce di chi ti chiede il sale a tavola.

2. Che la realtà è una costruzione fragile.
Oggi lo sappiamo più che mai, tra deepfake, intelligenze artificiali e opinioni che valgono più dei fatti. Pinter lo aveva già messo in scena: nei suoi drammi, la verità è sempre doppia, ambigua, sfuggente. Il passato non è mai davvero passato, e ciò che sembra accadere può essere solo un’eco, un sogno, o un incubo.

3. A rifiutare l’indifferenza.
Non si può guardare Pinter senza sentire una certa inquietudine. Non si può uscirne comodi. Il suo è un teatro che ti mette in discussione, che ti guarda mentre guardi, che ti obbliga a riconoscere che dentro quei personaggi – violenti, manipolati, muti o colpevoli – c’è qualcosa di noi.

4. A usare le parole con coscienza.
Viviamo in un tempo di inflazione verbale. Pinter invece taglia, asciuga, fa della sottrazione un atto etico. Le sue parole sono come lame affilate: non dicono tanto, ma indicano tutto. E ci ricordano che parlare troppo può voler dire nascondere, confondere, manipolare.

Nessuno aspetta più Godot. Ma noi?

La disperazione che animava i personaggi beckettiani in attesa di un salvatore qualunque è finita. Pinter non aspetta. Non ha più tempo. I suoi personaggi sono già dentro la rovina, dentro l’inesplicabile, dentro la violenza. E noi?

Forse la lezione più profonda che ci lascia Harold Pinter, oggi, è questa:
non aspettare che arrivi qualcuno a spiegare, a salvare, a dire cosa è vero.
Il teatro – come la vita – non ha un regista esterno. Tocca a noi decidere cosa vedere, cosa ascoltare, cosa credere.

Nel mondo di Pinter, la posta in gioco è sempre altissima: non la comprensione, ma la coscienza.
E questo, oggi più che mai, è ciò di cui abbiamo bisogno.

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