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Immunità e democrazia: il caso Ilaria Salis e il “no” della Commissione Juri

A admin
23 de septiembre, 2025
Carlo Di Stanislao

«La libertà non è mai data una volta per tutte, va conquistata ogni giorno.» — Simone de Beauvoir

L’immunità parlamentare, spesso ridotta a slogan nei talk show o brandita come scudo da chi vuole sfuggire alla responsabilità, ritorna al centro della scena politica europea con il caso di Ilaria Salis. La Commissione Affari giuridici del Parlamento europeo (Juri) ha infatti respinto, con un voto risicatissimo di 13 a 12, la richiesta dell’Ungheria di revocare le tutele all’eurodeputata di Alleanza Verdi Sinistra. Un passaggio che ha acceso un dibattito non solo sul rapporto tra diritto e politica, ma anche sul senso stesso dell’Unione europea come comunità di valori.

Il cuore della vicenda non è solo giuridico, ma profondamente politico. Perché se è vero che l’immunità non può essere un lasciapassare per chiunque, è altrettanto vero che il Parlamento europeo non può ignorare le condizioni di uno Stato membro in cui il sistema giudiziario è accusato di essere poco indipendente, condizionato da un governo che da anni scivola verso derive illiberali.

La vicenda giudiziaria

La storia di Salis comincia a Budapest, nel febbraio 2023, quando viene arrestata con l’accusa di aver aggredito due militanti neonazisti durante un raduno di estrema destra. L’insegnante monzese rimane oltre un anno in custodia cautelare in condizioni degradanti: ceppi ai piedi, guinzaglio al collo, immagini che suscitano indignazione internazionale e pongono interrogativi sul rispetto dei diritti fondamentali in Ungheria.

Il suo caso diventa presto simbolico. Per alcuni, un esempio di militanza politica che si trasforma in azione violenta. Per altri, una prova della repressione attuata da Viktor Orbán contro oppositori e figure scomode. Con l’elezione a Strasburgo, Salis acquisisce lo status di eurodeputata e con esso il diritto all’immunità parlamentare. L’Ungheria ne chiede la revoca, sostenendo che le accuse riguardano reati commessi prima del mandato e dunque non coperti dalle garanzie.

Il voto della Commissione Juri

Il voto di settembre 2025 spacca la Commissione giuridica come raramente accade. La maggioranza di un solo voto evidenzia la delicatezza del caso. Due eurodeputati del PPE, secondo indiscrezioni, hanno scelto di non allinearsi alle richieste ungheresi, determinando l’esito finale.

Per i sostenitori della Salis, il no alla revoca rappresenta un argine contro la persecuzione politica, un segnale chiaro all’Ungheria: l’Europa non accetta processi condotti in contesti privi di adeguate garanzie. Per i critici, invece, è un grave precedente che apre la strada a interpretazioni politiche dell’immunità, piegando una norma giuridica a valutazioni di opportunità.

Orbán e l’Europa

Il caso non può essere letto senza considerare il ruolo di Viktor Orbán. Da oltre dieci anni il premier ungherese costruisce un sistema politico che molti definiscono “democrazia illiberale”: controllo dei media, limiti alla magistratura, restrizioni alle ONG. Per Bruxelles, un rompicapo costante, perché l’Ungheria è parte integrante dell’Unione, ma spesso ne viola i principi fondanti.

Salis diventa così una pedina di un gioco più ampio. Orbán rivendica la sovranità del suo Paese e pretende che un cittadino accusato di reato sia giudicato dai tribunali nazionali. L’Europarlamento risponde che il rischio di persecuzione politica giustifica la protezione. In mezzo, resta irrisolta la questione: come conciliare il rispetto per le giurisdizioni nazionali con la difesa dello Stato di diritto europeo?

Una questione di principi

Al di là delle simpatie o antipatie politiche verso Salis, il caso interroga la natura stessa dell’immunità. Non si tratta di un privilegio personale, ma di una garanzia funzionale: tutelare l’indipendenza del Parlamento europeo e impedire che i governi nazionali usino la giustizia come arma politica contro i propri oppositori eletti.

Tuttavia, la linea di confine è sottile. Quando l’accusa riguarda episodi violenti precedenti al mandato, la protezione rischia di trasformarsi in un salvacondotto. Qui sta la contraddizione: da un lato, la volontà di proteggere un’eurodeputata da un sistema giudiziario ritenuto inaffidabile; dall’altro, il rischio di minare la credibilità stessa dell’istituto dell’immunità.

Le reazioni politiche

Le reazioni sono state immediate. A sinistra, il voto è stato celebrato come una vittoria dello Stato di diritto europeo contro l’autoritarismo ungherese. Martin Schirdewan, co-presidente del gruppo The Left, ha parlato di un segnale chiaro: “Salis 1, Orbán 0”.

Sul fronte opposto, il popolare spagnolo Adrián Vázquez Lázara ha denunciato un precedente “pericoloso e brutto”. Matteo Salvini, prevedibilmente, ha attaccato: “Chi sbaglia, non paga”. Il tutto mentre l’opinione pubblica italiana rimane divisa: c’è chi vede nella Salis una combattente antifascista perseguitata, e chi la considera una militante radicale che tenta di sottrarsi alle proprie responsabilità.

Un precedente delicato

Il vero nodo è quello dei precedenti. Se l’immunità viene invocata per coprire comportamenti antecedenti al mandato, quali saranno le conseguenze future? Non rischiamo di aprire la porta a un uso distorto delle elezioni come rifugio per evitare processi nazionali?

La partita non è chiusa: il voto della Commissione Juri dovrà essere confermato dall’Aula di Strasburgo, che storicamente ratifica le decisioni preliminari ma che questa volta si troverà di fronte a un bivio politico e simbolico.

Commento finale

Personalmente, non mi sento di condividere pienamente la linea di Ilaria Salis. La sua storia contiene zone d’ombra, soprattutto sul piano della responsabilità personale per i fatti contestati. La violenza, anche se rivolta contro neonazisti, non può essere facilmente assolta in nome dell’ideale politico. La giustizia, in uno Stato di diritto, deve valere per tutti.

Eppure, il voto della Commissione Juri merita un convinto sostegno. Perché qui non si trattava di decidere se Salis sia colpevole o innocente, ma se possa avere un processo equo. E l’Europa, se vuole essere più di un mercato comune, deve difendere la dignità della persona e la garanzia di giudizi indipendenti.

Dire no alla revoca significa difendere non Ilaria Salis in quanto tale, ma la possibilità che nessun cittadino europeo venga sacrificato sull’altare della vendetta politica di un governo nazionale. È un “no” che rafforza la democrazia europea e ricorda a Orbán che la sovranità non è licenza di abuso.

In questo senso, il caso Salis non è un incidente isolato, ma un test cruciale per l’Unione: scegliere se essere comunità di diritti o semplice somma di Stati. E almeno per ora, con fatica e divisioni, Strasburgo ha indicato la prima strada.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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