Quando la democrazia si ritira: le elezioni in Toscana e l’ombra dell’astensionismo
Carlo Di Stanislao
«La più grande disgrazia che possa toccare a uno Stato è che i cittadini non vi partecipino.»
— Alexis de Tocqueville
Le elezioni regionali in Toscana del 12 e 13 ottobre 2025 hanno confermato una costante del panorama politico italiano contemporaneo: non è necessario che vinca il cambiamento per porre il tema centrale della competizione, poiché già il “non voto” è esso stesso risultato, manifesto eloquente di un disagio civico. In questa tornata elettorale, la riconferma di Eugenio Giani al comando della Regione ha sì assicurato continuità al centro-sinistra, ma è la percentuale di astensione — al 47,73 % — che impone una riflessione profonda su salute e legittimità della democrazia locale.
I numeri che parlano da soli
Nel 2025 l’affluenza alle urne si è fermata al 47,73 %, segnando un calo di circa 14,87 punti rispetto al 62,60 % registrato alle regionali del 2020. Il calo è trasversale su tutto il territorio toscano e risulta ancor più impressionante se confrontato con gli scenari politici che in passato mobilitavano l’elettorato: non è un’eccezione, ma forse un nuovo standard.
E però — elemento meno evidente ma cruciale — non tutta l’“assenza dal voto” è uguale. In alcuni comuni, soprattutto nelle zone insulari, il tasso di partecipazione è crollato a percentuali prossime al 10 %, in parte per ragioni strutturali legate all’anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE) che figura negli elenchi elettorali ma non può votare localmente. In questi casi, molti non votano non per disinteresse quanto per impedimento pratico — ma la conseguenza è la stessa: un’ulteriore diluizione della rappresentatività.
Eugenio Giani conquista il secondo mandato con oltre il 50 % (tra 53 e 55 % secondo le rilevazioni). L’avversario del centrodestra, Alessandro Tomasi, si attesta intorno al 40 – 41 %. In un sistema così polarizzato, il “vincitore assoluto” è anche il beneficiario del distacco più netto rispetto al “non elettore”.
Ma chi rappresenta davvero? Se quasi la metà dei cittadini non si è recata alle urne, il governo regionale risulta eletto da poco più di un quarto dell’elettorato potenziale. Ciò pone interrogativi sul grado di legittimazione politica e morale del vincolo che Giani (e la sua coalizione) dovranno esercitare per il quinquennio a venire.
Le cause dell’astensione
Per comprendere l’astensionismo, è utile passare in rassegna le possibili cause: disaffezione, delegittimazione, stanchezza politica, scoraggiamento, inefficienza istituzionale.
La prima è il calo della “chiamata alle armi”. Oggi manca una vera mobilitazione dell’elettorato: nonostante si parli di democrazia dal basso, il sistema politico non riesce più a stimolare il senso del dovere civico come un tempo. In parte, ciò è legato al fatto che l’elezione regionale non appare come un passaggio strategico tra legislativo nazionale e amministrativo locale, ma piuttosto come un evento isolato.
C’è poi la temporalità compressa e lo scarso tempo per la campagna elettorale. Le elezioni sono state indette con tempi brevi: la campagna — in molti casi — si è svolta in meno di un mese, in un periodo estivo in cui molti cittadini sono fuori sede o disinteressati ai dibattiti politici.
Altro fattore è la percezione della “contendibilità” ridotta. Se l’esito era largamente previsto — soprattutto in una roccaforte storicamente legata al centro-sinistra — l’elettore medio può aver pensato che il proprio voto non facesse la differenza. Questa sensazione di predestinazione tende a deprimere la partecipazione, soprattutto tra gli elettori indecisi.
Pesano inoltre le criticità strutturali: nei piccoli comuni e nelle isole, l’iscrizione all’AIRE penalizza la piena partecipazione, dato che per le elezioni regionali non è previsto il voto dall’estero.
Infine, dietro l’apatia si cela una delegittimazione crescente dei sistemi partitici locali e nazionali: il cittadino non vede i partiti come strumenti di cambiamento, né si sente davvero ascoltato nella definizione delle scelte che contano. A questo si aggiunge la saturazione comunicativa: le campagne elettorali si svolgono spesso attraverso canali digitali, messaggi sintetici e slogan, senza affrontare i temi di sostanza. La comunicazione politica diventa una forma estetica anziché un processo di coinvolgimento intellettuale.
Il paradosso della vittoria larghissima
Il centro-sinistra può festeggiare: una coalizione unita ha retto lo scontro e Giani ha ottenuto consensi solidi. Ma la vittoria è “di metà popolo”: nei fatti, si governa con un mandato che parte da una base elettorale relativamente ristretta.
Questo paradosso — vincere con margine e legittimità ridotta — non è nuovo. Ma è più grave in regioni dove la partecipazione è parte del patrimonio culturale: la Toscana è da generazioni simbolo di mobilitazione civica e politica.
C’è un effetto perverso: chi vince può sentirsi meno obbligato a mantenere costantemente un rapporto forte con l’elettorato, visto che la minaccia del voto perduto è attenuata. D’altro canto, chi governa deve insistere ancor più di prima sul dialogo, sulla trasparenza e sulla responsabilità per restituire credibilità in un contesto di fiducia fragile.
In parallelo, chi perde — il centrodestra — può rivendicare che quel voto non è un sostegno al governo, ma spesso l’effetto residuo di una competizione depressa, consegnando un terreno di opposizione che può essere più roccioso di quanto appaia all’esterno.
Che fare? Vie per recuperare la partecipazione
Non basta condannare l’astensionismo: serve agire.
Occorre partire da una vera educazione civica, non solo scolastica ma comunitaria, che riporti al centro il senso del voto come responsabilità collettiva. Inserire nelle scuole percorsi che spieghino cosa significhi votare, come funzionano le istituzioni locali, come si costruisce un programma elettorale, è un investimento sul futuro democratico.
Serve poi innovare il voto, riformando le modalità di partecipazione: voto elettronico sicuro, ampliamento degli orari, seggi mobili per chi ha difficoltà motorie, sperimentazioni su modalità digitali.
Fondamentale anche rafforzare la qualità del dibattito politico, evitando la mera propaganda e puntando su confronti reali, consultazioni pubbliche e forum tematici.
È necessario inoltre coinvolgere dal basso le comunità, le associazioni, i comitati civici locali nella scrittura dei programmi. La politica territoriale deve tornare alla comunità, non essere dislocata lontano.
Un’amministrazione che rende conto passo dopo passo di ciò che fa può costruire fiducia e riconquistare cittadini distanti. Rapporti periodici, bilanci partecipati, consultazioni via internet sono strumenti utili.
Infine, si potrebbero introdurre forme simboliche di riconoscimento civico: campagne pubbliche che valorizzino la partecipazione, premi o attestati per i comuni più virtuosi nella partecipazione elettorale, segni tangibili di un impegno condiviso.
Conclusione: una democrazia fragile da curare
Le elezioni toscane del 2025 sono la fotografia di una democrazia regionale che fatica. Il “vincitore” non è tanto l’uomo o la coalizione che ottiene più voti, quanto l’elettore che non vota: è il maggioritario silente.
Il monito di Tocqueville — che la più grande disgrazia è l’indifferenza dei cittadini — non è antiquato: è un avvertimento. Se chi governa non risponde, se chi amministra non ascolta, la democrazia si svuota.
La sfida per la Toscana (e non solo) è ambiziosa: tornare a fare della politica — con i suoi conflitti, le sue alleanze, le sue scelte — un terreno vivo, non un obbligo sterile. Se le istituzioni locali accoglieranno questa sfida con responsabilità, forse la prossima tornata elettorale potrà presentarsi non come uno spettro da sopravvivere, ma come un voto in cui credere di nuovo.
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