Non si può “farla finita” con chi ci ha già compreso: in difesa di Pasolini
Carlo Di Stanislao
«Io so. Ma non ho le prove. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare ciò che non si sa o che si tace.»
— Pier Paolo Pasolini
C’è una moda recente, e stanca, che consiste nel tentare di “uccidere” Pasolini.
L’articolo apparso su Preferirei di no con il titolo “Farla finita con Pasolini” ne è l’ennesima espressione: un gesto che finge ribellione ma rivela conformismo, un atto di disincanto che in realtà ripete, inconsapevolmente, ciò che Pasolini aveva previsto.
Ogni tentativo di liquidarlo, di ridurlo a mito usurato o a icona parodica, dimostra quanto continui a disturbare, a esigere una presa di posizione. Pasolini non si può archiviare perché non è un capitolo del passato: è una ferita aperta nella coscienza italiana.
Il falso processo all’uomo
Il primo errore dell’articolo è di metodo: pretende di separare l’uomo dall’opera per poi giudicare l’opera a partire dall’uomo. È una trappola moralistica che Pasolini conosceva bene e che ha sempre disprezzato.
Lo si accusa di voyeurismo, di pederastia estetizzata, di nostalgia per la povertà degli altri.
Si tenta cioè di interpretare la sua poesia come un sintomo psicologico, una confessione travestita.
Ma Pasolini non ha mai chiesto di essere amato come uomo: ha chiesto di essere compreso come autore.
Nei Ragazzi di vita, in Accattone, in Mamma Roma, in Le ceneri di Gramsci, non c’è compiacimento per la miseria, ma un’epopea tragica sul corpo e sulla grazia, sul linguaggio e sulla colpa.
Il suo amore per il sottoproletariato non nasceva da un gusto estetico, ma da una visione linguistica e morale: amava quella parte del popolo che ancora non parlava la lingua del potere, che ancora non era stata corrotta dal consumo.
Chi oggi lo accusa di “romanticizzare la povertà” mostra di non capire che la poesia non è sociologia: è il luogo in cui l’innocenza e la colpa si toccano, e in cui il poeta paga in prima persona la propria visione. Pasolini amava nei poveri la loro innocenza linguistica, quella purezza di sguardo che la borghesia non poteva più possedere.
E infatti scrisse: «Non è vero che io ami i poveri. Amo la loro lingua, il loro modo di stare al mondo».
Il falso mito del “Pasolini reazionario”
Il secondo fraintendimento è ideologico. Si dice che Pasolini fosse “di destra” perché criticava il progresso, la scuola dell’obbligo, la televisione, la liberalizzazione dei costumi.
Ma questa è la lettura di chi non ha compreso la profondità del suo sguardo.
Pasolini non era un nostalgico del passato, ma un visionario del futuro.
Aveva capito prima di tutti che il nuovo fascismo non avrebbe più avuto la camicia nera, bensì il sorriso televisivo, la pubblicità, il consumo illimitato come religione del presente.
Quando denunciava la distruzione delle lucciole, non parlava di entomologia poetica, ma di antropologia: le lucciole erano il simbolo della diversità, dell’imperfezione, della vita organica che il neon del progresso stava cancellando.
Pasolini non apparteneva né alla destra né alla sinistra, perché aveva intuito che entrambe si sarebbero fuse nella medesima omologazione culturale.
Il suo anticonformismo era assoluto. Sapeva che la libertà senza verità diventa mercato, e che la trasgressione programmata è solo un’altra forma di obbedienza. Quando si oppose alla liberalizzazione sessuale, non parlava da moralista, ma da antropologo: temeva che la liberazione dei corpi fosse in realtà la loro colonizzazione definitiva da parte del potere economico. E così fu.
Le critiche degli invidiosi
Non mancarono, ieri come oggi, gli intellettuali pronti a ridimensionarlo. Alberto Arbasino e Guido Ceronetti, ciascuno a suo modo, tentarono di smontarne il “mito” con sarcasmo e superiorità.
Arbasino, con il suo stile mondano e ironico, cercò di ridurre Pasolini a un provincialotto geniale, ma goffo, ossessionato da un proletariato inesistente. Ceronetti, più mistico ma altrettanto vanitoso, lo accusò di profanare la realtà sacra del dolore con un estetismo tragico e artificiale.
Eppure, dietro quelle raffinatezze di linguaggio, si percepisce un’ombra d’invidia: la consapevolezza che Pasolini, con tutta la sua contraddizione, aveva toccato un grado di verità che nessuno di loro, pur più colto e più compiaciuto, aveva osato sfiorare.
Arbasino e Ceronetti erano intellettuali lucidissimi, ma nel giudicarlo hanno ceduto a una forma di gelosia: quella che l’intelligenza prova davanti a chi è anche corpo, sangue, scandalo, sacrificio.
Pasolini non era elegante: era necessario.
E questo, per gli uomini di penna che si pensavano aristocratici dello spirito, era imperdonabile.
Il Pasolini feticcio
Siamo d’accordo: Pasolini è stato feticizzato. Ma il rimedio non è “vilipenderlo”, come fanno certi pamphlet contemporanei; il rimedio è leggerlo.
Davvero leggerlo. Non attraverso le citazioni ornamentali o le magliette, ma nei testi, dove la contraddizione è viva, bruciante, mai conciliata.
Il paradosso è che oggi si vuole “uccidere” Pasolini proprio perché lo si è reso innocuo: un santino, una maschera, un logo.
Eppure basta aprire una pagina delle Lettere luterane o un frammento del Petrolio per sentire quanto sia ancora scandalosamente attuale.
Pasolini non consola, non offre soluzioni, non indulge alla speranza. È un profeta laico che parla da una terra deserta, sapendo che la sua voce sarà fraintesa. Ma il fraintendimento, in fondo, è la sua sopravvivenza.
Il popolo e il poeta
Tra le accuse più superficiali rivoltegli c’è quella di “speculare sulla povertà”. Nulla di più falso.
Pasolini non ha mai speculato: ha rappresentato. Ha mostrato il volto della povertà non come oggetto estetico, ma come luogo teologico, come soglia del sacro. Nei suoi film la fame diventa linguaggio, la bestemmia diventa preghiera.
In Accattone il ladro è un santo laico, in La ricotta la sofferenza diventa passione cristologica, in Comizi d’amore l’ignoranza è rivelazione.
Il borghese che fotografa la miseria non è Pasolini: è chi oggi scrive contro di lui, armato di ironia e disprezzo.
Pasolini non guardava la borgata dall’alto, ma dal basso, con la stessa vergogna e la stessa sete di redenzione. La sua empatia era incarnata, non intellettuale.
E in questa immersione totale stava la sua purezza e la sua condanna: non poteva più tornare indietro.
La sua tragedia fu quella di appartenere a due mondi e di essere rifiutato da entrambi.
Uccellacci e uccellini: l’intellettuale divorato
Nessuna sua opera spiega questa condizione meglio di Uccellacci e uccellini (1966).
In apparenza una favola grottesca, è in realtà una parabola terribile sulla fine dell’intellettuale.
Il corvo parlante, figura dello spirito critico e della coscienza politica, accompagna Totò e Ninetto in un viaggio tra i ruderi del mondo moderno. Parla, spiega, ammonisce, cerca di educare — ma nessuno lo ascolta. Alla fine, stremati dalla fame, i due lo uccidono e lo mangiano.
È un gesto che ha la forza di una rivelazione: l’intellettuale non è solo incompreso, è divorato.
Divorato dal popolo che voleva istruire, dal potere che non aveva più bisogno di censurarlo perché sapeva neutralizzarlo.
Pasolini aveva intuito che la cultura di massa avrebbe fagocitato anche i suoi critici, trasformandoli in oggetti di consumo.
Oggi quel corvo siamo noi.
Noi che parliamo di coscienza, di etica, di verità, ma finiamo per essere nutrimento del sistema che fingiamo di combattere.
Pasolini sapeva che il destino dell’intellettuale non è più quello del martire pubblico, ma del pasto quotidiano dell’indifferenza. E infatti morì come aveva previsto: non solo assassinato, ma consumato, digerito, discusso, rivenduto.
Il suo corpo a Ostia è l’ultima immagine di quel corvo divorato.
L’errore economico: la contraddizione necessaria
L’articolo di Gog accusa Pasolini di incoerenza: avrebbe criticato il consumismo mentre ne traeva profitto. Ma questa è un’obiezione ingenua.
In un mondo totalmente mercificato, nessun intellettuale può sottrarsi al mercato: la vera coerenza è restare consapevoli del proprio paradosso.
Pasolini sapeva di essere una merce tra le merci, e proprio per questo gridava la sua disperazione.
Nel Petrolio, lasciato incompiuto, prevede la fusione tra potere economico, sessualità e informazione — una diagnosi che oggi sembra scritta per noi.
Il capitalismo come sistema erotico, la politica come spettacolo pornografico, la religione come pubblicità: tutto era già lì.
E lui, solo, lo aveva visto.
Pasolini e il presente
Chi oggi invoca la “fine di Pasolini” in realtà confessa la propria resa.
Perché ogni generazione tenta di liberarsi di chi la comprende troppo.
Pasolini è ancora vivo perché non consola e non assolve.
È l’anti-santino, l’anti-idolo, l’anti-intellettuale per eccellenza.
La sua voce non appartiene al passato, ma al futuro che aveva previsto e che ora ci contiene.
Quando guardiamo la televisione, quando scorriamo i social, quando trasformiamo l’indignazione in spettacolo, siamo dentro la sua profezia.
E lui ci osserva ancora, con la tristezza del corvo che sa di essere inutile ma continua a parlare.
Conclusione: non uccidete l’unico che vi guarda
“Farla finita con Pasolini” è un titolo che rivela, più che un’intenzione, un’inquietudine.
Non possiamo farla finita con chi ci ha già smascherati.
Pasolini non è un idolo da infrangere, ma un testimone che continua a interrogarci.
Sarebbe più onesto ammettere che non siamo all’altezza della sua contraddizione, invece di confondere la paura con la lucidità critica.
Pasolini è ancora qui, nell’imbarazzo che suscita, nella nostalgia che rifiutiamo, nella rabbia che provoca.
È il corvo che ci accompagna, la voce che vorremmo silenziare ma non possiamo dimenticare.
«Solo chi è profondamente scandalizzato è capace di verità.»
— Pier Paolo Pasolini
A Pier Paolo Pasolini
(poesia di Italo Nostromo)
Ti hanno ucciso perché parlavi,
ma la tua voce è rimasta nei muri,
nelle luci sporche dei bar,
nei lampioni dove dorme la polvere.
Ti hanno chiamato “povero”, “osceno”, “reazionario”,
ma tu eri soltanto in anticipo,
come una ferita che sa già la mano che la farà.
Hai camminato tra le borgate
come tra versi che sanguinano,
e ogni volto era una parola,
ogni bestemmia una preghiera.
Ti hanno tolto la vita, non la ragione.
E ora sei qui, nei pixel,
nei riflessi delle vetrine,
nelle frasi che fingiamo di non capire.
Parlaci ancora,
anche se non ti ascoltiamo.
Grida pure, corvo santo,
che il mondo — anche muto — ti deve rispondere.
