La fine del gioco: la morte di Nicola Pietrangeli
| Carlo Di Stanislao |
“Una grande vita è un pensiero della giovinezza realizzato nell’età matura.”
— Alfred de Vigny
La notizia della morte, avvenuta ieri, 1 dicembre, di Nicola Pietrangeli ha attraversato il mondo dello sport con la silenziosa gravità di una finale inattesa, un annuncio che segna l’effettiva chiusura di un’epoca irripetibile per il tennis italiano e mondiale. Per decenni, Pietrangeli non è stato solo una leggenda; è stato il patriarca, la coscienza vivente, il filo diretto che collegava l’età d’oro della racchetta di legno con l’era dei materiali compositi e della tecnologia applicata. La sua scomparsa non è solo la perdita di un campione, ma il crollo dell’ultimo monumento eretto a memoria di un tennis giocato con grazia, intelligenza tattica e un’eleganza intrinseca che sembra ormai un retaggio del passato.
Pietrangeli ha personificato un’Italia che risorgeva e si affacciava al boom economico, un Paese che, negli anni Cinquanta e Sessanta, cercava i suoi eroi non solo nella ricostruzione industriale ma anche sui campi in terra rossa del mondo. Il suo tennis era un’arte complessa e affascinante. Non era basato sulla potenza brutale e muscolare che definisce lo sport moderno, ma su un raffinato mix di volée millimetriche, servizi chirurgici e un dritto carico di topspin che disorientava gli avversari, costringendoli all’errore. Era un maestro ineguagliabile della terra battuta, una superficie che premia la pazienza strategica, l’angolazione acuta e la capacità di trasformare una difesa apparentemente disperata in un attacco vincente con astuzia e tocco. È per questo che Parigi, il sacro campo del Roland Garros, divenne la sua seconda casa e il teatro delle sue imprese più memorabili.
Il titolo di «Re di Roma» e di «Signore di Parigi» non gli fu conferito per caso. Le sue vittorie agli Internazionali di Francia nel 1959 e nel 1960, unite alle finali raggiunte nel 1961 e 1964, hanno inciso il suo nome non solo negli annali del torneo ma nel cuore degli appassionati di tutto il mondo. In un periodo in cui il tennis era fieramente dominato dagli australiani – icone mondiali come Rod Laver e Roy Emerson – Pietrangeli rappresentava l’eccezione europea, un faro di talento e tenacia latina. La sua abilità di mantenere la calma olimpica sotto pressione, di leggere il gioco con una lucidità quasi predittiva e di eseguire colpi apparentemente impossibili lo elevò presto al rango di icona sportiva nazionale. I suoi record di partite giocate (120) e vinte (78) in singolare al Roland Garros hanno resistito a intere generazioni di tennisti, testimoniando una longevità agonistica fuori dal comune, un primato che ha richiesto decenni per essere eguagliato e superato. Ancora oggi, rimane l’italiano con il maggior numero di titoli individuali in un torneo del Grande Slam, un punto di riferimento inarrivabile.
Ma l’eredità di Pietrangeli trascende i trofei individuali. Egli fu l’anima pulsante della squadra italiana di Coppa Davis per quasi due decenni, un capitano coraggioso e un giocatore instancabile che seppe infondere nei compagni lo spirito di sacrificio e l’orgoglio nazionale. Dal suo esordio nel 1954 fino al ritiro dalla competizione nel 1972, Pietrangeli ha stabilito record nazionali che appaiono insuperabili: il maggior numero di presenze (66), il maggior numero di incontri vinti in singolare (55) e il maggior numero di anni giocati. Nonostante la sua squadra non abbia conquistato l’agognata «Insalatiera» durante la sua carriera da giocatore, raggiungendo la finale nel 1960, il seme che piantò, fatto di dedizione, carisma e profondo senso di appartenenza, fiorì nelle generazioni successive, culminando nella storica vittoria del 1976. Il suo rapporto passionale e spesso burrascoso con lo sport, fatto di dichiarazioni forti e prese di posizione inequivocabili, rifletteva perfettamente il temperamento italiano: caldo, intenso, mai indifferente e sempre pronto alla polemica costruttiva.
Dopo il ritiro dall’attività agonistica, Nicola Pietrangeli non si è ritirato dalla scena pubblica. Ha semplicemente cambiato campo di gioco, trasformandosi in una delle voci più riconoscibili e critiche del tennis italiano. La sua voce è diventata una presenza fissa e autorevole nel racconto dello sport, prima brevemente come allenatore e poi, per lunghi anni, come stimato e controverso commentatore televisivo. In cabina di telecronaca, le sue analisi erano incisive, spesso sarcastiche, ma sempre permeate da una profonda conoscenza tecnica e un affetto inesauribile per lo sport che aveva contribuito a plasmare. Non si limitava a descrivere il punto o il semplice errore; ne spiegava la genesi tattica, il perché un giocatore avesse fatto una scelta sbagliata o geniale, fornendo una vera e propria lezione di tennis in diretta. Era un narratore che utilizzava il passato per dare profondità al presente, un custode della memoria storica che spesso ricordava con malcelata ironia i sacrifici dell’era amatoriale, quando l’amore per il gioco superava di gran lunga il guadagno economico.
In questa veste di opinionista, è stato spesso il critico più severo, specialmente nei confronti dei tennisti moderni, rimproverando loro la mancanza di tocco, la standardizzazione dei colpi e la prevalenza della forza bruta sull’ingegno. Pietrangeli ha sempre difeso con passione l’idea che il tennis fosse una partita a scacchi giocata ad alta velocità, non una semplice gara di potenza e resistenza fisica. Questa sua intransigenza, che a volte poteva sembrare puramente nostalgica o persino provocatoria, era in realtà una dichiarazione d’amore incondizionata per la bellezza e la complessità intrinseca del suo sport, un richiamo costante alla necessità di variare il ritmo, l’angolazione e di usare la testa prima del braccio.
La sua figura, anche negli ultimi anni di vita, è rimasta centrale e monumentale, una sorta di «senatore a vita» del tennis italiano. Partecipava regolarmente a eventi di rilievo, rilasciava interviste pungenti che non risparmiavano nessuno, e la sua presenza a bordo campo o nelle tribune d’onore conferiva un’aura di legittimità storica a qualsiasi manifestazione. Vedere Pietrangeli era un promemoria visivo e tangibile del fatto che i grandi campioni sono immortali finché la loro storia viene ricordata e raccontata. La sua schiettezza proverbiale, la sua onestà intellettuale e il suo irresistibile carisma lo hanno reso una figura polarizzante – amato e, a volte, detestato per la sua franchezza – ma mai ignorato. La sua carriera come dirigente sportivo e ambasciatore del tennis, con il suo coinvolgimento diretto nella promozione dello sport e nella crescita del movimento italiano, ha cementato ulteriormente il suo ruolo di pilastro, in particolare in occasione degli Internazionali d’Italia a Roma, dove era di casa e la sua opinione era attesa e temuta in egual misura.
Ora che la sua racchetta, che fu strumento di magia e strategia, è stata posata per l’ultima volta e il punteggio del match della sua vita è sigillato, il mondo si ferma a riflettere. Cosa rimane della figura di Pietrangeli? Non solo le coppe, non solo le statistiche impressionanti, ma l’idea di un tennis che era estetica oltre che pura efficacia. Rimane l’esempio di un uomo che ha saputo portare il nome dell’Italia ai vertici globali in un’epoca di poche risorse e tanta passione, superando i limiti strutturali e logistici del tennis italiano dell’epoca e aprendo la strada a tutti i futuri successi. Il suo passaggio rappresenta una linea netta nella storia dello sport.
Il silenzio che segue la notizia della sua dipartita è lo stesso che cade su Campo Centrale dopo l’ultimo, decisivo colpo, ma è un silenzio denso di ammirazione e gratitudine. La leggenda non è finita; è appena entrata nel regno dell’eternità sportiva. Nicola Pietrangeli ha lasciato il campo, ma le sue orme sulla terra rossa di Parigi e Roma resteranno impresse, indelebili, come la mappa di un percorso di eccellenza che ogni tennista italiano sognerà sempre di replicare, un metro di paragone per il talento, la dedizione e, soprattutto, l’eleganza.
