| Carlo Di Stanislao |
«La politica è l’arte di ottenere voti dai poveri e fondi dai ricchi, col pretesto di proteggere gli uni dagli altri.»
— Ambrose Bierce
Il nome di Clemente Mastella torna oggi prepotentemente al centro delle cronache nazionali, occupando ampi spazi sul Corriere della Sera e nei talk show di La 7 a causa della sua complessa vicenda personale e della sua netta presa di posizione per il sì. Questa presenza costante non è un semplice caso di longevità anagrafica, ma il riflesso di una capacità di lettura delle dinamiche di potere che pochi altri protagonisti della scena repubblicana possono vantare. In un momento in cui le leadership sembrano consumarsi nello spazio di un mattino, la figura del sindaco di Benevento si ripropone come un punto di riferimento per quell’area moderata che cerca faticosamente una nuova casa politica tra le pieghe di un sistema bipolare sempre più in crisi.
La vicenda personale come paradigma di resistenza
La narrazione mediatica recente si è concentrata con particolare vigore sulla vicenda personale di Mastella, analizzandola non solo come cronaca giudiziaria o biografica, ma come un vero e proprio paradigma di resistenza istituzionale. Il Corriere della Sera ha dedicato ampi editoriali alla sua figura, descrivendolo come un politico che ha saputo trasformare ogni attacco e ogni caduta in un’occasione di rilancio. La sua storia è segnata da momenti di profonda crisi che avrebbero messo fine alla carriera di chiunque altro, eppure Mastella ha dimostrato una tempra fuori dal comune. Questa resilienza viene oggi letta come la prova di una capacità di restare lucidi anche sotto pressione, mantenendo intatta la propria influenza sui territori e nelle stanze che contano, dimostrando che la politica è prima di tutto una questione di nervi saldi e visione di lungo periodo.
Su La 7, il dibattito si è spostato spesso sulla dimensione simbolica della sua figura: Mastella rappresenta l’ultimo legame vivente con una modalità di fare politica basata sulle relazioni dirette, sul consenso costruito attraverso la presenza costante tra la gente e sulla gestione sapiente degli equilibri parlamentari. La sua vicenda personale diventa così lo specchio di un’Italia che non vuole rinunciare del tutto ai vecchi schemi della mediazione, percependo nel suo ritorno una sorta di rassicurante continuità in un mondo dominato da algoritmi e messaggi social effimeri. La sua capacità di restare in sella nonostante le tempeste è diventata oggetto di studio per gli analisti che cercano di capire come il personalismo possa ancora convivere con le strutture di partito tradizionali.
La scelta del sì e la riforma del sistema
Il punto di svolta che ha riportato Mastella al centro del dibattito è senza dubbio la sua adesione convinta al fronte del sì per le riforme istituzionali attualmente in discussione nel 2026. Questa scelta non è priva di calcolo strategico, ma affonda le radici in una convinzione profonda sulla necessità di modernizzare lo Stato per renderlo più efficiente e meno ostaggio dei veti incrociati. Secondo quanto emerso nelle interviste rilasciate negli ultimi giorni, Mastella vede nelle riforme la possibilità di superare quel bicameralismo che per decenni ha rallentato l’azione di governo, inclusi quelli di cui lui stesso ha fatto parte come ministro e come alleato chiave.
Essere per il sì significa, per lui, scommettere su una democrazia decidente. Mastella sostiene con vigore che il rafforzamento dei poteri del Presidente del Consiglio e la revisione del rapporto tra Stato e Regioni siano passaggi obbligati per evitare che l’Italia resti prigioniera della propria burocrazia interna. La sua posizione è particolarmente interessante perché proviene da un uomo che ha sempre difeso con orgoglio le autonomie locali e il ruolo dei piccoli centri; vederlo schierato per un rafforzamento dell’esecutivo centrale segna un cambiamento di rotta che ha colto di sorpresa molti osservatori, scatenando accese discussioni tra gli opinionisti di La 7. Egli argomenta che solo un centro forte può garantire la sopravvivenza delle periferie, ribaltando la logica tradizionale e ponendosi come il ponte necessario tra queste due realtà apparentemente distanti.
Il ruolo del mediatore nel contesto attuale
L’attenzione costante del Corriere e dei principali programmi televisivi evidenzia come il sistema politico italiano stia vivendo una fase di profonda trasformazione in cui l’esperienza torna a essere una dote ricercata. Il ritorno di Mastella suggerisce che la figura del «mediatore» non sia affatto tramontata. Al contrario, in un Parlamento frammentato dove le maggioranze sono spesso fragili e soggette a scossoni improvvisi, la competenza tattica di chi sa come costruire un compromesso tra posizioni distanti diventa un bene preziosissimo. Egli si muove in questo scenario con la sicurezza di chi conosce ogni piega del regolamento parlamentare e ogni umore dei colleghi, trasformando la sua capacità relazionale in una risorsa istituzionale.
Il «sì» di Mastella alle riforme diventa quindi una moneta di scambio politica pesante, capace di attrarre altri indecisi e di spostare gli equilibri interni alle coalizioni di governo. La sua strategia sembra essere quella di accreditarsi come il garante di una transizione ordinata verso la Terza Repubblica, mettendo a disposizione del Paese quella «saggezza del fare» che deriva da decenni di militanza attiva. Non si tratta solo di sopravvivenza personale, ma della volontà di lasciare un segno indelebile sull’assetto costituzionale del futuro, dimostrando che anche i protagonisti delle stagioni passate hanno ancora molto da dire sul domani.
Un’analisi del contesto mediatico e sociale
La copertura offerta dal Corriere si distingue per una ricerca di profondità storica, cercando di inquadrare Mastella all’interno di una lunga tradizione di pensiero centrista che risale alle radici della democrazia cristiana. Al contrario, la narrazione di La 7 è più immediata e conflittuale, puntando sul contrasto tra la vecchia guardia rappresentata dal sindaco sannita e le nuove spinte populiste o tecnocratiche che vorrebbero rottamare il passato. In entrambi i casi, emerge l’immagine di un uomo che non ha mai smesso di pensare alla politica come a una professione nobile e complessa, che richiede dedizione totale e una straordinaria capacità di incassare i colpi della sorte senza perdere la bussola.
La vicenda personale di Mastella, unita alla sua scelta di campo per le riforme, ci consegna il ritratto di un protagonista che rifiuta categoricamente l’oblio. La sua è una battaglia per la rilevanza, condotta con le armi dell’esperienza, della dialettica e di una profonda conoscenza dell’animo umano. Finché il centro del sistema politico rimarrà un luogo di contesa e di ricerca di equilibrio, figure come la sua continueranno a occupare le prime pagine, ricordandoci che la politica è, prima di tutto, una questione di uomini e della loro incredibile capacità di restare in piedi nonostante tutto. La sua voce continua a risuonare forte, stimolando riflessioni su cosa significhi realmente governare in un’epoca di incertezza globale.
In conclusione, l’effetto Mastella nel 2026 è la dimostrazione che la politica italiana non può fare a meno delle sue radici più profonde. Il suo essere per il sì rappresenta un tentativo coraggioso di traghettare il Paese verso una nuova stagione, portando con sé tutto il bagaglio di conoscenze accumulate in mezzo secolo di vita pubblica intensa. Che lo si consideri un maestro del tatticismo o un sincero riformista, la sua figura resta centrale per comprendere le evoluzioni del nostro sistema democratico e la tenuta delle sue istituzioni.
