A 50 anni dalla scomparsa di Alfonso Gatto con quel suo «se a voltarmi più non ti vedo chi di noi manca»

Pierfranco Bruni 

Alfonso Gatto. Ho  appreso la notizia della morte mentre cenavo alla casa dello studente a Roma. Era l’otto marzo del 1976. Muore in un incidente stradale. In quegli anni, ero appena ventenne, ovvero  21 anni,  avevo una frequentazione costante con Salerno. Ritorno dopo un pò di tempo su questo poeta amico di nostalgie e immaginari. Vi ritorno dopo alcuni programmi realizzati su di lui con la Rai. Una poesia un poeta nella mia memoria.

Uno dei poeti che ha tracciato un preciso percorso lirico – metaforico,

sempre su una linea di “immaginaria” realtà, all’interno del

Novecento italiano resta, senza alcun dubbio, un poeta che

ha raccolto le pieghe di un incontro tra la parola come elemento

espressivo e i linguaggi che sono racchiusi dentro la pagina dei

simboli. Percorsi indelebili che raccontano certamente la vita di

un uomo ma in modo più articolato raccontano esistenze.

La terra e il mare, i paesi e i luoghi, la madre e il destino sono

coordinate nel vissuto di una memoria che incide trasparenze

indissolubili. Titolo inconfondibili, i suoi.

La poesia di Alfonso Gatto è la metafora di un’isola che lacera

il vento che alza le onde del mare e costringe, comunque, la

“bufera” ad arginarsi nel cavo di uno scoglio. La sofferenza

dell’uomo è un’eco che fa trasmigrare le onde e lascia però solchi

sul palmo della mano. Solchi che individuano il cammino. La

poesia di Gatto è un cammino nella sensualità che trasforma i

giorni raccogliendoli nel quotidiano e nel tempo. La storia è

trafitta perché il tempo è nella percezione dell’orologio ma anche

nei sentieri incantati delle sensazioni.

Un mitico volare di sabbia nel deserto che fa dell’isola un

labirinto. Un magico cerchio nell’infinito della memoria. E l’isola

è il cerchio dove la grecità dispersa si ritrova e dove l’approdo del

naufrago diventa una allegoria che non ha bisogno del gioco delle

immagini. In fondo se la poesia ha un senso il filo della memoria

è un destino che dà voce all’orizzonte della metafora. Il poeta isola

non è il poeta solitudine. È il poeta memoria, viaggio. Appunto

come nell’isola.208

Or nella solitaria

cadenza d’un approdo,

svanita la memoria

al suo tepore effusa,

esala bianca l’isola

la brezza del mio cielo.

Non è una poesia fatta di cocci né di spine o di ossi. Ma è una

poesia nella quale ci sono “pezzi” di anima. Una metafora per

raccogliere il dolore di un viaggio che è completamente tracciato

non da segmenti o da linee ma da costanti ritorni. Ci sono spaccati

di realtà che non si leggono o non restano come tali perché nella

sua poesia subentra sempre un “territorio” particolare che è

quella della lacerazione della storia.

La storia lacerata non è una storia dispersa o perduta o

smarrita che smarrisce l’uomo. La storia lacerata, invece, è un

emblematico desiderio di addentrarsi in una ragnatela fitta di

coriandoli in cui il tempo si sposta tra il passato e il presente.

La madre, il padre, i paesi che si rincorrono sono ricordi e

dolori reali ma il dolore diventa ancora più tragico quando

subentra il superamento del reale, ovvero del momento immediato per cedere luogo e spazio alla contemplazione e alla meditazione.

È possibile rintracciare “porti sepolti” lungo il vento delle

attese di una poesia che recita la disarmonia. E i porti sepolti

chiedono ancoraggi per ritornare a vivere. Ma ritornano a vivere

solo se la memoria va oltre ogni percorso della realtà e rimane

incancellabile nel sogno dei giorni. Ma il ricordo, per Gatto, è

nell’eterno oblio, quell’oblio che non concede pause alla pazienza

del cammino.

Avventuriero e naufrago come presenza randagia gli affetti

restano immobili nelle parole che definiscono un poeta nella

dispersione e nell’inquieto esistere. Il poeta è un disperso nell’estetica del vivere. Di viaggio in viaggio o “da isola a isola”, come

direbbe Silvio Ramat il centro della parola non si strappa nel

rimpianto ma in una lenta, e mai passeggera, nostalgia. Chi vive

di isole o chi si stabilisce, metaforicamente, nell’isola non può fare

a meno della nostalgia. Alfonso Gatto ha stabilito un dialogo

importante con lo spazio – tempo – nostalgia. Ma è proprio in questa triangolatura che l’immaginario mediterraneo trova una

sua chiave interpretativa straordinaria. Il sentire e l’essere

mediterranei, per un poeta come Alfonso Gatto, significa rendere

il senso dell’appartenenza il valore prioritario nell’intreccio tra la

parola e la tensione del sentimento.

C’è un’altra poesia sempre dal titolo Isola, che appartiene

però alla raccolta Desinenze, che raccoglie gli strascichi della

sensualità del tempo che non muore. Un tempo immortale.

Avvicinarsi all’isola, a quel soffio

marino ch’è nel lascito del cielo,

e scoprirla di pietra, di silenzio

nell’agrore dell’erba, nel relitto

del lastrico squamato dai suoi scisti:

questo è rabbrividire sul mio nome

improvviso nel mònito del vento.

Più nessuno lo chiama, e l’esser solo

a scala del mio sorgere, riemerso

dal mio sparire all’avvistarmi, è spazio

che l’aperto raggiunge per fermare,

per chiudere alla stretta del suo scoglio.

Il viaggio, l’amore, in quell’arrivo

fermano il conto e il tempo, nello spazio

il nome nel raggiungermi mi chiude.

Il ritornare è una voce nella dimensione tra l’essere di una

creatività che è la vita in sé e l’immagine – cerchio. Un navigare

tra gli scogli e i fili raccolti da Arianna. Le dee e le muse sono

archetipi nelle “desinenze” del viaggiare il viaggio. Ma il ritornare

è nella contemplazione di una poesia che non è breviario alchemico ma passo di esistenza. Dunque, sì. Una poesia, quella di Gatto,

che è passo di esistenza nella radice terra e nell’orizzonte – tempo.

L’isola non è solo una metafora. È il vero proprio nei segni delle

“desinenze”.

Quelle “desinenze” che superano la storia o, meglio, non si

interessano della storia ma entrano in una visione che ha una sua

precisa affermazione nella religiosa definizione di un viaggio, il cui senso è segnato, appunto, dal sentimento del destino. La

poesia di Alfonso Gatto è un navigare tra le pianure e gli scogli in

un “fraseggio” che è espressione di un modello certamente ermetico ma che si racchiude in delle assonanze che sono espressione

di un lirismo inquieto ma traccia la cifra di una esistenza.

La solitudine del naufrago è la solitudine di un poeta che ha

ben capito che i conti con il tempo bisogna farli e l’isola alla quale

si richiama è un andare nella dimensione di un luogo che non è

geografia soltanto ma infanzia. Questa infanzia diventata ormai

indefinibile ma solcata nell’anima e nel cuore.

Il tempo diventa infinito. Un “infinito”. Come nella poesia dal

titolo Notturno per Mondrian: «Più o meno, / croci armoniose /

dell’alfabeto che non parla mai. / Di sé solo perfetto / cimitero di

segni / l’infinito.»184

I segni che riportano sulla scena del tempo le macerie di una

vita. Colori di una esistenza che non tradiscono metafore ed

allegorie.

Il ricordo soffuso è oblio. Il sublime è una lunga attesa. Una

attesa che più che attendere è un ricongiungere le “vocali” dei naufragi. Una poesia che supera ogni naufragio per recitare il

tempo dell’isola. Alfonso Gatto è un poeta dell’indefinibile nostalgia. Penetrare il suo “corpus” è capire il senso e l’orizzonte di una partenza che non ha mai smesso di chiedere un ritorno. Ritrovarsi nel ritorno.

Una metafora che ha tasselli di tempo ritrovato. I paesi che si

rincorrono sono i paesi che si cercano nel tramonto e il tramonto

non è solo la deposizione del sole o la trasformazione dei colori.

Quel tramonto è piuttosto “controluce d’addio” in un gioco di

immagini che ridestano il navigante all’alba.

«Tutto di noi gran tempo ebbe la morte.»

Il tramonto, dunque, è la carezza del crepuscolo. Ma tutta la

poesia di Alfonso Gatto è una inconfondibile carezza del crepuscolo tra i silenzi dell’ombra. I suoi versi sono passi nell’inconfondibile inciso del tempo.

Quel «se a voltarmi più non ti vedo chi di noi fue manca» resta inciso sulla mia pelle. Mi risuona costantemente come filo sottile di un tempo diventato memoria. Alfonso Gatto era nato a Salerno il 17 luglio del 1909.

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