Recensione de I racconti di Maleto, di Duccio Castelli, Guido Miano Editore, Milano 2026

Non è facile, ma è bello presentare I racconti di Maleto di Duccio Castelli, già autore, dal 1963 ad oggi, di oltre venti opere tra poesia e prosa. Curiosamente, la sua prima pubblicazione (la raccolta poetica Emigranza, 1993) uscì per Guido Miano Editore, che ora propone questa raccolta di racconti autobiografici; ed il primo scritto del Castelli, risalente al 1963, il racconto Una ragazza per quattro mesi, fu pubblicato nel 1995 dal medesimo Editore, accompagnato da una lettera introduttiva di Italo Calvino.

Maleto era il cane dell’Autore e nell’arco di tutto il libro “appare e scompare, come un’ombra fedele (…) presenza discreta che restituisce continuità a un’esistenza segnata dal movimento, dall’irrequietezza e dalla ricerca di un senso” – come osserva Michele Miano nella Prefazione. È il fil rouge delle memorie che Duccio Castelli ci consegna qui con una leggerezza e insieme una profondità veramente rimarchevoli.

Dall’inizio alla fine, si incontrano uomini e donne che in qualche modo hanno segnato il corso della vita dell’Autore, spesso in viaggio, e che è vissuto a lungo in Sud America (soprattutto in Cile). Si trovano racconti di vita quotidiana alternati a resoconti di viaggi, episodi che assomigliano ad avventure fiabesche (ma alcune non fiabesche, come le partecipazioni a dei rally automobilistici) e semplici descrizioni di fatti e luoghi frequentati dall’Autore, come ad esempio New York, Londra, Barcellona; racconti delle caserme dell’aeronautica a Viterbo e a Milano (di quest’ultima, in Piazza Novelli, c’è anche una bella fotografia del giorno del congedo dalle armi).

Possiamo ‘vedere’ Tonio, Juan Carlos, l’argentino Abancens, l’ex agente segreto Arturo, l’inglese Ron, Gastone e tanti altri; possiamo immaginare la solitaria Jacinta; possiamo incontrare gli amici amanti del jazz, alcuni dei quali, come Alfredo Espinoza, o Marcelo De Castro (fratello di Jacinta), componenti di band cui lo stesso Autore contribuiva suonando il trombone (c’è anche una foto). Possiamo sapere della moglie di Duccio, Sherry, del loro figlio e della loro figlia, della prima nipote Giulia, delle zie Rosa e Giuditta, dello zio pittore, del cugino Nicoletto – ma l’elenco completo è ben più lungo. Possiamo avere qualche sprazzo di visione dei giorni passati da Duccio bambino nella casa milanese costruita da Gio Ponti (“I giorni in quella casa furono circa seimila”, come recita il verso di una poesia, di quelle che ogni tanto intercalano le pagine in prosa del racconto, compresa la traduzione della poesia Piececitos de niño della cilena Gabriela Mistral, Premio Nobel per la letteratura come un solo altro cileno, Pablo Neruda). Possiamo sapere del padre, più presente forse in sogno che nella realtà, e dell’affetto di Enzo, un ‘quasi secondo padre’. Possiamo aver notizia della storia del “Gino del Forte (dei Marmi)”, sentire quello che l’Autore faceva a scuola con i suoi compagni della “seconda D”, andare avanti e indietro nel tempo e qua e là nel mondo. Possiamo liberare la fantasia.

Insomma, ci si apre un mondo. Ma non ci si apre del tutto: resta tutto sfumato, quasi permeato da un alone di nebbia che ci permette appena di vedere i tratti essenziali delle cose, non di conoscerne pienamente i contorni. Tutto resta un po’ avvolto in un’aura di mistero che affascina, ma è ugualmente vero ciò che osserva ancora Michele Miano nella Prefazione, dicendo che “la narrativa è, prima di tutto, un atto di resistenza contro l’oblio, un modo per dare forma e durata alle emozioni e ai pensieri che altrimenti svanirebbero”; ed è grazie alla capacità di Duccio Castelli “di intrecciare quotidiano e mito, memoria e invenzione” che il viaggio attraverso le pagine di questo I racconti di Maleto può rinverdire emozioni e pensieri nei lettori ed interessare proprio tutti.

Marco Zelioli

Duccio Castelli, I racconti di Maleto, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 228, isbn 979-12-81351-79-0, mianoposta@gmail.com.

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