Domenico Maceri
“Mente come la maggior parte delle persone respira. Io non guarderò”. È quanto ha detto Robert Reich, già segretario al Lavoro nell’amministrazione di Bill Clinton, a proposito del recente discorso sullo Stato dell’Unione di Donald Trump. Nancy Pelosi era d’accordo quando strappò il discorso sullo Stato dell’Unione del 2020 di Trump, spiegando in seguito che si trattava di un cumulo di menzogne.
Il recente Stato dell’Unione di Trump è stato poco più di un comizio elettorale travestito da adempimento costituzionale, secondo cui di tanto in tanto il presidente è tenuto ad informare i cittadini sulla condizione del Paese. Il tema del presidente attuale è stato familiare: ha ereditato un disastro da Joe Biden e, grazie al suo genio e alla sua volontà, lo ha trasformato in una prosperità senza precedenti. Ha detto di aver “ereditato una nazione in crisi”, con “un’economia stagnante” e un “confine completamente aperto”, segnata da “criminalità dilagante” e da “guerre e caos” nel mondo. Ma, ha dichiarato, sotto la sua guida “abbiamo realizzato una trasformazione come nessuno ha mai visto prima e una svolta epocale”. “La nostra nazione è tornata — più grande, migliore, più ricca e più forte che mai”, ha tuonato.
E con la cadenza iperbolica che è diventata il suo marchio di fabbrica, Trump ha aggiunto che “Stiamo vincendo così tanto che davvero non sappiamo cosa farcene. La gente mi dice: Per favore, per favore, signor Presidente, stiamo vincendo così tanto che non ne possiamo più”. E io rispondo: “No, no, no, vincerete ancora, vincerete in grande, vincerete più di quanto abbiate mai vinto prima”.
È stato il Trump di sempre, battagliero, in parte vanto, in parte lamento, in parte messaggio promozionale. Ma la realtà fuori dell’aula dipinge un quadro diverso. L’economia, pur non essendo in caduta libera, è ben lontana dalla “svolta epocale” e “dell’età dell’oro” che descrive Trump. Il costo della vita resta una preoccupazione centrale per milioni di americani. I prezzi dei generi alimentari, delle case e delle assicurazioni continuano a mettere sotto pressione i bilanci familiari. Anche laddove gli indicatori macroeconomici mostrano una certa resilienza, i sondaggi rivelano costantemente una profonda insoddisfazione per il costo della vita. La sensazione percepita è che il sistema non funzioni per l’americano medio.
Sull’immigrazione, Trump ha dipinto un quadro di totale collasso prima del suo ritorno e di controllo totale dopo. Ha sostenuto che il confine è ora sicuro, che i criminali vengono arrestati in massa e che il caos è stato sostituito dall’ordine. Dimentica ovviamente le recenti uccisioni di Renée Good e Alex Pretti a Minneapolis.
Ciononostante l’immigrazione rimane una delle questioni più divisive e irrisolte del Paese. Operazioni di vasta portata hanno condotto non solo all’arresto di migranti senza precedenti penali, ma anche alla detenzione di persone senza reati gravi, incluso residenti di lunga data con famiglie e lavoro. Famiglie sono state separate. Le notizie su metodi di applicazione della legge particolarmente aggressivi hanno suscitato proteste. L’agenzia federale per l’immigrazione è diventata profondamente impopolare in molte comunità. I sondaggi nazionali mostrano un’opinione pubblica poco rassicurante per Trump con molti cittadini critici verso le tattiche più dure. Un sondaggio di NPR/PBS/Marist ci informa che il 65 % crede che l’Ice (Immigration and Customs Enforcement) abbia esagerato. Un altro sondaggio ci informa che il 49 % degli americani vorrebbe una pausa sulle retate comparato al 35% che le vorrebbe continuare.
La retorica di Trump non si è fermata alle rivendicazioni politiche. Ha attaccato i legislatori democratici seduti davanti a lui, accusandoli di non opporsi ai “criminali immigrati” e di aver “rovinato” il Paese. Si è presentato come l’unico che ha salvato l’America “all’ultimo momento”. Più che un discorso di unità per una nazione divisa, è sembrato un comizio elettorale pronunciato dal podio della Camera.
È significativo che non abbia attaccato direttamente i quattro giudici della Corte Suprema presenti come aveva fatto in maniera molto feroce subito dopo l’annuncio della bocciatura dei suoi dazi. Ha però espresso delusione senza però imbarazzarli aggiungendo di avere “altri modi” per imporre dazi che però hanno limiti e saranno temporanei.
Questo schema — fare affermazioni roboanti, respingere le prove contrarie e raddoppiare la posta — ha definito la carriera politica di Trump. Sembra credere che la ripetizione possa trasformare l’asserzione in fatto. Se qualcosa viene detto abbastanza forte e abbastanza spesso, diventa verità per i sostenitori e confusione per il resto dell’elettorato.
Ma questa volta la strategia potrebbe non funzionare. I sondaggi mostrano un significativo scetticismo verso le sue affermazioni di rinascita economica e trionfo al confine. Molti americani esprimono preoccupazione per il costo della vita. Anche tra coloro che approvano un’applicazione più severa delle leggi sull’immigrazione, c’è disagio per i costi umani e per i toni utilizzati.
Con le elezioni di metà mandato all’orizzonte, i Democratici puntano a competere con forza per il controllo della Camera e hanno una possibilità concreta di conquistare la maggioranza al Senato. Storicamente, le elezioni di metà mandato rappresentano spesso un referendum sul presidente in carica. Se l’insoddisfazione per i prezzi, per le politiche migratorie e per lo stile di governo persisterà, il partito del presidente potrebbe affrontare seri ostacoli.
Il discorso sullo Stato dell’Unione dovrebbe informare, persuadere e idealmente unire. Nelle mani di Trump è diventato qualcos’altro: uno spettacolo di autocelebrazione e di attacco di parte, scollegato dalle ansie che molti americani continuano a provare.
“Mente come la maggior parte delle persone respira”, ha detto Reich. La domanda ora non è se Trump continuerà a ripetere la sua versione dei fatti. Lo farà. La vera domanda è se gli elettori continueranno ad ascoltarla — o se, finalmente, smetteranno di crederci. I sondaggi suggeriscono ombre per i legislatori repubblicani, ingabbiati dalla paura di contraddire il loro capo che non ha nessuna intenzione di cambiare rotta.
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.
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