Carlo Di Stanislao
»Il destino non è una questione di fortuna; è una questione di scelte. Non è qualcosa che va aspettato, ma qualcosa che va raggiunto.»
— William Jennings Bryan
Il sipario cala definitivamente sulla lunghissima e travagliata stagione del controllo pubblico nel Monte dei Paschi di Siena. Con una mossa che segna uno spartiacque storico non solo per la finanza toscana ma per l’intero assetto bancario nazionale, il governo ha ufficializzato il proprio disimpegno totale dalla banca più antica del mondo. Le dichiarazioni giunte dalla presidenza del consiglio hanno trasformato quello che nelle intenzioni doveva essere il traguardo glorioso di un risanamento decennale in una giornata di profonda passione per Piazza Affari, dove il titolo ha reagito con un violento scossone al ribasso, bruciando in poche ore centinaia di milioni di capitalizzazione.
La parola fine e il crollo in borsa
La notizia è giunta come un fulmine a ciel sereno nel cuore di una sessione borsistica già nervosa. Il governo ha dichiarato concluso, senza possibilità di appello, il proprio ruolo nella governance e nelle future nomine strategiche dell’istituto senese. Con una partecipazione azionaria ormai ridotta ai minimi termini dopo le progressive vendite degli ultimi due anni, l’esecutivo considera il dossier definitivamente archiviato, rivendicando il successo di un’operazione che ha riportato la banca in utile dopo anni di perdite miliardarie gravate sulle spalle dei contribuenti.
La reazione dei mercati, tuttavia, è stata di segno diametralmente opposto rispetto al trionfalismo istituzionale. Il titolo Mps ha vissuto una seduta drammatica, chiudendo la giornata del 27 febbraio 2026 con una perdita del 6,76%. Le azioni sono scivolate ai minimi di giornata, toccando quota 8,298 euro, dopo aver aperto la sessione con un leggero segno positivo a 8,98 euro. Il crollo si è verificato non appena le dichiarazioni governative sono diventate di dominio pubblico, innescando sospensioni per eccesso di ribasso e trascinando con sé l’intero comparto creditizio italiano. Il nervosismo ha contagiato anche Mediobanca, strettamente legata alle vicende del Monte nel nuovo assetto, che ha chiuso in forte calo perdendo il 6,24%.
Perché il mercato ha paura?
Il paradosso finanziario è evidente: se da un lato la privatizzazione completa è il segnale inequivocabile di una banca tornata sana e appetibile secondo i canoni europei, dall’altro l’improvviso disimpegno ha creato un vuoto di potere che spaventa i piccoli e grandi risparmiatori. Diversi fattori critici hanno alimentato questo clima di profonda incertezza:
- L’incertezza sul terzo polo: Il mercato scommetteva da mesi su una regia politica forte per la creazione di un grande polo bancario italiano che potesse competere con i giganti Intesa e Unicredit. Il disimpegno totale suggerisce che la banca dovrà navigare da sola in mare aperto, rendendo i tempi di un’eventuale fusione con Banco Bpm o Bper estremamente più complessi e meno prevedibili.
- Il nodo Mediobanca: La vicenda si intreccia inevitabilmente con i piani di integrazione nel settore del risparmio gestito. L’assenza di dettagli chiari sui nuovi equilibri di potere tra i soci privati ha spinto molti operatori a liquidare le posizioni per pura cautela strategica.
- Il timing della comunicazione: Molti analisti hanno mosso critiche severe alla scelta di annunciare l’uscita definitiva a borse aperte. Una mossa definita da alcuni priva della necessaria sensibilità istituzionale, poiché ha esposto il titolo alla speculazione più aggressiva proprio nel momento di massima vulnerabilità comunicativa.
Una banca nuova in un mare vecchio
Nonostante la tempesta perfetta scatenatasi sui listini, i fondamentali della banca raccontano una storia di riscatto oggettivo. L’istituto senese ha chiuso l’ultimo esercizio con profitti record e una solidità patrimoniale che pochi avrebbero osato sperare nel 2017, l’anno del drammatico salvataggio pubblico. Il nuovo piano industriale, che guarda alla fine del decennio, punta a una crescita costante basata sulla digitalizzazione e sulla valorizzazione della rete territoriale, con l’obiettivo di trasformare Mps in una macchina da profitti per i futuri azionisti.
Tuttavia, il Monte dei Paschi resta una preda ambita e, allo stesso tempo, un pivot instabile. Senza lo Stato a fare da scudo contro scalate ostili o smembramenti, la banca entra in una fase di piena e brutale contendibilità. La sfida dei prossimi mesi sarà capire se prevarrà l’interesse dei grandi fondi d’investimento internazionali, attirati dai dividendi generosi, o se si riuscirà a consolidare un’anima nazionale guidata dai nuovi soci industriali che hanno iniziato a fare capolino nel capitale sociale.
Conclusione
La scelta di affidarsi interamente alle logiche di mercato è una scommessa audace e carica di conseguenze. Da un lato, il successo politico di aver liberato il bilancio dello Stato da un fardello costato miliardi; dall’altro, il rischio di lasciare una banca sistemica in balia della volatilità finanziaria. Il crollo odierno rappresenta il primo vero esame di maturità di questa nuova libertà. Resta da vedere se questa autonomia porterà finalmente alla nascita di un campione nazionale capace di resistere alle tempeste globali o se la banca più antica del mondo rimarrà, ancora una volta, un eterno cantiere aperto e una ferita mai del tutto rimarginata nel panorama finanziario europeo.
Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione
