“Declinazioni umane” di Antonello Di Grazia (Eretica Edizioni, 2025 pp. 80 € 15.00) insegna a prendersi cura del proprio mondo interiore, oltrepassando la cortina feroce e annichilente di un universo che ha, nello scenario spaventoso di una attualità irruente e aggressiva, il suo culmine di desolazione e di malvagità. L’autore esplora i caratteri psicologici incoerenti e tormentati dell’uomo, alla ricerca di un conforto sul quale annullare la propria solitudine e sorreggere la sconcertante distruzione della realtà. Le tre sezioni del libro interpretano il senso dell’avversione e del disprezzo, la sensazione del sentimento drammatico, occupano lo spazio disincantato del dolore, accendono l’attenzione sulla rovina ardente delle guerre quotidiane ammesse all’oscura e alienante disumanizzazione. Antonello Di Grazia dichiara il declino della società attraverso la privazione silenziosa e sospettosa del pensiero, rivela l’abisso imperturbabile della paura, in bilico sull’orlo di un precipizio che assorbe il distacco istintivo dalla vita, analizza, nella voragine tragica, la fenditura negativa, creata da sentimenti irrazionali, ai margini del territorio vulnerabile e friabile dei comportamenti umani. “Declinazioni umane” registra un catalogo privato del deterioramento sensibile in cui lo sviluppo cognitivo dell’anima è deformato dalla crisi della comunicazione, raccoglie lo studio analitico sulla natura umana e la sua inesorabile ricerca dei significati, esplora il rapporto dell’individuo con le prospettive impietose e dure delle interazioni sociali. Decifra l’esperienza esistenziale della sofferenza, l’impazienza autolesionista, la percezione della lucidità introspettiva, influenzata dal giudizio della malinconia, dall’estinzione dell’umanità nella sua rispettabilità e onestà morale. Antonello Di Grazia sostiene il processo evolutivo dell’identificazione empatica, personale e soggettiva, tra la primitiva vocazione dei fattori innati nel comportamento umano e le condizioni degradate della società, indica la trasformazione fatale legata al contesto antropico dell’appartenenza, misura le dimensioni mentali del tempo e delle attese. Comprende la debolezza nella sua sensazione di dipendenza, come fattore di perturbazione, conosce il potenziale razionale e passionale delle intelligenze emotive, la motivazione delle corrispondenze, orientate nel presentimento di una condivisione in sintonia con le epifanie del cuore. Descrive, in un’atmosfera cupa e annientante, la visione complessa e soffocante della miseria, l’opprimente impressione di una strana alchimia etica in cui l’attrazione e la repulsione si fondono in un oracolo perverso di perdizione, distruzione e sconfitta. La poesia di Antonello Di Grazia mette in evidenza i contrasti terreni nel crepuscolo delle tensioni irrequiete, invoca, nell’incertezza e nel disorientamento, il ricorso al divino. Nello scenario devastante e lacerante di un itinerario oscuro e disperato emerge l’orizzonte di un cammino intimo, sereno e benefico, un osservatorio d’amore, un passaggio simbolico e sicuro dove trovare l’accoglienza, la protezione e l’incoraggiamento ad assistere la cura degli affetti, indirizzare l’identità personale nella rielaborazione dei ricordi e della loro continuità confortante. Antonello Di Grazia sorveglia la provvisorietà della gratitudine, difendendo il devoto e inattaccabile sollievo della poesia, sconfina l’indistinta e magistrale capacità di afferrare la transitorietà e vivere il presente.
Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
DOPO CENA
Devastanti bufere al tramonto
pieno inverno
macerie di morti
in un fioco lume, indistinto.
Cerco negli abissi profondi
mari languidi
il tuo riso diverso.
Inesausto silenzio,
greve discesa,
buia Siberia.
CAPODANNO
Nel giro silenzioso
d’uno sgomento di festa
nostalgia dei tuoi occhi
fugaci, intesa d’un meriggio
lontano.
E lieve si presenta
il sentiero percorso
e gravida l’insipienza
di questa certa abitudine
di urla dimenticanze giorni sottili
inverni
che non sfioravano la schiena.
SENZA SOFFI DI VENTO
Senza soffi di vento
l’emiciclo di stelle inestese
nello spazio nel tempo
smemora.
E resto a contemplare
la distesa operosa
di un mare che soffoca
le grida
di assordanti cicale.
Questa notte non ha
un prima né conduce
a domani: vaghiamo
svuotati e felici.
A MEZZOGIORNO
Gli anni avviluppati
in una scorza faticosa battono
ad ore inconsuete
chiedendo il conto.
Ma resta soltanto il tornare
lieve
dal mare al tramonto,
e svanire,
abisso di fuga
e celato candore,
in sghembi sentieri e vicoli ciechi.
MOTO DI ROTAZIONE
Nei giorni sparsi di brina
ancorati a doveri inesausti
di un’umanità tumultuosa
sembrava la terra girare
in spente chiose.
Non più sogni,
separazione di anima
e corpo, destavano
viali di stelle avvenire:
il tempo gravitava intorno
a giudizi poco globali.
