Carlo Di Stanislao
»Il pubblico è una bestia che bisogna saper accarezzare, ma che non bisogna mai stare a sentire troppo da vicino, altrimenti si rischia di perdere la propria voce nel suo ruggito.»
— Ennio Flaiano
Il panorama televisivo italiano sta vivendo una fase di profonda ridefinizione identitaria, un momento in cui i vecchi paradigmi del «predestinato» si scontrano con la realtà pragmatica degli ascolti e del consenso popolare. Al centro di questa tempesta perfetta troviamo due figure polari, quasi archetipiche: Alessandro Cattelan e Stefano De Martino. La recente decisione di affidare la direzione artistica e la conduzione del Festival di Sanremo a De Martino non è soltanto una scelta di palinsesto, ma un segnale politico e culturale su cosa debba essere oggi la televisione generalista in Italia: un luogo di aggregazione che non può prescindere dal rito collettivo e dalla capacità di parlare a tutti, senza distinzioni di classe o di istruzione.
La sindrome del predestinato e il limite invalicabile della «coolness»
Per anni, il nome di Alessandro Cattelan è circolato nei corridoi di Viale Mazzini come l’unico vero erede dei grandi conduttori del passato, l’uomo capace di traghettare la Rai nel ventunesimo secolo grazie a un linguaggio fresco, dinamico e internazionale. Arrivato dal mondo Sky con un’aura di modernità e una competenza tecnica cristallina, Cattelan portava con sé un’estetica nuova per l’ammiraglia della televisione di Stato: ritmi serrati, citazionismo anglosassone e una naturale propensione per tutto ciò che è considerato «di tendenza». Tuttavia, proprio questa sua identità così definita e rifinita si è rivelata, col tempo, il suo limite più invalicabile.
Cattelan è, per sua natura, il conduttore di chi la televisione tradizionale la guarda poco o la critica molto. È amato dai critici televisivi, dai giovani urbanizzati e da chi consuma l’intrattenimento in pillole sui social media. Ma la Rai, e in particolare Rai 1, è un transatlantico che richiede una navigazione differente, fatta di profondità e pazienza. Il fallimento – o meglio, il mancato exploit – di programmi ambiziosi come Da grande ha evidenziato una frattura sociale e culturale profonda: il tentativo di Cattelan di non «sporcarsi le mani» con la tradizione, di non scendere a patti con il nazionalpopolare, è stato percepito dal grande pubblico come un atto di alterità. Come gli disse saggiamente Antonella Clerici, nella televisione di Stato bisogna saper «sporcarsi di sugo». Senza quella macchia metaforica sulla camicia bianca, il pubblico della provincia italiana ti percepirà sempre come un ospite elegante ma sostanzialmente estraneo, qualcuno che parla una lingua corretta ma priva di quel calore necessario a scaldare le case nelle fredde serate invernali.
Stefano De Martino: l’estetica dell’accoglienza e il richiamo delle radici partenopee
Dall’altra parte della barricata troviamo Stefano De Martino. Se Cattelan rappresenta la nicchia che si sente élite, De Martino incarna il popolo che si fa eleganza senza mai rinnegare le proprie origini. Partito dai talent show e passato attraverso le forche caudine del gossip più sfrenato, ha saputo compiere un percorso inverso e difficilissimo: non ha cercato di imporre un modello straniero precostituito, ma ha scavato nelle radici dell’intrattenimento italiano, dichiarandosi apertamente figlio di Renzo Arbore e di quella scuola napoletana che sa fondere ironia, improvvisazione e un’innata capacità di creare empatia immediata.
La sua forza risiede in quella che potremmo definire «l’estetica dell’accoglienza». Laddove Cattelan seleziona il suo pubblico attraverso riferimenti culturali specifici — la musica indie, lo stile hipster, il sarcasmo asciutto — De Martino spalanca le braccia a ogni tipo di spettatore. La sua conduzione è rassicurante e profondamente legata a un’idea di intrattenimento che non vuole educare il pubblico a nuovi gusti, ma vuole celebrarne le abitudini, i sogni e le sicurezze. La scelta di De Martino per Sanremo 2026 è la vittoria definitiva del «vicino di casa» carismatico sul «compagno di classe brillante ma distaccato».
Il conflitto dei modelli: Late Night americano vs varietà mediterraneo
Per comprendere appieno questa dinamica, bisogna guardare ai due modelli televisivi che i due conduttori incarnano. Alessandro Cattelan ha costruito la sua intera carriera sul miraggio dei grandi late-night talk show statunitensi. Il riferimento a Jimmy Fallon, James Corden o Jimmy Kimmel è presente in ogni sua mossa: il monologo iniziale al leggio, i giochi di società con le celebrità, l’interazione costante con la band in studio. È una televisione pensata per essere «spacchettata» in brevi clip virali, perfetta per l’algoritmo di YouTube ma spesso percepita come fredda da chi cerca un’emozione prolungata e genuina davanti al piccolo schermo.
Tuttavia, il modello americano si basa su un presupposto che in Italia fatica ad attecchire: il cinismo ironico e la velocità urbana tipica di una metropoli come New York. In Italia, la televisione generalista assolve ancora a una funzione di «compagnia» e di focolare domestico. De Martino lo ha capito perfettamente, recuperando il concetto di «caos organizzato» e di convivialità tipico di programmi storici come Quelli della notte. Mentre Cattelan punta alla perfezione tecnica dell’esecuzione, cercando di essere il più bravo della classe, De Martino punta alla creazione di un «clima» dove lo spettatore si sente parte del gioco. In sintesi, Cattelan rappresenta il club esclusivo e ricercato di una metropoli europea; De Martino rappresenta la piazza del paese durante la festa patronale, dove c’è posto per tutti e la musica invita al ballo.
Sanremo: il palco che non ammette la «puzza sotto il naso» e il rito dei superospiti
Il Festival di Sanremo non è un semplice programma televisivo; è il Ministero della Cultura Popolare in sessione plenaria. Gestirlo richiede una dote che va oltre il talento: richiede l’empatia assoluta con la «massa». Alessandro Cattelan ha spesso dichiarato che il sogno di Sanremo esisteva, ma senza ossessione, quasi a voler mantenere una distanza di sicurezza per non compromettere la propria aura di «coolness». Questo distacco, seppur nobile dal punto di vista dell’integrità artistica, è stato probabilmente letto dai vertici Rai come una mancanza di fame o, peggio, come una certa sufficienza verso la liturgia sanremese.
Questa divergenza si rifletterà drasticamente anche sulla scelta degli ospiti internazionali. Se con Cattelan avremmo assistito a un Festival dal sapore di Coachella — con artisti indie-pop anglosassoni e band di culto della scena londinese — la gestione De Martino promette un ritorno a una dimensione più calda e riconoscibile. L’ascesa di De Martino imporrà un cambio di rotta: non più l’ospite «trofeo» per convalidare il gusto raffinato del conduttore, ma l’ospite «di famiglia». Vedremo probabilmente il ritorno delle grandi icone del pop latino, di leggende della musica melodica internazionale e di quegli attori che hanno saputo costruire un rapporto duraturo con l’immaginario italiano. De Martino farà sentire la star internazionale «a casa», magari coinvolgendola in un momento di spettacolo leggero, un balletto o una gag improvvisata, trasformando l’intervista in un momento di convivialità.
La beffa del destino e il peso della percezione nell’era dei social
È ironico osservare come i social media abbiano giocato un ruolo opposto per i due protagonisti. Per Cattelan, i social sono lo strumento di validazione di una nicchia: i suoi video funzionano e i suoi meme circolano tra gli addetti ai lavori, ma rimangono confinati in una «bolla» che non si traduce necessariamente in voti sul telecomando o in affetto popolare spontaneo. Per De Martino, i social sono stati il ponte fondamentale per ripulire la propria immagine da «personaggio del gossip» e trasformarsi in un «volto rassicurante», usando la sua vita privata e la sua simpatia naturale per accorciare le distanze con il pubblico più maturo e conservatore, quello che ancora decide le sorti dello share.
Il passaggio di Cattelan verso l’addio alla Rai e il contemporaneo trionfo di De Martino segnano la fine di un’illusione durata quasi un decennio: quella che si potesse trasformare Rai 1 in una versione generalista di una piattaforma streaming o di una TV satellitare «di ricerca». La televisione generalista resta un focolare che richiede calore umano, spontaneità e una buona dose di umiltà. La «puzza sotto il naso» — reale o semplicemente percepita — di chi seleziona i propri spettatori sulla base di gusti troppo ricercati è diventata un muro insormontabile di fronte alla porta dorata dell’Ariston.
Conclusione: l’importanza di saper frequentare la cucina del Paese reale
In definitiva, la parabola di Alessandro Cattelan ci insegna che l’identità artistica può essere un’arma a doppio taglio. Proteggerla a ogni costo, rifiutando di contaminarsi con il gusto della maggioranza e con le tradizioni popolari, può portare a un isolamento dorato dove tutti ti applaudono per la tua bravura, ma nessuno ti sente davvero «uno di famiglia». Stefano De Martino ha invece compreso che per guidare il Paese reale bisogna saperne parlare la lingua, con tutti i suoi dialetti, le sue imperfezioni e le sue passioni viscerali.
Sanremo 2026 sarà la prova del nove per questa visione. Se De Martino riuscirà a mantenere l’eredità di Amadeus, avremo la conferma definitiva che il nazionalpopolarismo è l’unica vera moneta sonante della nostra televisione. Per Cattelan resta il prestigio di essere il «migliore» per una classe dirigente culturale che però, purtroppo per lui, non possiede le chiavi della casa degli italiani. La lezione per il futuro della conduzione in Italia è chiara: per comandare il castello, bisogna prima saper frequentare la cucina, accogliere gli ospiti con un sorriso sincero e, soprattutto, non aver mai paura di sporcarsi le mani con il sugo della realtà quotidiana. Il pubblico non vuole essere istruito o stupito da una perfezione asettica; vuole essere emozionato, riconosciuto e, infine, abbracciato.
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