Che cos’è l’arte? L’arte è ciò che tutti cercano come dato estetico?

Ancor prima di rispondere perché si pone la domanda?

Paolo Arces

Nel breve estratto di “Breviario di Estetica” Benedetto Croce si pone  l’ interrogativo sull’arte. Per 

quanto diretto possa apparire, si espande oltre la

pallida definizione per indagare invece l’essenza della domanda stessa.

Non siamo semplici animali pulsionali, siamo uomini, e quanto di più umano è in noi

è la necessità del domandare: è il sintomo dell’impattante schianto della nostra

coscienza insaziabile contro lo schiacciante apparire delle cose.

Non bisogna pensare che questa sia una fittizia questione esistenziale al di fuori

della particolare definizione dell’estetica perchè, ogni domanda particolare, è

pervasa dalla radice universale del ricercare e quindi, per rispondere a “Che cos’è

l’arte?”, bisogna innanzitutto capire “Cosa è la domanda?”.

Noi domandiamo ciò che crediamo sconosciuto, eppure, nel nostro stesso

interrogare, “conosciamo” e “qualifichiamo” una “certa notizia” della ricerca, senza la

quale “non si potrebbe neppure muovere quella domanda”. Benedetto Croce delinea

quindi il carattere essenziale del domandare come presentimento di risposta, ma ne

conclude che “è ciò che tutti sanno cosa sia”.

Tuttavia, nonostante l’indagine stessa sia sintomo dell’esito, questo non implica

direttamente la conoscenza di tale, ma solo di una parte, quindi di un “modo”, del

tutto, quindi della “sostanza” della risposta stessa. Da qui bisogna quindi partire per

dedurre la risposta al quesito iniziale: dall’essenza del domandare a cosa è l’arte. Si

potrà infine dare una definizione generale? L’arte è forse la diretta conseguenza della

esigenza di chiarezza: la necessità di unità e quindi di plasmare la risposta come

liberazione dalla domanda.

La domanda conosce la risposta?

Innanzitutto noi viviamo per domandare. Questo concetto è alla base non solo di

ogni filosofia, ma addirittura dell’esistenza dell’uomo. Socrate avrà pur forse reso il

mondo consapevole della grande virtù che è la ricerca, ma consciamente o no

l’uomo è sempre stato esigenza di chiarezza e quindi di indagine, la “malattia” del

pensiero.

Da qui non servono altre dimostrazioni per spiegare la necessità innata dell’uomo di

essere “domanda di senso”, alternativa sarebbe vivere come amebe, concretamente

non dotate di pensiero. La questione è quindi un’altra: la domanda conosce già la

risposta?

Non sarebbe ragionevole né dire “si”, tantomeno “no”, quanto invece entrambe.

Nel primo caso ci troveremmo in un assurdo in quanto se la domanda conosce

totalmente la risposta allora questa cessa di essere ignota e quindi non è più

domanda.

Nel secondo caso invece, per determinarne l’impossibilità, è necessario stabilire

innanzitutto un ordine causale tra le due azioni: viene prima la risposta e poi la

domanda. Non bisogna pensare che questo elimini il ragionamento logico anzi, la

domanda nasce dall’esistenza e dal pre-sentimento della risposta. In altre parole,

quando domandiamo è perché conosciamo fino ad un certo grado la risposta,

altrimenti non nascerebbe in principio la prima.

Da qui si deduce che solo tra i due estremi esiste la domanda, se si elimina uno dei

due difatti questa non può esserci. In sostanza la mia stessa indagine è sintomo di

una “aletheia” (intesa come rivelazione), che conosco però solo come percezione e

di cui quindi me ne manca la coscienza. Rimanendo negli stessi termini possiamo

pensare all’Interpretazione dei sogni di Freud: il mio sogno è la risposta che

l’inconscio crea, i limitati ricordi al mio risveglio sono sintomo limitato e solo infine

c’è la domanda del conscio che ricerca e, soprattutto, dà e crea il senso in relazione

al mio Es, Io e Super-io.

Il punto fondamentale è questo, la domanda costituisce il nucleo della risposta, ma il

resto ha senso e si completa solo in relazione a me. La ricerca è quindi la

“maieutica” di una conclusione che è plasmata dentro di me e dove divento “misura

di tutte le cose”.

La questione dell’indagine si inserisce in un ambito ancor più vasto dell’estetico

perché corrode ogni sistema che si tenta di costruire su delle verità.

Ritornando all’origine della domanda ci si interfaccia necessariamente al contrasto

tra esigenza di risposta e silenzio della realtà, mutismo scaturito dalla gratuità di

tutte le apparenti cose a cui non si trova senso. L’arte si inserisce allora proprio in

questo contesto come espansione e anzi massima realizzazione della nostra natura

dubbiosa e della risposta spesso mai definitiva, e forgia su questa creazione l’intera

liberazione facendo sorgere in noi la verità.

Allora l’unica certezza che abbiamo è la domanda e quindi la coscienza della

questione, dopo siamo certi unicamente di non sapere, perciò, l’unica ragionevole

risposta diventa “pars construens” della verità a cui ambiamo, che non si può

espandere nell’universale significato ma solo nell’invito generale alla verità che è in

me: “Scavar devo profondo come chi cerca un tesoro” (Umberto Saba, Lavoro).

Che cos’è l’arte? È ciò che tutti sanno cosa sia?

Dopo aver chiarito esaurientemente la natura universale della domanda e invero la

stretta correlazione , possiamo veramente dire di sapere che l’arte è ciò che tutti

sanno cosa sia?

Alla luce delle precedenti considerazioni questo risulterebbe del tutto irrealistico

perché della risposta alla domanda di senso dell’arte noi abbiamo solo un sintomo, e

su quello si deve plasmare la nostra conoscenza: l’arte è quello che noi cerchiamo

cosa sia.

La natura dell’arte corrisponde strettamente a quella della domanda alla ricerca della

risposta.

L’arte è nata come liberazione dell’io, come urlo non stroncato del fanciullino che è in

noi e che chiede di essere ascoltato, come espressione dell’esistenza dell’individuo e

della sua necessità di chiarezza. Il sintomo che in questo caso la domanda ci fa

presentire è quello del soggettivismo: quando chiedo cos’è l’arte dovrei formulare la

mia risposta a partire dalla creazione “maieutica” dell’uomo in rivolta che è in me e

che vuole un senso.

Questa è l’unica certezza che si può avere davanti alla spaventosamente maestosa

questione dell’arte. “Se il mondo fosse chiaro, l’arte non esisterebbe” diceva Camus

trovando in questa, nella creazione, la rivolta dell’uomo alla assurdità del mondo.

Se così interpretata allora, Benedetto Croce nel dire “l’arte è ciò che tutti sanno cosa

sia” afferma che di fronte al mistero e all’incertezza di tutto questa solo plasma ed è

plasmata dall’uomo ed allora è l’unica conoscenza che questo può avere con

certezza in quanto eco della sua più intima voce.

L’arte viene quindi vista come chiave per le nostre verità più intime e anche massima

realizzazione e liberazione.

Si potrebbe ritenere poco ragionevole pensare di poter applicare questa definizione

ad ogni forma creativa in quanto snaturerebbe l’opera (intesa come qualunque

creazione artistica) dalla sua reale identità conferitagli dall’autore. Per certi versi

questo è vero, non si può pretendere di ritrovare la propria voce in egual misura da

un’opera del Caravaggio, indiscutibilmente perfetta, ma propria di un significato

imprescindibile, e da un’opera d’arte moderna, certamente meno curata e astratta,

ma proprio per questo liberazione di un proprio atto di significato.

Non per questo comunque l’opera perde il suo spirito di verità, che in ogni modo

chiede di essere non solo vista ma guardata e quindi percepita con il proprio senso

ed il proprio criterio.

La più alta espressione estetica dell’arte come ricerca resta quindi quella che dà

libero sfogo all’io lettore e chiede di trovare senso nel proprio significato che è

sempre segno dell’intimo grido. Esempio ne è la poesia onesta (termine proprio

dell’opera di Umberto Saba), complessa ma vera, che non spiega ma lascia spiegare,

arte che all’apparenza è semplice e silenziosa. Eppure proprio questo confronto tra

la nostra insaziabile esigenza di spiegazioni e l’apparente mutismo dell’arte si svela

solo “amando la verità che giace al fondo”, andando oltre e facendo invece parlare la

nostra voce.

Resta valida la critica di lunga tradizione dei poeti come assassini del vero, da

Omero (“Molto mentono gli aedi!”) a Nietzsche. Tuttavia questa consiste solo nella

poesia animata dal “divino ritmo” che seduce a false verità. Invece i versi che non

pretendono di significare nella loro illusione ma solo nella loro semplicità penetrante

vale la definizione di arte creatrice di verità, voce dell’inconscio, quel sintomo che

tutti pensano di sapere cosa sia, eppure tutti cercano

Conclusione

Trovare risposte è il grande disagio dell’uomo, il suo amore per la chiarezza ne è la

condanna. Eppure siamo tutti , e non possiamo fuggirne, domande di senso.

Siamo uomini pregni di domande e vuoti di risposte direbbe Heidegger, eppure ci

siamo rivoltati ed abbiamo accettato la necessaria esistenza di una risposta in un

mondo che sembra non darne. Allora l’arte è forse proprio questo: dall’unico sintomo

di verità che ci è dato, noi dobbiamo scoprirne la consistenza e plasmare il nostro

senso.

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