La libertà e la verità in un tempo in cui l’uomo moderno vive nel sonno. Da Giussani a Gurdjieff
Paolo Arces
L’uomo è essenzialmente mosso, consapevolmente o meno, dal desiderio di scandagliare la profondità, di poter assaggiare anche solo un briciolo di verità nel suo quotidiano correre.
Indubbiamente si trova però in una società orizzontale, trascinato dal turbine del consumo non riesce a percepire un’altra realtà oltre la liquidità in cui vive: non è più capace, in sola autonomia, di riconoscere una dimensione verticale nella sua giornata, una sensibilità che renda autentica la sua esistenza.
Purtroppo non si parla di pura astrazione o distopia, è la nostra vita e tutti, ad un certo livello, siamo corrosi dalla superficialità. Ogni nostra consapevolezza è solo uno strato, preludio di ulteriori Veli di Maya, ma perlomeno tentativo di nuotare verso una profondità che totalizzi il nostro esserci. Requisito della macchina sociale è d’altronde il “divertissiment” pascaliano: ruoli, impegni, consumi, interessi…
routine che ci fanno dimenticare di non essere semplici pulsioni ma qualcosa di altro.
“L’uomo moderno vive nel sonno; nato nel sonno, egli muore nel sonno” (Georges Ivanovič Gurdjieff).
Se la veglia è facoltà dell’onnisciente allora ciò a cui l’uomo deve ambire è sognare lucidamente, ancor prima perciò comprendere che ha sempre dormito.
Quello che ci rende sempre più vicini al risveglio è la sensazione di caduta, il timore di precipitare nel baratro, in sostanza, il rischio. Vivere è rischiare.
“Ecco la vera definizione dell’esperienza del rischio: una paura di affermare l’essere, strana, perchè è estranea alla natura, è contraddittoria con la nostra natura. Quanto più una cosa interessa il significato del vivere, tanto più noi abbiamo questa paura di affermarla” (Il senso religioso, Luigi Giussani).
Eppure un modo per superare il rischio, aprire gli occhi, scavare nel profondo deve esistere. “Un bambino corre per il corridioio, spalanca con le manine la porta sempre aperta di una stanza buia, impaurito, torna indietro. La mamma si fa avanti, lo prende per mano, con la mano nella mano di sua madre il bambino va in qualsiasi stanza buia di questo mondo. E’ solo la dimensione comunitaria che rende l’uomo sufficientemente capace di superare l’esperienza del rischio” (ibid.)
Come può quindi l’uomo capire di star dormendo? Vedendo qualcun altro conscio della sua sonnolenza. L’unico modo che abbiamo per fermarci nella nostra fuga orizzontale continua è essere presi da qualcuno che si è rifugiato dalla foga esaltata.
A Firenze ho partecipato attivamente ai Colloqui Fiorentini, dedicati quest’anno a Umberto Saba. Una espressione unica di confronto. Una esperienza importante.
Da venticinque anni un evento letterario nazionale che, nella pura dimensione comunitaria, cerca di afferrarci e portarci in uno “scavo profondo”, statico nel costante dinamismo.
Eppure il convegno in se è solo un pretesto. L’oceano in cui salpare è più solitario, è quello del lavoro che precede, sono lo studio, la contemplazione, il pensiero e l’elaborazione: il coraggio di restare fermi. in compagnia di un altro. I Colloqui sono dei dialoghi con l’autore, non solo cosa lui ha da dire a me, ma cosa io posso dirgli. Ma forse l’intellettuale è solo pretesto del reale interlocutore: me stesso.
Nella mia personale discussione Saba è stato osservatore e forse anche guida, ma a parlare sono stato io. L’autore è unicamente preludio del potenziale che c’è nel sentirsi in comunità. I Colloqui chiedono il costante rapporto con l’altro perchè solo in questo ci si può specchiare e vedere il proprio risveglio. La preparazione della tesina con il mio altro, la mia lei, è stato quanto di più vero potesse esserci. Nel sentirsi osservati, forse anche spiati da Umberto Saba, è stato possibile non solo scavare, ma vedere quel tesoro l’uno nell’altro, afferrare nella nostra solidità in un mondo ormai liquido.
Bisogna dunque vivere nel rischio: solo chi “va rasente i muri, non vede quello che vedono tutti, e quello che nessuno vede adora”. Forse allora, la reale libertà giace proprio nella consapevolezza perchè, se scava solo chi ha la certezza del tesoro, allora nella profondità sono nascosti un io ed un tu.
