Religión

Francesco d’Assisi, o dell’uomo che scioglie i nodi, è per Pierfranco Bruni il modo per arrivare a toccare l’altro senza mediazioni

A admin
15 de marzo, 2026

Tonino Filomena 

Per Pierfranco Bruni, Francesco non è il santo delle vetrate né il gnommero del presepe. È l’uomo che ha toccato la povertà come si tocca una ferita, senza guanti, e ne ha fatto lingua. Bruni lo insegue da anni, non con agiografia ma con domande: cos’è stato Francesco per chi, come lui, ha cercato il sacro nel linguaggio? Cos’è oggi, quando il Mediterraneo è attraversato da merci e da cadaveri?

Nel racconto che Bruni scriverebbe, Francesco appare a Crotone, d’estate, quando il vento solleva i vestiti stesi e li fa somigliare a bandiere. Arriva scalzo, non per simbolo, ma perché le scarpe si sono rotte sulla strada da Assisi a Bari, passando per la Calabria dei monaci bizantini. Bruni lo riconosce subito, ma non lo chiama santo; lo chiama “l’uomo che scioglie i nodi”, perché Francesco, per lui, non ha predicato la rinuncia: ha predicato l’allegerimento. Togliere, non per mortificazione, ma per vedere cosa resta quando tutto cade.

Francesco entra in un cortile dove Bruni sta scrivendo: un tavolo di ferro, sopra un quaderno aperto con la frase la poesia è “isola” dalla quale poter osservare il buio perfetto. Francesco legge senza chiedere, sorride, dice che anche lui ha scritto isole, solo che le chiamava “creature”. Il lupo era isola, l’albero era isola, il lebbroso isola. Scrivere, per entrambi, significa accogliere il buio senza pretendere di spegnerlo.

Bruni gli chiede: «Hai parlato agli uccelli o li hai ascoltati?» Francesco risponde che erano loro a parlare per primi, lui ha solo tolto la fretta. Qui si apre il centro della visione di Bruni: il sacro non è nel miracolo, ma nell’ascolto. Francesco ha ascoltato il lupo di Gubbio come Bruni ascolta il fruscio dei rovi nei suoi romanzi.  Non predica, registra; non converte, accompagna.

Camminano verso il mare. Francesco parla poco. Dice che la povertà è stata per lui come l’esilio per i personaggi bruniani: perdita della casa, scoperta che la casa era ovunque ci fosse un gesto condiviso.  Francesco annuisce: la povertà è mezzo, non fine. È il modo per arrivare a toccare l’altro senza mediazioni.

Bruni approfondisce la gioia. Francesco non era l’uomo della tristezza vestita di saio, era l’uomo della gioia che passa per lo spoglio. La gioia, per Bruni, non è allegria: è riconoscere che il mondo resta anche quando lo svuoti. Ha visto Francesco ridere guardando un fico secco, dicendo: «Ecco la festa». Ha capito che gioia è il contrario del possesso; non è avere, è sentire che niente manca perché nulla è trattenuto. Francesco chiamava questo “perfetta letizia”. Bruni lo traduce come un verso che non ha bisogno di rima: la gioia è il suono del corpo quando smette di difendersi.

Nel dialogo, Francesco confessa: «Io non ho scritto Cantico, l’hanno scritto i miei fratelli; io avevo solo la gola secca». 

Francesco riparte prima dell’alba, non verso Assisi, ma verso Betlemme, dice, per vedere come sta il bambino. Bruni resta nel cortile, aggiunge una riga: la santità è quando il corpo diventa ascolto. Poi guarda il mare e pensa che Francesco è stato l’occasione per tradurre il sacro in quotidiano, il lupo in pescatore, il Cantico in margherita sfogliata, e soprattutto per capire che la gioia è il buio perfetto quando dentro appare un angolo di luce che non pretende di durare.

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