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​Il silenzio degli algoritmi: l’etica e la ragione sconfitte sul campo di battaglia

A admin
15 de marzo, 2026

Carlo Di Stanislao


​»L’uomo ha progettato la macchina in modo che faccia ciò che lui non può fare, ma ha dimenticato di istruirla a non fare ciò che lui non deve fare.» — Norbert Wiener

​Il 2026 si sta delineando come l’anno in cui il confine tra codice binario e sangue umano si è definitivamente dissolto. Non è più una questione di fantascienza speculativa o di dibattiti accademici nei corridoi della Silicon Valley; è la cronaca di questi giorni, segnata da un conflitto senza precedenti che vede contrapposti il Pentagono e i giganti del big tech. Al centro della disputa c’è Anthropic, l’azienda fondata da Dario e Daniela Amodei, finita nel mirino del segretario della difesa Pete Hegseth per aver tentato di porre un freno etico all’uso militare dei propri modelli di intelligenza artificiale generativa.

​Siamo di fronte a un tornante della storia dove la tecnica non è più uno strumento, ma il soggetto politico assoluto che riscrive le regole della convivenza e della sopravvivenza globale, trasformando il concetto stesso di sovranità nazionale in una questione di potenza di calcolo.

​La guerra dei modelli: Anthropic contro il Pentagono

​La scintilla è scoppiata a fine febbraio scorso. Anthropic, nata originariamente come una «benefit corporation» con l’obiettivo di creare una ia sicura, trasparente e interpretabile, si è trovata integrata, quasi suo malgrado, nel Maven smart system di Palantir. Il chatbot Claude, celebrato per la sua «costituzionalità» e per la sua proverbiale prudenza nelle risposte, è diventato improvvisamente un ingranaggio essenziale della macchina bellica a stelle e strisce.

​Secondo le indiscrezioni trapelate e analizzate da Teresa Numerico, Claude è stato utilizzato per ottimizzare i processi decisionali durante l’intervento in Venezuela del 5 gennaio e, più recentemente, nel coordinamento dei complessi attacchi all’Iran. Quando gli Amodei hanno tentato di limitare l’accesso alle funzioni più letali del software, richiamando i principi di sicurezza dichiarati al momento della fondazione, la reazione di Washington è stata brutale e immediata. Pete Hegseth ha dichiarato Anthropic un «rischio per la filiera della difesa nazionale», suggerendo che la moralità privata di un’azienda non può e non deve interferire con la necessità imperativa della supremazia tecnologica statunitense. Il messaggio è chiaro: nel 2026, l’obiezione di coscienza non è ammessa per gli algoritmi, e chi possiede i server deve rispondere ai comandi del comando congiunto.

​Il ruolo del manifesto: resistenza critica nell’era digitale

​In questo panorama di «pensiero unico» tecnologico, l’analisi de il manifesto si pone come un presidio necessario di resistenza critica. Il quotidiano non si limita a riportare la fredda cronaca dei conflitti, ma scava nelle implicazioni politiche profonde della delega bellica alle macchine. Mentre la stampa mainstream tende a enfatizzare l’efficienza dei droni russi nella regione di Kursk o la precisione «chirurgica» dei colpi su Khark, le firme del giornale sollevano il dubbio radicale: chi risponde delle decisioni prese da una rete neurale? Chi è il colpevole quando l’allucinazione di un modello di linguaggio si traduce in una strage di civili?

​La posizione del giornale è netta: siamo di fronte a una nuova, estrema forma di alienazione. Se il capitale ha sempre cercato di automatizzare il lavoro per estrarre plusvalore, oggi il complesso militare-industriale automatizza la morte per estrarre «sicurezza» a scapito della responsabilità umana. Articoli come «Gli alieni del capitale» o le drammatiche corrispondenze dal Libano sulla «dottrina Gaza» applicata ai soccorritori mostrano come la testata cerchi di ricomporre una visione d’insieme che rimetta al centro l’umanità ferita, rifiutando la narrazione asettica e deumanizzata della guerra hi-tech. Il giornale diventa così lo spazio dove il «no» alla guerra si trasforma in una critica sistemica alla ragione algoritmica.

​La dottrina della velocità e la geopolitica del calcolo

​Il problema fondamentale è ontologico. L’intelligenza artificiale sul campo di battaglia promette la «iper-guerra»: un conflitto che si muove a velocità tali da rendere il processo decisionale umano un peso morto, un’eredità biologica troppo lenta per i tempi di risposta dei processori. In questo contesto, l’etica — che richiede tempo, riflessione e, soprattutto, il beneficio del dubbio — viene percepita come un errore del sistema, un attrito intollerabile che rallenta l’efficacia del colpo.

​Il passaggio dalla semplice sorveglianza alla letalità autonoma è avvenuto in silenzio, quasi per inerzia burocratica. Se prima l’ia serviva a identificare potenziali obiettivi attraverso il setacciamento di metadati, oggi i sistemi sviluppati da colossi come Palantir e OpenAI passano direttamente alla fase di neutralizzazione. La ragione umana cede il passo a una razionalità puramente statistica che non conosce la pietà, ma solo l’ottimizzazione del risultato.

​Mentre il fronte interno americano si spacca tra «apocalittici» e «integrati» del silicio, Lorenzo Lamperti sottolinea come la sfida sia ormai globale: l’Iran sta «prosciugando le scorte americane» in una guerra d’attrito dove il «made in Asia» tecnologico sfida apertamente i brevetti occidentali. La tecnologia è diventata la nuova linea del fronte, e aziende come quella di Peter Thiel agiscono ormai come attori geopolitici indipendenti, capaci di decidere le sorti di una nazione con un semplice aggiornamento software, rendendo i confini geografici obsoleti rispetto ai confini del segnale.

​La bolla e il sangue: l’analisi economica di Emiliano Brancaccio

​Perché questa corsa è così inarrestabile, nonostante i rischi evidenti per la specie? La risposta risiede nell’analisi economica di Emiliano Brancaccio. L’intelligenza artificiale non è solo un’arma, ma il «motore di crescita» su cui poggia l’intera valutazione dei mercati finanziari globali. Le big tech hanno un bisogno vitale delle commesse militari del Pentagono per giustificare le loro valutazioni azionarie astronomiche, che altrimenti crollerebbero sotto il peso di un mercato civile ormai saturo.

​La disputa con Anthropic rivela un paradosso sistemico: il capitale ha bisogno della guerra per alimentare la propria bolla speculativa, ma teme che un impiego troppo smaccatamente letale o «incerto» possa innescare una crisi di legittimità. La guerra accelera la centralizzazione del capitale: poche corporation diventano i pilastri dello Stato, rendendo il confine tra pubblico e privato del tutto inesistente. In questo scenario, l’etica di Anthropic non è solo «idealismo», ma un attentato alla stabilità finanziaria dell’impero. Se il software fallisce o viene limitato, il castello di carte del Nasdaq rischia di crollare sotto il peso della realtà fisica. La guerra, in ultima analisi, è la garanzia fideiussoria dei dividendi della Silicon Valley.

​La sconfitta della ragione e il futuro post-umano

​Cosa resta dell’essere umano quando una macchina decide, in pochi millisecondi, chi deve vivere e chi deve morire in un villaggio libanese o su una collina iraniana? La tragedia non risiede solo nel numero delle vittime, ma nella totale de-responsabilizzazione del comando. Se l’errore è algoritmico, nessuno è colpevole. Se la strage è frutto di un’ottimizzazione statistica, il peso morale si dissolve nel cloud, lasciando dietro di sé solo dati da analizzare per il prossimo attacco.

​L’analisi di Teresa Numerico evidenzia come la resistenza degli Amodei rappresenti forse l’ultimo sussulto di un’idea di tecnologia al servizio dell’umanità. Ma con le nuove linee guida di Pete Hegseth, il messaggio è definitivo: chi non mette il proprio codice al servizio della potenza di fuoco è considerato un traditore della patria. Persino la gestione autoritaria della Fifa di Infantino, citata dal giornale, riflette questa tendenza al potere assoluto e centralizzato che non accetta mediazioni o controlli democratici.

​Siamo entrati nell’era della guerra totale automatizzata. La ragione critica è stata dichiarata sconfitta sul campo. Al suo posto regna una logica di calcolo che vede il mondo come un immenso dataset da setacciare alla ricerca di anomalie da eliminare. La disputa tra governo e aziende tecnologiche è il funerale della sovranità umana sulle proprie invenzioni. Senza trattati internazionali simili a quelli per le armi nucleari — che impongano un «kill switch» umano obbligatorio — il rischio non è solo una guerra globale, ma la trasformazione dell’umanità in un semplice spettatore passivo della propria distruzione programmata. Resta solo la voce di chi, come il collettivo de il manifesto, continua a gridare che «amare la guerra» non è un destino ineluttabile scritto nel codice, ma una scelta politica di chi gestisce gli algoritmi e ne incassa i profitti.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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