Pierfranco Bruni poeta. Per la Giornata Internazionale della Poesia. Dal 1975 a oggi
Giovanna Pezzillo
La poesia di Pierfranco Bruni segue un metodo riconoscibile fin da «Ritagli di tempo» (1975): il verso tratta la memoria come strato archeologico. Ogni raccolta aggiunge documenti a un unico cantiere. «Via Carmelitani» (1981, 1984,1986) innesta aspetti lessicali ellenofoni nell’italiano, strutturando la sintassi a ospitare suono non assimilato: non colore locale, ma prova di una lingua minore che mette in crisi la maggiore. «Fuoco di lune» (2004, comprende testi dal 1974 al 2004) e «Per non amarti più» (2002) raffinano il linguaggio: sostantivi di materia (calce, filo, rovo), verbi tenuti al minimo, punteggiatura che frammenta e rallenta.
L’effetto è una frase-nomina che affida al bianco il ruolo di giuntura.
Nel 2009 «Ti amerò fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio» enuncia il programma: _La poesia è “isola” dalla quale poter osservare il buio perfetto. L’isola, per Bruni, non è rifugio ma punto di scandaglio; il buio perfetto non è nichilismo ma condizione precedente la parola, che la poesia osserva senza pretendere di illuminare. Lo stesso libro contiene il verso-soglia,»Ti amerò fino ad addormentarmi nel rosso del tuo meriggio»: l’amore coincide con la perdita di controllo visivo, la luce piena acceca, la veglia si scioglie.
«Viaggioisola», «Canto di Requiem», «Ulisse è ripartito», «Alla soglia della profezia» applicano tre principi costanti:
1) memoria come reperto domestico (una bicicletta, un ricamo);
2) memoria come identità e recupero delle radici profonde;
3) sacro come sottrazione (eredità francescana della perfetta letizia: gioia = levare peso). Il risultato è una semantica del sacro priva di teologia, fondata su gesti di spoliazione.
Le ultime raccolte mantengono lo schema ma amplificano la scala. «L’intagliatore di bastoni» (2021) tematizza il lutto storico: la mano che leviga legno diventa metafora del verso che leviga senza aggiungere; «Il mare e la collina» (2023), con il quale ha rappresentato la poesia italiana a Francoforte, accosta due morfologie portatrici delle stesse conchiglie fossili, a dire che memoria marina e memoria terragna condividono assenza.
«Quando Morgana mi raccontò» (2022) trasferisce il mito arturiano in griglia mediterranea, provando che mito e dialetto condividono funzione di margine.
«In percezione di sorriso» (2024, oltre 400 pagine, sei sezioni) dedica l’ultima parte alla sorella Giulia; il dolore nominato “ontologia del respiro” mostra come la lirica sposti il privato a struttura fisiologica.
La nuova edizione accresciuta di «Ritagli di tempo» (2025, con inediti anni ’70 e apparato) richiude il cerchio: il primo cantiere si riapre, l’archeologo della lingua e dei saperi trova i propri cocci giovanili e li cataloga senza correggerli.
Più volte ha rappresentato la poesia italiana in consessi internazionali proprio per la grandezza del suo verso.
Analiticamente, la poetica bruniana opera su «livello fonico» (iterazioni, asindeti che rallentano), «livello lessicale» (materia, parentela, attrezzi agricoli), «livello sintattico» (frasi nominali, ellissi che assegnano al lettore la funzione di collante). Ne deriva un’ascesi della forma: il bianco, come crepa nella ceramica italiota, separa e tiene insieme.
Nella Giornata mondiale della poesia Pierfranco Bruni vale come esempio di lingua che custodisce il buio perfetto e ne indica l’angolo di luce. Un poeta vero. Anzi un vero poeta.
