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Giudici sotto pressione: l’allarme di Roberts sui toni intimidatori di Trump

A admin
25 de marzo, 2026

Domenico Maceri


“Il problema è che a volte le critiche si spostano da un’enfasi legale a quella personale…. E quello può essere molto pericoloso… e deve finire”. Con queste parole John Roberts, il presidente della Corte Suprema statunitense, cercava di suonare un campanello di allarme sul clima di violenza che coinvolge i giudici americani. Nel suo discorso alla Rice University nel Texas, Roberts non ha diretto il suo monito direttamente al presidente Donald Trump ma con ogni

probabilità mirava ovviamente al linguaggio bellicoso contro i giudici le cui decisioni non sono gradite all’attuale inquilino della Casa Bianca. Proprio dopo la decisione della Corte Suprema che con un voto di 6-3 ha dichiarato illegali i dazi, Trump disse che “Il nostro Paese è stato SACCHEGGIATO dalla Corte Suprema che è divenuta poco più che un’organizzazione politica strumentalizzata e ingiusta”.

I giudici della Corte Suprema sono ben protetti. Un po’ meno gli altri giudici federali, specialmente quelli che stanno facendo da contrappeso alla luce delle tantissime denunce contro l’amministrazione Trump. In comparazione al suo predecessore Joe Biden, l’attuale presidente ha decretato ordini esecutivi a destra e manca e più di 600 delle sue azioni sono sfociate in denunce. Secondo il New York Times in 95 di questi casi i giudici hanno chiesto ai legali di Trump perché non dovrebbero essere considerati in oltraggio alla Corte per la loro mancanza di professionalità. Oltraggio alla Corte significa che i legali davanti ai giudici sono vicinissimi ad essere sanzionati o incarcerati.

Non poche decisioni di questi magistrati sono andate contro l’amministrazione Trump, causando reazioni fortissime con innumerevoli minacce causate dal linguaggio bellicoso del presidente. Spesso i giudici sono attaccati con un linguaggio che Trump ripete accusandoli di essere “corrotti …. e lunatici radicali di sinistra”. Queste dichiarazioni spesso citano i nomi dei giudici in questione i quali ricevono numerose minacce. La giudice Ana Reyes del distretto di Washington D. C., che aveva bloccato il tentativo di Trump di deportare migranti haitiani con visti temporanei, ha messo a nudo queste minacce ricevute. Il mese scorso ha letto nella sua aula del tribunale tutte le minacce ricevute per la sua decisione che fu attaccata da Trump. La questione è andata a finire alla Corte Suprema dove Trump spera di ribaltare la sentenza della Reyes e deportare 350 mila haitiani.

In un recente incontro online organizzato dal gruppo “Speak Up for Justice” (Alza la voce per la giustizia) la Reyes e altri tre giudici nella sua stessa situazione hanno sottolineato il problema che in passato era raro ma adesso è divenuto “normale”. La Reyes ha diretto la colpa ai social media ma anche alla “paura e incomprensione” del lavoro fatto dai magistrati. In sintesi il clima è molto teso specialmente perché i giudici federali sono l’unico contrappeso all’amministrazione muscolare di Trump che non riceve nessun freno dalla sonnolenta legislatura dominata dai repubblicani.

I giudici non sono gli unici a vivere in un clima di tensione. Anche parecchi collaboratori di Trump sono stati costretti a trovare residenze in basi militari per ragioni di sicurezza. Questi includono Stephen Miller (Vice Capo di Gabinetto alla Casa Bianca), Kristi Noem (ex Ministro della Homeland Security), Marco Rubio (Segretario di Stato), Pete Hegseth ( Ministro della Difesa), Pam Bondi (ministro della Giustizia).

Quando Roberts dice che il pericolo dei giudici deve finire ha assolutamente ragione ma ciò si applica anche per gli altri, sia di destra che di sinistra, la cui sicurezza, e spesso anche quella delle loro famiglie, è minacciata. Trump però non si dirige mai ai sostenitori per incoraggiare alla calma. Le sue soluzioni sono troppo spesso un linguaggio che fa esattamente il contrario e mirano ad intimidire i suoi avversari. Lo sta facendo proprio in questi giorni con lo schieramento di agenti dell’Ice, Immigration and Customs Enforcement, nei maggiori aeroporti. Le numerose assenze di agenti del TSA (Transportation and Security Administration), che si occupano del controllo dei passeggeri prima che entrino nelle aree protette dell’aeroporto, hanno causato seri disagi ai viaggiatori a causa delle inevitabili lunghissime code. Questa situazione ha spinto Trump all’uso dell’Ice. Cosa potranno fare? Ben poco poiché sono sprovvisti dell’addestramento necessario per fare il lavoro degli agenti del TSA. La loro presenza però ha un effetto intimidatorio che fa piacere alla politica aggressiva di Trump.


Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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