Serena conduce operaclassica eco italiano
GRIGORY SOKOLOV
In programma la Sonata n. 4 op. 7 e le Sei bagatelle, op. 126 di Ludwig van Beethoven e la Sonata in si bemolle maggiore D 960 di Franz Schubert
Teatro Regio di Parma
martedì 7 aprile 2026, ore 20.30
Uno degli appuntamenti più attesi della Stagione Concertistica del Teatro Regio di Parma, realizzata da Società dei Concerti di Parma, grazie al sostegno del Comune di Parma, del Ministero della Cultura, di Fondazione Cariparma e al contributo di Sinapsi Group e Chiesi Group, è senza dubbio il concerto di martedì 7 aprile 2026, ore 20.30 con il pianista Grigory Sokolov. In programma la Sonata n. 4 op. 7 e le Sei bagatelle, op. 126 di Ludwig van Beethoven e la Sonata in si bemolle maggiore D 960 di Franz Schubert.
“Considerato uno dei più grandi interpreti viventi, Sokolov è figura quasi leggendaria, la cui arte trascende la mera esecuzione per trasformare ogni concerto in un’esperienza rivelatrice e indimenticabile dichiara Giampaolo Bandini, direttore artistico della Società dei Concerti di Parma”. La sua carriera è stata costellata da riconoscimenti sin dalla vittoria al Concorso Internazionale Čajkovskij di Mosca nel 1966, a soli sedici anni. Da allora, ha scelto un percorso artistico lontano dai clamori mediatici, concentrandosi esclusivamente sulla sua musica, rifiutando interviste e limitando al minimo le registrazioni in studio, preferendo l’autenticità e l’irripetibilità del concerto dal vivo.
“Grigory Sokolov – prosegue Bandini – non è solo un pianista con una tecnica titanica, ma filosofo dello strumento, interprete che dedica infinite ore allo studio e alla meditazione su ogni singolo brano, svelando profondità e connessioni nascoste nel repertorio. I suoi concerti sono eventi unici, caratterizzati da programmi spesso svelati solo a ridosso dell’esibizione, ma sempre scelti con una cura meticolosa e una visione complessiva che supera le singole composizioni. La sua forza comunicativa è quasi mistica: Sokolov crea un’atmosfera di totale concentrazione, dove il tempo sembra dilatarsi e ogni nota assume un peso specifico, una risonanza che va oltre il suono stesso. Il pubblico non è ascoltatore, ma partecipa con lui a un rito sonoro, un viaggio interiore guidato da un artista che riesce a toccare le corde più profonde dell’anima. Ogni frase è intrisa di un significato profondo, ogni pausa è carica di tensione, ogni climax è travolgente. Assistere a un concerto di Sokolov significa vivere un’esperienza catartica, un incontro con la bellezza assoluta e la verità della musica, un evento che lascia un’impronta indelebile nella memoria”.
“Beethoven ha scritto l’op. 7 nell’anno in cui è nato Schubert e Schubert ha scritto la Sonata D 960 due mesi prima di morire, un anno dopo la morte di Beethoven, mentre le Bagatelle op. 126 chiudono nel 1825 il catalogo pianistico di Beethoven, scrive Giuseppe Martini. Siamo cioè di fronte a tre passaggi cardinali che diventano anche formali, poiché con le Bagatelle Beethoven ha letteralmente dissolto quella forma-sonata che aveva caratterizzato un’epoca grandiosa (che oggi chiamiamo classica) e che nel giro di ventisette anni era stata da lui stesso esplorata e smontata fino alle estreme possibilità. La soluzione trovata da Beethoven è il ciclo di pezzi brevi, ognuno compiuto in sé, eppure tutti legati fra loro per atmosfera, Stimmung dicono i tedeschi, ricomponendo nel senso ciò che è stato smontato nella forma. Soluzione da lui stessa suggerita sul manoscritto («Ciclus von Kleinigkeiten», ciclo di bazzecole, piccolezze, bagatelle appunto), soluzione che chiude i conti col passato e apre una porta sul futuro: senza le Bagatelle op. 126 non avremmo i cicli pianistici di Schumann”.
“Eppure non è con l’op. 126 che si chiude il classicismo (né, come pensava Thomas Mann, con la Sonata op. 111 di Beethoven), visto che la Sonata D 960 di Schubert è un gesto ancora più audace: pur rimanendo nella struttura sonatistica, ora i temi non hanno più la forza di svilupparsi, si riverberano attraverso tonalità lontane in una rassegnazione agrodolce per la fine del tutto. Sempre però incanto leggero, in un suono contenuto e danzante dove precipitano quei mondi viennesi che Schubert aveva tanto amato, il Lied, il valzer, il Momento musicale”.
[…] “Ma tonalità, forma, sonorità sono tutta materia consegnata al tribunale della storia della musica, dove si pesano le responsabilità che ciascuno porta ai destini dell’arte. Altro è la poesia dei suoni. La proterva esuberanza del primo movimento dell’op. 7 con tutte quelle ottave, quei trilli, quelle volatine, quelle percussioni così virtuosistiche non riesce a nascondere un’incontenibile necessità di imporre la propria vitalità, ma ecco che di colpo, nel Largo, irrompe lo spirito che s’interroga: sono soliloqui, silenzi, voci che si oppongono, e un pensiero che tortuoso cerca di liberarsi dalle proprie ossessioni. Forse è il recitativo di un teatro immaginario. Certo è che dopo le cose sembrano tutte più leggere eppure delicate, ci si muove lievi come la paura di rovinare un fiore, con qualche sussulto, qualche reticenza, e ogni tanto i sospiri della serenità, che nel rondò diventano divertimento brillante, gusto per la sorpresa, tensione giocosa”.
“Quanto è più drammatico però il teatro di Schubert. Nella Sonata in si bemolle maggiore, si discorre delle cose ultime con la pacatezza di un parlare a fior di labbra. È una meditazione attonita, come di coloro che vedono la profondità delle cose mentre intonano sottovoce una cantilena dell’infanzia. Qualche volta il cielo si rischiara, ma dura pochissimo. Risuonano colori rarefatti e sembrano evocare recessi ignoti dello spirito. Alla fine, quando meno te lo aspetti, arriva una danza ma il tono resta pacato, e ti accorgi che quella che sembrava una liberazione non è che la profezia di uno sfacelo, recitata però con l’ingenuità di una canzoncina popolare. Diversa però dall’ingenuità fresca delle Bagatelle di Beethoven. Qui basta chiudere gli occhi ed è come avvertire le sensazioni forti di quando si era bambini, una favola, un rimbrotto, una preghiera, quelle profondità assoluta che si trova sono nelle cose semplici”.
PARTNER E SPONSOR
La Stagione del Teatro Regio di Parma è realizzata grazie al contributo di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna, Comune di Parma, Reggio Parma Festival. Major partner Fondazione Cariparma. Main partner Chiesi. Cultural partner Crédit Agricole. Media partner Mediaset Publitalia ’80. Main sponsor iren, Barilla. Sponsor Agugiaro e Figna, Ce.P.I.M., Grasselli, La Giovane, Mutti, Opem, GloveICT, Amoretti, GHC, Poliambulatorio Dalla Rosa Prati, Drill Pac, Rainieri. Mobility partner Tep. Security partner Metronotte. Wine partner Oinoe. Educational partner Parmalat. Fair Play partner Zebre. Identity Partner Parma Calcio. Radio Ufficiale Radio Monte Carlo. Con il contributo di Ascom Confcommercio Parma Fondazione, Ascom Parma Confcommercio, Camera di Commercio dell’Emilia, Fondazione Monteparma. Legal counselling Villa&Partners. Con il supporto di “Parma, io ci sto!”. I concerti sono realizzati grazie al contributo di Sinapsi Group. Sostenitori tecnici Ds Solutions, Teamwork, Graphital. Partner artistici e istituzionali Casa della Musica, Coro del Teatro Regio di Parma, Conservatorio “Arrigo Boito”, Società dei Concerti di Parma, La Toscanini. Il Teatro Regio aderisce a Parma Città Climate Neutral 2030, ATIT, AGIS, Comitato per la Salvaguardia dell’Arte del Canto Lirico Italiano, Fedora, Opera Europa, Opera Vision, Emilia taste, nature & culture.
BIGLIETTERIA DEL TEATRO REGIO DI PARMA
Biglietti da 8 a 40 euro. Riduzioni per ragazzi fino a 17 anni accompagnati da un familiare adulto, under 35, over 65 e per gli abbonati alla Società dei Concerti di Parma.
Strada Giuseppe Garibaldi, 16/A – 43121 Parma Tel. +39 0521 203999
biglietteria@teatroregioparma.it orari di apertura: martedì, giovedì e sabato 10:00 – 13:00; mercoledì e venerdì 10:00 – 13:00, 16:00 – 18:00 e un’ora e mezza prima dello spettacolo.
Teatro Regio di Parma
martedì 7 aprile 2026, ore 20.30
Pianoforte
Grigory Sokolov
LUDWIG VAN BEETHOVEN (1770-1827)
Sonata n. 4, op. 7 in mi bemolle maggiore
Allegro molto e con brio
Largo con gran espressione
Allegro – Minore
Rondo. Poco Allegretto e grazioso
Sei bagatelle, op. 126
1. Andante con moto. Cantabile e compiacevole
2. Allegro
3. Andante. Cantabile e grazioso
4. Presto
5. Quasi allegretto
6. Presto. Andante amabile e con moto
FRANZ SCHUBERT (1797-1828)
Sonata, in si bemolle maggiore, D 960
Molto moderato
Andante sostenuto
Scherzo. Allegro vivace con delicatezza
Allegro ma non troppo
Paolo Maier
Responsabile Comunicazione istituzionale, Ufficio Stampa, Archivio
Teatro Regio di Parma strada Garibaldi, 16/A, 43121 Parma – Italia
Tel. +39 0521 203969
p.maier@teatroregioparma.it
stampa@teatroregioparma.it
www.teatroregioparma.it
Questo programma – scrive Giuseppe Martini, è una chiara dimostrazione di livello pressoché accademico delle sorti magnifiche ma non necessariamente progressive della musica di età classica e in particolare della dissoluzione della sua forma principe che fu quella della Sonata. Passino per intanto le analogie armoniche dei loro piani tonali, e sia detto qui di striscio senza complicarla troppo: la Sonata op. 7 di Beethoven e la Sonata D. 960 di Schubert usano le loro rispettive tonalità d’impianto (mi bemolle maggiore e si bemolle maggiore) per tutti i movimenti tranne il secondo; nel terzo movimento di entrambe il Trio è nella tonalità parallela di quella di base (mi bemolle minore e si bemolle minore); la tonalità del Largo della Sonata di Beethoven è in rapporto con quella degli altri movimenti per un intervallo di terza (minore discendente), e in rapporto di terza (maggiore discendente) sono fra loro le sei Bagatelle, e si badi che i rapporti di terza sono stati fra i prediletti di Schubert, vedi i Momenti musicali e la Fantasia Wanderer; e infine il finale della Sonata di Beethoven ha un teatrale arresto improvviso su un si bemolle, che l’avvicina al mondo della Sonata di Schubert.
Tutto troppo complicato? Non badate. Pensate invece che Beethoven ha scritto l’op. 7 nell’anno in cui è nato Schubert e Schubert ha scritto la Sonata D 960 due mesi prima di morire, un anno dopo la morte di Beethoven, mentre le Bagatelle op. 126 chiudono nel 1825 il catalogo pianistico di Beethoven. Siamo cioè di fronte a tre passaggi cardinali che diventano anche formali, poiché con le Bagatelle Beethoven ha letteralmente dissolto quella forma-sonata che aveva caratterizzato un’epoca grandiosa (che oggi chiamiamo classica) e che nel giro di ventisette anni era stata da lui stesso esplorata e smontata fino alle estreme possibilità. La soluzione trovata da Beethoven è il ciclo di pezzi brevi, ognuno compiuto in sé eppure tutti legati fra loro per atmosfera, Stimmung dicono i tedeschi, ricomponendo nel senso ciò che è stato smontato nella forma. Soluzione da lui stessa suggerita sul manoscritto («Ciclus von Kleinigkeiten»,ciclo di bazzecole, piccolezze, bagatelle appunto), soluzione che chiude i conti col passato e apre una porta sul futuro: senza le Bagatelle op. 126 non avremmo i cicli pianistici di Schumann.
Eppure non è con l’op. 126 che si chiude il classicismo (né, come pensava Thomas Mann, con la Sonata op. 111 di Beethoven), visto che la Sonata D 960 di Schubert è un gesto ancora più audace: pur rimanendo nella struttura sonatistica, ora i temi non hanno più la forza di svilupparsi, si riverberano attraverso tonalità lontane in una rassegnazione agrodolce per la fine del tutto. Sempre però incanto leggero, in un suono contenuto e danzante dove precipitano quei mondi viennesi che Schubert aveva tanto amato, il Lied, il valzer, il Momento musicale.
Ecco. Proprio a uno di quei pezzi come i Momenti musicali o ancora meglio i Klavierstücke schubertiani somiglia il terzo movimento della Sonata op. 7 di Beethoven, con le sue passionali terzine ascendenti. E per forza: in questa Sonata Beethoven individua un mondo idillico e un poco salottiero che diventerà caratteristico di Schubert e che peraltro ritroverà ancora nella Sonata op. 28. Ci sta. Era un buon periodo per Beethoven, ospitato a Vienna dal principe Lichnowsky e mezzo innamorato della contessa «Babette» Keglevicsvon Buzin, a cui dava lezioni di pianoforte e dedicò la Sonata. La dimensione idillica è ovviamente nel tono espressivo, con improvvise apparizioni di tenerezze, con l’introversa cantabilità del Largo, con la dilatazione del primo movimento per via di idee secondarie che alla fine l’hanno fatta diventare la più lunga Sonata di Beethoven dopo l’op. 106.
Ma tonalità, forma, sonorità sono tutta materia consegnata al tribunale della storia della musica, dove si pesano le responsabilità che ciascuno porta ai destini dell’arte. Altro è la poesia dei suoni. La proterva esuberanza del primo movimento dell’op. 7 con tutte quelle ottave, quei trilli, quelle volatine, quelle percussioni così virtuosistiche non riesce a nascondere un’incontenibile necessità di imporre la propria vitalità, ma ecco che di colpo, nel Largo, irrompe lo spirito che s’interroga: sono soliloqui, silenzi, voci che si oppongono, e un pensiero che tortuoso cerca di liberarsi dalle proprie ossessioni. Forse è il recitativo di un teatro immaginario. Certo è che dopo le cose sembrano tutte più leggere eppure delicate, ci si muove lievi come la paura di rovinare un fiore, con qualche sussulto, qualche reticenza, e ogni tanto i sospiri della serenità, che nel rondò diventano divertimento brillante, gusto per la sorpresa, tensione giocosa.
Quanto è più drammatico però il teatro di Schubert. Nella Sonata in si bemolle maggiore, si discorre delle cose ultime con la pacatezza di un parlare a fior di labbra. È una meditazione attonita, come di coloro che vedono la profondità delle cose mentre intonano sottovoce una cantilena dell’infanzia. Qualche volta il cielo si rischiara, ma dura pochissimo. Risuonano colori rarefatti e sembrano evocare recessi ignoti dello spirito. Alla fine, quando meno te lo aspetti, arriva una danza ma il tono resta pacato, e ti accorgi che quella che sembrava una liberazione non è che la profezia di uno sfacelo, recitata però con l’ingenuità di una canzoncina popolare. Diversa però dall’ingenuità fresca delle Bagatelle di Beethoven. Qui basta chiudere gli occhi ed è come avvertire le sensazioni forti di quando si era bambini, una favola, un rimbrotto, una preghiera, quelle profondità assoluta che si trova sono nelle cose semplici.
Grigory Sokolov
L’unica, irripetibile natura della musica suonata dal vivo è centrale per la comprensione della bellezza espressiva e dell’irresistibile onestà dell’arte di Grigory Sokolov. Le poetiche interpretazioni del pianista russo, che prendono vita durante l’esecuzione con un’intensità mistica, scaturiscono dalla profonda conoscenza delle opere che fanno parte del suo vasto repertorio. I programmi dei suoi recital abbracciano ogni cosa, dalle trascrizioni della polifonia sacra medievale e dai lavori per tastiera di Byrd, Couperin, Rameau, Froberger e Bach a tutto il repertorio classico e romantico con particolare attenzione a Beethoven, Schubert, Schumann, Chopin, Brahms e alle composizioni di riferimento del XX secolo di Prokofiev, Ravel, Scriabin, Rachmaninov, Schönberg e Stravinskij.
Tra gli amanti del pianoforte è ampiamente considerato uno dei massimi pianisti di oggi, un artista ammirato per la sua introspezione visionaria, la sua ipnotica spontaneità e la sua devozione senza compromessi alla musica.
Sokolov è nato a Leningrado (ora San Pietroburgo) e ha intrapreso gli studi musicali all’età di cinque anni, e due anni più tardi, ha cominciato gli studi con Liya Zelikhman alla Scuola Centrale Speciale del Conservatorio di Leningrado. A 12 anni ha tenuto il suo primo recital pubblico e il suo prodigioso talento è stato riconosciuto nel 1966 quando, a soli sedici anni, è diventato il più giovane musicista di sempre a vincere il Primo Premio al Concorso Internazionale Čajkovskij di Mosca. Mentre Sokolov intraprendeva grandi tour di concerti negli Stati Uniti e in Giappone negli anni Settanta, il suo talento si è evoluto ed è maturato lontano dai riflettori dei media internazionali. In seguito al collasso dell’Unione Sovietica, ha cominciato ad apparire con più frequenza nelle principali sale da concerto e nei principali festival europei. Nel corso della sua carriera si è esibito con le più prestigiose orchestre prima di decidere di dedicarsi esclusivamente al recital per pianoforte solo.
Sokolov tiene circa settanta concerti ogni stagione, immergendosi completamente in un singolo programma e presentandolo in tutte le principali sale d’Europa. A differenza di molti pianisti nutre un profondo interesse e una estrema conoscenza tecnica dei pianoforti che suona. Prima di ogni esibizione è solito passare molte ore di studio sul palcoscenico per capire la personalità e le possibilità dello strumento con cui dovrà condividere il momento del concerto. La critica musicale è sempre affascinata dalla misteriosa abilità di Sokolov di saper ‘rileggere’ la partitura proponendo interpretazioni originali e sempre nuove dei pezzi che suona. La capacità di articolare le voci interne di una struttura polifonica, l’infinita varietà delle dinamiche e dei suoni che sa estrarre dallo strumento sono caratteristiche uniche di questo grande artista. Nei suoi recital porta gli ascoltatori a stretto contatto con la musica, trascendendo questioni di esibizionismo superficiale e abilità tecnica, per rivelare significati spirituali più profondi.
Dopo un silenzio discografico durato quasi un ventennio, Sokolov ha iniziato una collaborazione con Deutsche Grammophon che ad oggi ha portato alla pubblicazione di varie registrazioni, rigorosamente tutte dal vivo di suoi concerti. Il primo album presenta la registrazione di un recital tenuto al Festival di Salisburgo con musiche di Mozart e Chopin mentre il secondo è dedicato ad opere di Schubert e Beethoven. Il terzo offre due concerti per pianoforte e orchestra (Mozart 488, Rachmaninoff n. 3) e include inoltre un DVD con un documentario dal titolo A Conversation That Never Was, diretto da Nadia Zhdanova che ci consegna un ritratto dell’artista attraverso interviste, foto e documenti filmati inediti. L’ultima incisione discografica pubblicata da DG ci propone la ripresa in audio e video del programma dedicato a musiche di Purcell e Mozart, pubblicata nell’ottobre 2024.
CONCERTI 2026
Teatro Regio di Parma
martedì 27 gennaio 2026, ore 20.30
Giorno della Memoria
TRIO DI PARMA
Ivan Rabaglia violino; Enrico Bronzi violoncello; Alberto Miodini pianoforte
ALESSANDRO CARBONARE clarinetto
MARCO BALIANI voce recitante
mercoledì 18 febbraio 2026, ore 20.30
BELCEA QUARTET
Corina Belcea-Fisher violino; Suyeon Kang violino;
Krzysztof Chorzelski viola; Antoine Lederlin violoncello
martedì 24 marzo 2026, ore 20.30
BENEDETTO LUPO pianoforte
martedì 7 aprile 2026, ore 20.30
GRIGORY SOKOLOV pianoforte
lunedì 27 aprile 2026, ore 20.30
Anteprima XXVI Paganini Guitar Festival
GIL SHAHAM violino solista e concertatore
L’APPASSIONATA, orchestra da camera
domenica 17 maggio 2026, ore 17.30
PAOLO FRESU tromba e flicorno
GIOVANNI SOLLIMA violoncello
La Stagione Concertistica del Teatro Regio di Parma
è realizzata da Società dei Concerti di Parma
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