Dentro Gaber verso Gurdjieff. Una continua fuga alla ricerca dell’io individuando un confine
Paolo Arces
La poesia è morta direbbero alcuni. E forse è vero. O forse, è solo la comune e stretta definizione di “poesia”, che tutti ci ostentiamo a dare, che l’ha resa cosi sterile?
La poesia è ovunque, è quel salto oltre la superficie che cerca un vuoto in cui cadere, che crea allora una profondità. Si reinventa e non smette mai di esistere, vive insieme all’uomo e alla sua necessità di scavo, è nella sua natura. E allora, sotto forma di cantautorato, trova piena espressione in Gaber, che al pari stilistico di una “poesia onesta” sabiana, dipinge la profondità inconsolabile del nostro malessere, in una struttura sociale in cui vogliamo tutti “far finta di essere sani” o, ancor prima, “far finta di essere”.
“Vivere, non riesco a vivere, ma la mente mi autorizza a credere, che una storia mia, positiva o no, è qualcosa che sta dentro la realtà”. Siamo impotenti, siamo miseri, siamo schiavi dell’inenarrabilità di ciò che realmente siamo. Perchè, chi sono io? E’ una domanda cosi semplice eppure cosi tagliente. Perchè, per poter Vivere (e non semplicemente vivere, esistere), bisogna ancor prima essere: è necessario che ci sia io. Eppure, se a voi appare come una considerazione così banale, è perchè ci autorizziamo a “credere”, ci illudiamo, che una storia “mia” sia dentro la realtà. E’ curioso notare come noi amiamo abusare tutti questi possessivi senza neanche sapere a chi realmente li rimandiamo. Ogni filosofia orientale, e non, pone particolare enfasi su questo concetto, e lo fà con estrema lucidità e logicità, mettendo in crisi qualunque scettico “razionalista”. Pieno esempio ne è il filosofo e mistico armeno Gurdjieff, dal suo materialismo “spirituale”: “A ogni attimo l’uomo dice e pensa Io. E ogni volta il suo io è differente. Un attimo fa era un pensiero, ora è un desiderio, poi una sensazione, poi un altro pensiero e cosi via, senza fine… L’alternarsi di questi io, le loro lotte manifeste, di ogni istante, per la supremazia, sono comandate dalle influenze esteriori accidentali”. E allora Gaber delinea scherzosamente la nostra fuga dinanzi a questioni insostenibili: “Nel dubbio mi compro una moto, telaio e manubrio cromato..”.
E allora siamo in continua fuga, in una continua corsa che cerca di cucire un io. Nel Vangelo di Marco un “posseduto” afferma “Il mio nome è Legione, perchè siamo molti”, eppure, forse, “indemoniati” siamo tutti noi, così flebili e meccanici, vittime di consumi destinate a “volere e disvolere la stessa cosa”. Eppure questa illusione di libertà è cosi connaturata in noi che affoga ogni possibile coscienza di “impotenza”: “Chissà nella mia vita quante maschere ho costruito, queste maschere, ormai, sono una cosa mia, che dolore che fatica buttarle via”.
Allora in “Cerco un gesto naturale” a parlare è un uomo con il “dente della conoscenza” che, seppur sotto il giogo delle influenze esterne e delle finzioni, è comunque già “lui” nel tentativo di essere conscio. “Mi guardo dal di fuori come fossimo due persone. Osservo la mia mano che si muove la sua decisione. Da fuori vedo chiaro, quel gesto non è vero, e sento che in quel movimento io non c’ero”. In nessun gesto siamo noi. Siamo realmente solo macchine, frutto di influenze e di accadimenti? Nessun valore può salvare da questa struggente realtà. Dopo averne acquisito coscienza, nessuna medicina allevia la ferita tranne il tremendo tentativo di ricucirla. Il punto di non ritorno è questo: “non so niente, sono a pezzi, non so più chi sono. Capisco solo che continuamente io mi condiziono”.
In “La nave” è invece tutto un grande impazzare, un borbottante motore che “non sa dove va ma continua ad andare”. Nella continua corsa, fuga dall’oceano “immobile” che è la vacuità dell’essere, tutti i passeggeri iniziano a soffrire il mal di mare, il mal dell’io: tutti iniziano a correre, tutti iniziano a perdersi. Eppure la grande nave altro non è che la società, dove la nausea è ormai superflua, anzi sana. Gaber, invitato in un manicomio per una rappresentazione teatrale, viene accolto da uno psichiatra:«Non è che il disturbo psichico non sia una devianza, non è questo che vogliamo dire; è che questa devianza spesso appartiene anche ai cosiddetti sani. Dov’è il confine, dunque?»
Il confine è allora vedere oltre la nostra apparente normalità, perchè solo cercando un gesto naturale si scopre che “Libertà è partecipazione”: il ricordo di un io.
