Il dilemma del cannone e del pane: l’Italia tra il 2% Nato e lo spettro del 5% di Pil per la difesa
| Carlo Di Stanislao |
»Ogni cannone fabbricato, ogni nave da guerra varata, ogni razzo sparato significa, in ultima analisi, un furto ai danni di coloro che hanno fame e non sono nutriti, di coloro che hanno freddo e non sono vestiti.»
— Dwight D. Eisenhower
Il dilemma geopolitico che l’Italia sta affrontando nel marzo 2026 segna un punto di non ritorno nella storia repubblicana recente, dove la necessità di garantire la sicurezza nazionale si scontra frontalmente con la sostenibilità dei conti pubblici. Mentre il rapporto annuale della Nato, presentato dal segretario generale Mark Rutte, certifica il raggiungimento del 2,01% del Pil destinato alla difesa, una lettura attenta dei numeri rivela una realtà ben più complessa e, per certi versi, precaria. L’obiettivo minimo è stato centrato, ma il prezzo politico ed economico per mantenerlo promette di essere altissimo.
Un traguardo raggiunto per il rotto della cuffia attraverso artifici contabili
I 45 miliardi di euro spesi nel 2025 rappresentano formalmente il successo di un obiettivo inseguito per oltre un decennio. Tuttavia, l’analisi dell’Osservatorio conti pubblici della Cattolica getta una luce critica su questo dato: l’incremento dello 0,5% rispetto all’anno precedente non è frutto di un massiccio afflusso di nuovi capitali, ma in gran parte (lo 0,4%) di una riqualificazione contabile. In sostanza, sono state fatte rientrare nel budget della difesa voci di spesa preesistenti, come quelle per la Guardia di Finanza, le Capitanerie di porto e la cybersicurezza. L’aumento effettivo di risorse fresche si è fermato a un timido 0,1%, segno che il bilancio dello Stato non ha ancora trovato una vera via d’uscita dall’austerità post-pandemica.
Questo esercizio di equilibrismo finanziario ha permesso all’Italia di presentarsi al tavolo degli alleati con le «carte in regola», ma la pressione internazionale non accenna a diminuire. La stoccata di Donald Trump, che durante l’ultima riunione di gabinetto ha ricordato come l’Europa sia protetta da «un grosso, grasso e meraviglioso oceano» che separa gli Usa dai conflitti continentali, suona come un ultimatum: la protezione americana non è più un assegno in bianco e l’Europa deve farsi carico del proprio destino militare, piaccia o meno ai suoi contribuenti.
Il miraggio del 5% e i cento miliardi mancanti per la sicurezza futura
Se il 2% è stato un traguardo faticoso, l’orizzonte del 2035 appare come una scalata himalayana senza ossigeno. Gli impegni presi in sede Nato lo scorso giugno prevedono di innalzare l’asticella al 5% del Pil. Per l’Italia, questo significherebbe passare dagli attuali 45 miliardi a ben 145 miliardi di euro annui. Una cifra astronomica, pari a circa tre intere manovre finanziarie attuali, che dovrebbe essere così ripartita per rispondere alle nuove minacce globali:
- 3,5% per la difesa militare pura (armamenti, personale, logistica);
- 1,5% per la protezione delle infrastrutture critiche, inclusi i cavi sottomarini, le reti internet e la difesa energetica da attacchi di guerra ibrida.
Mentre la Polonia corre al ritmo del 4,3% e i Paesi Baltici come la Lettonia promulgano leggi per blindare il 5% entro il 2027, l’Italia arranca sotto il peso di un debito pubblico che lascia pochissimi margini di manovra. La differenza di velocità tra il fianco Est dell’Alleanza e i paesi mediterranei sta creando una spaccatura interna che rischia di indebolire la coesione stessa della Nato.
L’incudine del deficit e il martello della recrudescenza bellica in medio oriente
Il contesto macroeconomico del 2026 aggrava ulteriormente il quadro già fosco. Le stime Istat indicano che il rapporto deficit/Pil nel 2025 si è fermato al 3,1%, fallendo l’obiettivo del 3% e mantenendo l’Italia pericolosamente vicina alle maglie della procedura d’infrazione europea. Il ministro Giancarlo Giorgetti si trova a gestire una «coperta corta» che non permette errori: investire nella difesa significa, inevitabilmente, tagliare altrove, dalla sanità alle pensioni.
La situazione è resa ancora più instabile dalla guerra in Iran, un conflitto che ha agito come un acceleratore di incertezza globale. Confindustria ha già rivisto al ribasso le stime di crescita per il 2026, ipotizzando scenari preoccupanti:
- In uno scenario ottimistico (fine delle ostilità a marzo), la crescita si fermerà allo 0,5%.
- Se il conflitto dovesse protrarsi fino a dicembre, il Pil italiano subirebbe una contrazione dello 0,7%.
In uno scenario di recessione o crescita zero, trovare 100 miliardi aggiuntivi per la difesa entro il prossimo decennio appare non solo un obiettivo ambizioso, ma una sfida esistenziale per il modello di welfare italiano. Il rischio è che la «sicurezza» esterna venga pagata con una crescente insicurezza sociale interna.
Difesa e tecnologia tra protezione dei mari e sovranità digitale
Le fonti del ministero della Difesa provano a evidenziare i potenziali benefici di questa spesa massiccia per cercare di placare il dissenso. Non si parla solo di carri armati e missili, ma di tecnologie duali con ricadute civili. La protezione delle reti energetiche e lo sviluppo di sistemi di difesa dagli attacchi hacker sono investimenti che hanno una ricaduta diretta sulla sicurezza dei cittadini e sulla competitività delle nostre industrie nel mercato globale.
Tutelare le navi che transitano nel Mediterraneo dallo spionaggio e proteggere i flussi di dati che passano sotto il mare non è solo una missione bellica, ma la salvaguardia dell’ossatura economica del Paese. Tuttavia, la domanda che la politica e l’opinione pubblica devono porsi è: quanto siamo disposti a sacrificare in termini di servizi sociali per finanziare questa «sovranità tecnologica e militare»? La risposta non è scontata e divide profondamente il Parlamento.
Verso una nuova economia di guerra permanente per l’Italia
L’Italia si trova a un bivio storico che non può più ignorare. Da un lato, l’aggressività delle potenze ostili e il parziale disimpegno statunitense obbligano a una maggiore autonomia strategica europea. Dall’altro, il rigore di bilancio imposto dall’Ue e una crescita economica anemica rendono il percorso verso il 5% del Pil quasi insostenibile senza una riforma profonda dei trattati europei o l’emissione di debito comune, i cosiddetti Defense Bonds.
La previsione della premier Giorgia Meloni, che aveva annunciato un 2026 «molto peggio» del 2025, sembra trovar riscontro nella dura realtà dei numeri. Il riarmo non è più un’opzione teorica discussa nei centri studi, ma una voce di bilancio che bussa prepotentemente alla porta dei cittadini. Se il mondo non aspetta, l’Italia deve decidere in fretta come finanziare la propria sicurezza senza mandare in bancarotta il proprio futuro e quello delle prossime generazioni.
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