Triduo di Gioventù Studentesca. Rimini. Un’esperienza “preziosa” nel misterioso
Paolo Arces


Spiegare con parole certe esperienze è un’ impresa utopica. Nessun verbo potrà mai far comprendere l’importanza di un esperire di questo livello. Forse riuscirà solo a farne intuire una trama. Ma l’impeto di veridicità si manifesta proprio nel vivere sulla propria pelle. Si può verificare l’importanza di un’esperienza solo sottoponendola al proprio giudizio. E non è un’affermazione da prendere con leggerezza perchè è l’unica alternativa, ogni altra opinione resta flatus vocis.
Questa premessa è fondamentale perchè è stato il movente che mi ha fatto decidere di partecipare, per la prima volta, al Triduo di GS. Ho sempre vissuto fortemente la domanda di senso in me, ma sono stato, e continuo ad esserlo, profondamente scettico verso ogni tentativo di risposta.
Allora, l’unica soluzione era questa: vedere se la “febbre di vita” tanto discussa, fosse qualcosa che c’è, e non solo astrazione. Ho quindi sottoposto ciò al mio esperire.
Ebbene, è stato un avvenimento radicalmente sconvolgente.
Siamo abituati a lasciar accadere le cose. Tutto ci scorre sopra, nulla ci tocca realmente. Eppure questa è un’esperienza che cambia qualcosa dentro, modifica i lineamenti più intimi dell’io. Nucleo del Triduo 2026 era “Tu sei prezioso ai miei occhi”. Ma è come se si fosse finiti a dipingere ogni sfumatura del nostro vacillante esistere. Difatti, riportare ogni singolo “moto d’animo” che quest’esperienza ha suscitato sarebbe una grande impresa, perciò mi limiterò a evidenziare quello che più ha sconvolto il mio essere. Forse ho sviluppato più domande che risposte, ma poi, un monito finale che spiega tutto: bisogna vivere incessantemente la domanda.
Ora mi accompagna la poesia di Rilke: “Sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e…cerca di amare le domande… Non cercare ora le risposte che possono esserti date poichè non saresti capace di convivere con esse. Vivere le domande ora. Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga, di vivere fino al lontano giorno in cui avrai la risposta”. Sono partito con qualche esperienza, già allora sconvolgente, di intuizione di un «oltre», di percezione del mistero, di genealogia delle domande.
E ciò che mi ha spiazzato è stato il sentire parlare di me, senza che venisse effettivamente fatto. Sentire che, la mia domanda, era in egual misura viva in un animo bollente come quello di Marco Gallo, ragazzo colmo di domande, intriso di mistero, scomparso a soli diciassette anni e ad oggi sotto processo di beatificazione. E ancor più, il vedere che quel mio spirito inquieto, arso dalla solitudine di domande scottanti di una “coscienza prematura”, non fosse effettivamente solo ma anzi, vivo, sia pur forse con nomi diversi, in ugual modo in tanti altri giovani animi. Ed è qualcosa che sconvolge, perchè non è consueto.
Siamo abituati a vivere nella superficialità: chiacchierare per riempire il tempo, conoscere per saziare vuoti, bere e fumare per non sentire il peso della presenza… Ma in tutto questo chiasso dove siamo noi? Vogliamo riempire il nostro essere con tanti rumori così da non sentirlo più. Riecheggia in me spesso una frase di mia nonna: “il silenzio è la dieta dell’anima”.
Eppure pochi decidono di volerlo abitare e quindi, questa mia grande tensione verso un senso, appare ai miei coetanei come “illusione” o non so che altra bigotteria. In questo viaggio invece ho smarrito quel pedante senso di intima solitudine. Ero domanda insieme a tante altre ed in questo ci sentivamo tutti ascoltati. Sono quindi partito con un forte senso di mistero ignoto e, non ne ho ancora ricavato le fattezze di Cristo, ma ho compreso e sentito sempre più la mia forte domanda. Nella personificazione e dottrina essoterica ho percepito il simbolismo e il significato esoterico ed in questo ha trovato spazio la mia voce.
Nel mio esistere il più grande passo verso una spiritualità è stato il fare esperienza concreta, nella conoscenza di qualcuno, di qualcosa di oltre. Letteralmente questo. Mi è capitato di avere incontri con persone che, con lo sguardo, mi facevano “prezioso” ai loro occhi: un rapporto che non accade mai, che può essere solo qualcosa di altro. Perchè è un incontro con un qualcuno in cui vive la gratuità: una persona che, senza conoscermi, è come se mi conoscesse più di me ed anzi provasse a spiegarmelo. E questa forza che è la gratuità è qualcosa che realmente sazia la vita di gioia e anzi le dà un sapore nuovo.
Sentire che la mia intuizione di oltre, manifestatasi nel concreto, fosse riletta, pur sì in altre parole, come lo sguardo di Cristo che si fa umano, quindi Cristo che si fa carne, mi ha riempito di speranza, di possibilità di raggiungere sempre più alte vette di coscienza nel mio meditare e, quindi, di gioia. Permane in me ancora il vago nome di mistero, non sono ancora in grado di delineare le fattezze del volto di questo mio presentimento ma, per l’appunto, è necessario vivere in attesa, perchè “nella pazienza possederete la vostra vita”.
Tratto più devastante di questo viaggio è stata allora la compagnia: è solo in queste domande che nasce la “febbre di vita”. E io ho fatto esperienza della vita che c’è in questo domandare. Se è stata un’esperienza di vita piena è perché è stata anche domanda, comune a tutti noi. Questo ci ha reso preziosi l’un l’altro. Non è astrazione. É concretezza. Due appassionati di calcio si conoscono, scoprono che tifano per la stessa squadra e diventano subito “affiatati”. Ugualmente due appassionati della vita e quindi delle domande essenziali, che la sottendono, si incontrano e diventano “affiatati” nelle loro domande. Allora diventano preziosi l’uno per l’altro, per se stessi e per un altro. Quell’altro è la squadra, dunque, la domanda, il mistero che entrambi vivono.
Come due interessi comuni vanno d’accordo, domande essenziali comuni creano un legame autentico. In sostanza, se il mistero in me si ridesta sempre è perchè nella compagnia vedo quello sguardo che è un “oltre”. Il mio unico “rammarico” è questo: non poter vivere sempre a questa profondità, a questo livello di vita, perché non con tutti è possibile raggiungerla, non tutti sono consci della domanda di senso che li costituisce. Allora ciò che resta è vivere intimamente e continuamente il mistero e anzi diventare io stesso fonte di domanda e stupore per gli altri: diventare luce profonda nel buio della superficie, dare la gratuità che ho ricevuto. Sguardi amici che penetrano oltre il superficiale. In questo mi compio e sono vivo: nel giocare col mistero.