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L’eredità di un’intuizione profonda: perché quella di Rosy Bindi è stata la migliore riforma della sanità

A admin
22 de abril, 2026
Carlo Di Stanislao


​»La salute è un bene comune, e come tale va difesa da chiunque voglia trasformarla in una merce.» — Gino Strada

​Un pilastro fondamentale per la tutela del diritto alla salute collettivo

​La riforma sanitaria varata alla fine degli anni Novanta da Rosy Bindi rappresenta, ancora oggi, il punto di equilibrio più avanzato tra l’efficienza gestionale e l’universalismo egualitario previsto dalla nostra Costituzione. In un periodo storico segnato da spinte privatistiche e da una crescente frammentazione dei servizi, quel provvedimento ha avuto il coraggio politico di rimettere al centro la natura pubblica, solidale e indivisibile del sistema sanitario nazionale.

​Non si è trattato di un semplice restyling burocratico, ma di una visione politica profonda che ha tentato di sanare le derive eccessivamente aziendalistiche introducendo un’anima sociale. In questo complesso lavoro di tessitura normativa, un ruolo di straordinaria rilevanza tecnica e politica è stato ricoperto dalla dottoressa aquilana Betty Leone. All’epoca direttrice generale della programmazione al Ministero della Sanità, Leone è stata la «mente operativa» e l’architetto che ha tradotto l’indirizzo politico della Bindi in articoli di legge capaci di trasformare la sanità italiana.

​Il contributo tecnico e umano di Betty Leone nell’architettura della riforma

​Parlare della riforma Bindi senza citare Betty Leone significherebbe ometterne il motore propulsivo. La dottoressa Leone, con la sua profonda competenza amministrativa e la sua radicata cultura del servizio pubblico, ha saputo infondere nel testo legislativo una sensibilità particolare verso la concretezza dei servizi. Il suo lavoro è stato determinante per l’equilibrio tra Stato e Regioni, lavorando affinché l’autonomia regionale non diventasse anarchia, preservando il ruolo dello Stato come garante dei diritti civili e sociali.

​I disastri delle riforme successive e la deriva del regionalismo differenziato

​Il declino del sistema sanitario nazionale è iniziato quando i principi della riforma Bindi sono stati erosi da interventi successivi che hanno spostato l’asse dal diritto alla salute al vincolo di bilancio. La modifica del Titolo V della Costituzione ha frammentato il sistema in ventuno modelli diversi, creando cittadini di serie A e di serie B a seconda della residenza.

​Le riforme che si sono susseguite hanno progressivamente:

  • Smantellato l’esclusività del rapporto: indebolendo il legame tra medico e struttura pubblica e favorendo la fuga verso il privato.
  • Tagliato linearmente i finanziamenti: mascherando i tagli sotto il nome di «razionalizzazione», portando alla chiusura di piccoli ospedali senza aver prima rinforzato il territorio.
  • Privatizzato i servizi: esternalizzando prestazioni core a cooperative e centri convenzionati, aumentando i costi e diminuendo la continuità assistenziale.

​Questo processo ha trasformato le Asl in macchine burocratiche distanti dai bisogni reali, dove il direttore generale risponde più ai bilanci e alla politica regionale che alla salute dei cittadini, tradendo lo spirito della riforma del mille novecento novantanove.

​L’attuale gestione del ministro Schillaci: tra definanziamento e precarietà

​Nel contesto attuale, l’azione del ministro Orazio Schillaci sembra muoversi su un crinale estremamente pericoloso per la sopravvivenza stessa dell’universalismo. Nonostante le dichiarazioni di facciata, i dati mostrano un definanziamento costante del fondo sanitario nazionale rispetto al Prodotto Interno Lordo, portando l’Italia ai livelli minimi tra i paesi industrializzati.

​Le criticità maggiori dell’attuale gestione riguardano:

  • Il ricorso ai medici «gettonisti»: una risposta emergenziale alla carenza di personale che sta distruggendo i bilanci delle aziende e la dignità del lavoro medico.
  • La sanità integrativa: una spinta sempre più marcata verso le assicurazioni private, che rischia di trasformare definitivamente la sanità in un sistema a due velocità.
  • L’incapacità di abbattere le liste d’attesa: con interventi che si limitano a spostare risorse verso il privato accreditato invece di investire strutturalmente nel personale e nei macchinari pubblici.

​Mentre la riforma Bindi cercava di costruire un sistema solido e coeso, l’attuale linea ministeriale sembra rincorrere le emergenze con soluzioni tampone che non risolvono la carenza strutturale di camici bianchi e infermieri.

​L’universalismo delle prestazioni e la definizione dei livelli essenziali di assistenza

​La riforma Bindi aveva cristallizzato l’idea che ogni cittadino avesse diritto ai Lea (livelli essenziali di assistenza). Oggi, sotto la pressione del regionalismo e dei tagli, questi livelli sono spesso una chimera. Definendo i Lea, la riforma Bindi aveva stabilito un confine civile che oggi appare sbiadito, con lo Stato che sembra abdicare al suo ruolo di garante in favore di una gestione puramente contabile della malattia.

​Una sintesi perfetta tra rigore etico e pragmatismo organizzativo

​In conclusione, la visione di Rosy Bindi, tradotta in pratica da figure d’eccellenza come Betty Leone, rimane la migliore perché non ha cercato scorciatoie. È stata l’ultima volta in cui la politica ha avuto il coraggio di dire che la salute non è una merce. Oggi, di fronte ai disastri delle riforme parziali e all’attuale gestione ministeriale che pare rassegnata al declino del pubblico, quel modello brilla ancora per lungimiranza e giustizia sociale. Riscoprire quella stagione significa capire che solo un sistema pubblico, forte e orgoglioso può garantire dignità a chi soffre.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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