L’agnese va a morire: il volto femminile e necessario della resistenza
| Carlo Di Stanislao |
»La resistenza non è stata solo una guerra di uomini, ma un’epopea di popolo in cui le donne hanno inventato un unico modo di combattere.»— Italo Nostromo
La straordinaria potenza narrativa contenuta nel romanzo L’agnese va a morire di Renata Viganò rappresenta, ancora oggi, uno dei vertici più autentici della letteratura neorealista italiana. Pubblicato nel 1949 e vincitore del Premio Viareggio, il libro non è soltanto una cronaca partigiana, ma una dichiarazione d’esistenza. In un panorama letterario dominato da figure maschili — si pensi a Calvino, Pavese o Fenoglio — l’opera della Viganò irrompe con la forza di una verità contadina, fatta di fango, biciclette, silenzi e un coraggio che non nasce dall’ideologia astratta, ma da una necessità etica profonda.
Non è un caso che la critica contemporanea stia riscoprendo la centralità di questo testo. Per troppo tempo, la narrazione della lotta di liberazione è stata declinata quasi esclusivamente al maschile, relegando la partecipazione femminile a ruoli di supporto o di cura. Agnese, invece, incarna una rottura drastica con questo schema, offrendo una prospettiva dove il corpo della donna non è più solo oggetto di attesa, ma soggetto attivo della Storia.
Una protagonista fuori dagli schemi
Agnese non è l’eroina romantica o l’intellettuale che sceglie l’impegno politico dopo un lungo tormento interiore. È una lavandaia, una donna di mezza età, corpulenta, che vive nelle valli di Comacchio insieme al marito Palita, un uomo fragile ma colto, deportato dai tedeschi e destinato a morire lontano da casa. È la scomparsa di Palita a innescare la trasformazione: Agnese, mossa da una ribellione istintiva contro l’ingiustizia e l’oppressione nazifascista, diventa una staffetta partigiana.
Il suo personaggio scardina l’immagine stereotipata della donna nella Resistenza. Agnese agisce, decide, rischia. La sua è una scelta di campo totale che la porta ad abitare il paesaggio nebbioso e ostile delle paludi, diventando «mamma» e guida per i giovani partigiani, pur rimanendo una figura solitaria, tragica e immensa nella sua semplicità. Lei non combatte per una medaglia, ma perché sente che l’equilibrio del mondo è stato spezzato.
La sua trasformazione è lenta ma inesorabile. Dapprima mossa dal dolore personale per la perdita del marito, Agnese comprende gradualmente che il suo gesto individuale fa parte di un movimento collettivo. La sua forza risiede nella sua apparente ordinarietà: è una donna del popolo che, senza aver mai letto un trattato di politica, comprende perfettamente la differenza tra oppressore e oppresso.
Lo stile e il paesaggio come specchio dell’anima
Renata Viganò utilizza una lingua asciutta, priva di fronzoli retorici, che Natalia Ginzburg definì dotata di un «magnifico stile misurato». La narrazione si sposa perfettamente con l’ambiente delle valli di Comacchio: un labirinto di canneti e acqua dove il freddo e la fame sono nemici tangibili quanto le pattuglie nemiche. Il paesaggio non è solo uno sfondo, ma un protagonista aggiunto che riflette lo stato d’animo dei personaggi.
In questo contesto, il corpo di Agnese diventa il fulcro della narrazione. È un corpo che fatica, che pedala per chilometri sotto la pioggia, che si nasconde e che, alla fine, si immola. La Viganò riesce a trasmettere la fisicità della guerra: non ci sono solo i grandi ideali, ci sono le scarpe rotte, il pane scarso e la costante paura che si annida nel battito del cuore.
La scrittura si fa visiva, quasi cinematografica, anticipando quella sensibilità che avrebbe trovato pieno compimento nel cinema neorealista. Ogni capitolo è costruito come una sequenza, dove il dettaglio materiale — una bicicletta, un cesto di biancheria, una divisa sporca — assume un valore simbolico universale.
Dalla carta alla pellicola: il film di Giuliano Montaldo
L’impatto del romanzo fu tale che, nel 1976, il regista Giuliano Montaldo decise di trasporre la storia sul grande schermo. Il film L’agnese va a morire è considerato uno dei capisaldi del cinema di impegno civile italiano. A dare il volto alla protagonista fu l’attrice svedese Ingrid Thulin, una scelta che all’epoca fece discutere per via delle origini dell’interprete, ma che si rivelò magistrale.
La Thulin, spogliata di ogni glamour, offrì un’interpretazione di straordinaria intensità, riuscendo a restituire la fermezza e la malinconia del personaggio letterario. Il film di Montaldo non si limita a illustrare le pagine del libro, ma ne potenzia il messaggio visivo, mostrando la Resistenza come una guerra di sguardi, di attese e di paesaggi desolati.
La colonna sonora, curata da Ennio Morricone, contribuisce a creare quell’atmosfera di sospensione e ineluttabilità che accompagna la protagonista verso il suo destino finale. Il legame tra il libro e il film ha contribuito a mantenere viva la memoria di un’opera che, per decenni, è stata erroneamente confinata alle sole letture scolastiche, rischiando di perdere la sua carica rivoluzionaria e la sua capacità di scuotere le coscienze.
L’attualità di un classico nel ventunesimo secolo
Perché leggere oggi questo romanzo, magari nella nuova edizione Einaudi curata da Daniela Brogi? La risposta risiede nella capacità della Viganò di raccontare la scoperta della politica come atto di dignità umana. Agnese non legge manifesti, ma capisce da che parte stare guardando il dolore del mondo e la prepotenza dei fascisti.
Mentre il canone tradizionale ha spesso taciuto o minimizzato il ruolo attivo delle donne nella liberazione dell’Italia, Agnese resta lì, ferma nel fango della valle, a ricordare che la storia è fatta anche di nomi dimenticati e di «corpi di donne che corrono». La sua morte non è una sconfitta, ma il suggello di un’appartenenza collettiva che avrebbe portato, di lì a poco, alla nascita di una nuova Italia basata sulla democrazia.
Attraverso la riscoperta di questo testo e la visione della sua controparte cinematografica, emerge un ritratto della Resistenza più umano, meno celebrativo e, proprio per questo, infinitamente più potente. Renata Viganò ci ha consegnato un’eredità che non è solo letteraria, ma civile: la consapevolezza che anche l’individuo più umile può diventare il motore del cambiamento storico.
In un’epoca in cui la memoria storica rischia di sbiadirsi, L’agnese va a morire ci costringe a guardare in faccia la realtà del sacrificio e l’importanza della scelta. Non è solo un libro sulla guerra, ma un inno alla resistenza dello spirito umano contro ogni forma di prevaricazione. La storia di Agnese è la storia di tutte le donne che, nel silenzio e lontano dai riflettori, hanno reso possibile la libertà di cui godiamo oggi.
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