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Hegel si ferma davanti alle scelte mentre Kierkegaard è già oltre restando nel dubbio. Il 27 aprile a Cosenza si discuterà di Hegel 

A admin
26 de abril, 2026

Pierfranco Bruni 

È tempo di misurare l’idea con l’angoscia sapendo che se non c’è il dubbio tutto cerca una ragione per sopravvivere alla parola mentre i filosofi si illudono che il ragionare porta alla verità. Credono di trattenere il mondo nella rete del concetto. E il mondo scivola. Resta l’acqua nelle mani. Resta il sale sulle dita. Resta il sapore di ciò che fugge quando lo nomini. Il reale non è ciò che si vive. È ciò che si pensa di vivere nel momento in cui è già trascorso. È memoria che duole. È racconto che sanguina. È eco che torna quando la voce tace. È ulivo che ha già dato l’ombra e trattiene il sole nella corteccia come preghiera secca.

Siamo riposo o viaggio. Non c’è terza stanza. O soglia. O passo. O pietra. O vento. E nel mezzo sta l’uomo. Sta l’isola che si porta negli occhi. Sta il confine che non si vede eppure divide. Sta il limite che chiama con voce di madre. E chiamando, ferisce. E ferendo, sveglia. E svegliando, mette in cammino. Fin qui il tempo di ina filosofia che ha l’uomo al centro  con la sua esistenza e il proprio tempo.

Pre esistenzialismo. E post. Prima di Kierkegaard chi avrebbe dovuto salvare il pensiero del relativismo? 

Hegel non ha salvato nonostantele sue eredità. Lui che ha messo il reale dentro la ragione come seme nella terra. Lui che ha detto ciò che è razionale è reale e ha rovesciato il cielo. Lui che ha fatto della storia Teodicea e del tempo tribunale. Lui che ha crocifisso Dio nel concetto per farlo risorgere come Spirito oltre la religiosità spirituale. 

Ci salverà. O ci perderà. Perché i contrari sono un assurdo nello scenario della danza dei giorni. Servo e padrone si fissano. Si riconoscono. Si scambiano il posto. E nello scambio muoiono entrambi. E morti, nascono nuovi. E nati, non sanno più chi comanda. E non sapendolo, sono liberi. O smarriti. E lo smarrimento è il primo nome della verità quando la verità non consola.

Cosa mi ha lasciato Hegel? Lo smarrimento. E lo smarrimento è grazia che non chiede permesso. Perché chi è sicuro non cerca. E chi non cerca non trova. E chi non trova non vive. E chi non vive è già statua. Hegel ci ha lasciato il fuoco. Il fuoco della dialettica che brucia la scorza e libera il frutto. Il fuoco dello Spirito che si aliena nel mondo per possedersi nel sapere. Il fuoco della storia che non perdona l’inerzia. Che macina i regni. Che compie il tempo. Che chiede conto ad ogni volto. Da questo fuoco occorre partire. Sempre. Ogni mattina quando il gallo canta. Ogni sera quando la civetta di Minerva spiega le ali. Ogni caduta quando il ginocchio tocca la terra. Ogni non capisco che è soglia del capire: e siamo a Kierkegaard.

Cosa ci resta. Il ricordo. Nient’altro. Il ricordo non è archivio. È presente che brucia. È ulivo potato che versa olio come pianto. È libro aperto sul tavolo con la pagina che trema. È parola detta a metà che continua a parlare. È volto che torna quando chiudi gli occhi e il buio diventa specchio. È Hegel che non finisce perché il concetto non ha sera. Ricomincia. E ricominciando, interroga. E interrogando, spoglia. E spogliando, veste di luce.

Lo specchio non mi abbandona. È giusto che sia così. Lo specchio è coscienza che si fa carne. È servo che si fa padrone guardandosi fino al fondo. È padrone che torna servo riconoscendosi nella ferita dell’altro. È l’altro che sono io quando mi nomino. È io che è l’altro quando mi nego. È la Fenomenologia chiusa in un vetro. E nel vetro ci abito. E abitando, mi perdo. E perdendomi, mi trovo. E trovandomi, so che non basto. E non bastando, chiedo. E chiedendo, prego. E pregando, penso.

Mi fermo. Mi faccio sfiorare dal vento. Il vento viene dai monti del Pollino con odore di resina. Viene da Jena con polvere di cannone. Viene dal Golgota della ragione dove Dio muore per pensarsi. Viene e dice cammina. E camminando, penso. E pensando, inciampo. E inciampando, cado. E cadendo, tocco la terra. E toccando la terra, ricordo che sono polvere. E ricordando che sono polvere, alzo gli occhi. E alzando gli occhi, vedo il cielo. E vedendo il cielo, so che la polvere è attesa.

Ritorno in stanza e preparo il mio caffè. Il caffè è rito senza altare. È pazienza che bolle. È acqua che diventa nera. È polvere che diventa bevanda. È amaro che sveglia la lingua e la mente. Come Hegel. Come la vita quando non mente. Come la croce quando la porti. Lo verso nella tazza. Fuma. Fumo anche io con il mio solito sigaro tra le labbra. Il fumo disegna spirali. Aspetto che si quieti. Bevo a sorsi. E bevendo, ricordo. Che con Hegel non finisco più. Che la fine è menzogna degli orologi. Che il sistema è viaggio con stazioni e deserti. Che il viaggio è ritorno per altra strada. Che il ritorno è casa che non ha chiavi. Che la casa è domanda che resta accesa.

L’ombra e la dis-ombra si allungano sul muro. Si toccano senza toccarsi. Si contraddicono come amanti. Si superano nella sintesi della sera. Si fanno notte che pensa. Ripongo tutto in un cassetto. Il libro con l’angolo piegato. La penna che ha sete. Il dubbio che non invecchia. Il caffè freddo che sa di tempo. Il nome di Hegel scritto a matita. 

Chiudo le pagine. E chiudendo, so che domani la mano tremerà. E tremando, riaprirà. Perché lo Spirito non dorme. Veglia con gli occhi del gufo. E vegliando, chiama per nome. E chiamando, dice riprendi. E riprendo. E riprendendo, vivo. E vivendo, ringrazio lo smarrimento. Ma leggo e rileggo Kierkegaard perché ho abbandonato Hegel al suo destino di hegeliana razionalità. Kierkegaard mi porta oltre. Accetto e raccolgo l’oltre lasciando segni dappertutto. 

Il 27 aprile a Cosenza al Terrazzo Pellegrini discuteremo di Hegel tra l’inizio e la fine.

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