Perché racconto Achab e la Balena bianca? Perché il coraggio e la coerenza sono la vita
Pierfranco Bruni
Perché racconto la Balena bianca? Perché Achab è un perdente. Perché il mare è naufragio e riposo. Perché la coerenza anche se porta alla morte è coraggio. Perché il destino è più della ragione.
Non credo più che ci siano viaggi senza destino. Bisogna sempre fare i conti con l’imprevisto. Diventa un agguato. Un sortilegio. Una ferita sempre aperta. Oppure può trattarsi di una maledizione. Le maledizioni non si sconfiggono con la pazienza della preghiera. Con la stregoneria. Quando la curandera è distante lo sciamano pur imprecando resta appeso alla luna. Anzi a sette lune. Non basta una benedizione. Occorre il coltello. Il capitano Achab sapeva bene ciò. Eppure la balena bianca lo ha sconfitto per essersi troppo fidato delle stelle.
Il viaggio non è mai un atto innocente. È una soglia che si varca senza ritorno. Un patto firmato con il sangue prima ancora di partire. L’uomo crede di muovere i passi, di scegliere l’orizzonte, di governare la prua. È una menzogna necessaria per non impazzire. La verità è che ogni strada è già tracciata dentro le ossa. L’imprevisto non arriva da fuori. Erompe da quel pozzo nero che ci portiamo nel petto e che chiamiamo anima. Lì sta l’agguato. Lì il sortilegio si compie.
Le maledizioni hanno una genealogia. Nascono da una parola non detta, da un gesto rinviato, da un debito contratto con il silenzio. Non si lavano con l’acqua santa. La preghiera è il linguaggio dei mansueti, di chi aspetta che il cielo si muova al posto loro. Ma il cielo è immobile da millenni. La maledizione esige un rito più antico, un alfabeto di fuoco e di carne. Per questo lo sciamano impreca. La curandera è lontana, oltre il confine dove la parola che cura non arriva più. E allora lui resta appeso alla luna. Anzi a sette lune, perché una sola luna non basta a contenere l’urlo. Servono sette cerchi nel cielo, sette invocazioni, sette notti di veglia perché il male ascolti. Sette aquile che girono intorno al vento.
Eppure anche le lune tacciono. Hanno il volto impassibile degli dèi che non intervengono. A quel punto resta il coltello. Non è arma, è liturgia. Il taglio è l’unica teologia che la vita comprende quando tutto il resto ha fallito. Tagliare per separare il vero dal falso. Tagliare per aprire la ferita e lasciarla sanguinare, perché solo ciò che sanguina dice la verità. Achab lo aveva compreso nel midollo. Aveva gettato la bussola, aveva maledetto le Scritture, aveva fatto della vendetta la sua unica fede. Il suo coltello era il rampone. La sua messa era l’inseguimento.
Ma Achab ha peccato di superbia e di mistrto. Si è fidato delle stelle. Le ha interrogate come fossero giudici, ha decifrato nelle costellazioni il disegno della sua rivalsa. Le stelle non rispondono. Brillano per ingannare i naviganti. La balena bianca non era un mostro da trafiggere. Era lo specchio dell’abisso. Era il volto di Dio diventato incomprensibile. Achab l’ha braccata credendo di essere cacciatore e non ha visto che il cappio era già al suo collo. Legato al dorso di Moby Dick, trascinato negli abissi, ha capito nell’ultimo soffio che non si uccide il proprio demone. Lo si serve. Achab ha sofferto di impazienza. Robinson di isola.
Così è ogni viaggio. Non conduce a Itaca. Conduce alla rivelazione della propria disfatta. Partire è già cadere. Ogni mappa è un inganno tracciato per illudere la paura. Ogni porto è un miraggio che si dissolve quando allunghi la mano. Resta la ferita sempre aperta, quella che nessuna benedizione rimargina, perché la benedizione è per chi non ha osato. Resta il coltello, inutile contro il destino e tuttavia necessario per non morire da vili.
Noi viaggiamo per essere disarcionati. Per incontrare il nostro Achab, per guardare negli occhi la nostra balena bianca, per restare appesi alle sette lune senza risposta. Il destino non è la meta. È l’agguato che ci attende dietro la curva dell’illusione. Era lì da sempre, acquattato nel nome che portiamo, nel primo passo che abbiamo mosso, nel primo sogno che abbiamo tradito.
Non ci sono viaggi senza destino perché non ci sono uomini senza ombra. E l’ombra cammina più veloce di noi. In essa c’è il tempo e la perdita del tempo. La caverna e il silenzio. Tutto si perde. Ogni perdita è una eresia. L’isola accoglie Robinson. Ma Robinson non è solo. Ha con sé la solitudine dalla quale non si può separare. Chi arriva nell’isola vi resta per sempre.
