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L’equilibrio della corda tesa: tra i giardini della concordia e le trappole della storia

A admin
15 de mayo, 2026
Carlo Di Stanislao

​»Il mondo è una commedia per chi pensa e una tragedia per chi sente.»

— Horace Walpole

​Il panorama globale di metà maggio 2026 si presenta come un mosaico di contrasti stridenti. Mentre a Torino si cerca una tregua intellettuale sotto il vessillo del dialogo, a Cannes il glamour nasconde ambizioni autoriali, e a Pechino si gioca la partita a scacchi più pericolosa del secolo. Dalla «concordia» dichiarata alla «trappola» evocata, la cronaca di queste ore ci racconta di un’umanità che non smette di oscillare tra la ricerca di un terreno comune e l’inevitabile scontro delle visioni.

​Torino: la concordia apparente, lo schiaffo di Cacciari e il tributo a Chronis Missios

​Il Salone del libro di Torino, edizione 2026, si era aperto con una promessa ambiziosa. Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, lo aveva battezzato il «giardino della concordia», un luogo dove le divergenze avrebbero dovuto lasciare il passo a un confronto sereno e costruttivo. Tuttavia, il giardino ha mostrato subito le sue spine, diventando teatro di un corto circuito tra istituzioni e pensiero critico.

​La «discordia» è divampata durante il confronto con Massimo Cacciari. Il filosofo veneziano non ha usato mezzi termini per smontare l’ottimismo istituzionale del ministro. Al centro della polemica, il declino delle riviste culturali e la fine della funzione civile dell’intellettuale. Laddove Giuli auspicava un ritorno al prestigio delle «terze pagine», Cacciari ha risposto con la freddezza della realtà: l’assenza di partiti «seri» e di «chiese» di pensiero rende inutile persino l’eresia. Senza un’ortodossia forte, ha lasciato intendere il filosofo, non può esserci dialogo né scontro fertile, ma solo un rumore di fondo che la «concordia» ministeriale non riesce a nascondere.

​In questo clima di tensione, il Salone ha però trovato un momento di altissima commozione letteraria con il tributo a Chronis Missios, l’autore greco di quel capolavoro di resistenza e umanità che è La ricchezza dei poveri (spesso ricordato per il suo titolo evocativo che gioca sul valore della dignità negli anni della dittatura e della prigionia). Celebrare Missios oggi non è stato un mero esercizio accademico, ma un atto politico: la sua scrittura, nata dall’esperienza atroce del carcere e dell’esilio, ricorda che la vera «concordia» non è l’assenza di conflitto, ma la capacità di restare umani e solidali anche nel fango della storia. Il tributo ha ripercorso la vita di un uomo che ha trasformato la privazione nella più grande delle ricchezze interiori, offrendo una lezione silenziosa a chi, pochi metri più in là, si accapigliava sulle definizioni politiche del presente.

​Cannes: il decollo di John Travolta e l’eredità de La febbre del sabato sera

​Spostandoci sulla Croisette, il 79° Festival di Cannes ha offerto una parentesi di sogni e nostalgia. In una giornata dominata dalle attese, i riflessi si sono accesi su un esordio d’eccezione: John Travolta ha presentato il suo debutto alla regia con Propeller One-Way Night Coach.

​Vedere Travolta dietro la macchina da presa ha scatenato un’inevitabile ondata di ricordi. Per il pubblico di Cannes, è stato impossibile non tracciare una linea ideale tra la maturità artistica odierna e l’esplosione globale de La febbre del sabato sera. Se allora Tony Manero cercava il riscatto sociale sulla pista da ballo di Brooklyn, oggi il Travolta regista cerca una nuova dimensione narrativa tra le nuvole. Il film, presentato nella sezione Cannes Premiere, è un’opera profondamente personale tratta dal suo libro del 1997. È un inno all’aviazione degli anni ’60, un viaggio magico tra eliche e nuvole che vede protagonista anche la figlia Ella Bleu.

​Travolta ha dimostrato che, pur avendo smesso i panni dell’icona della disco music, la sua capacità di catturare lo spirito di un’epoca rimane intatta, sostituendo il ritmo dei Bee Gees con il ronzio rassicurante di un motore aeronautico. Il passaggio dalla pista da ballo alla cabina di pilotaggio simboleggia una parabola artistica che non rinnega il passato, ma lo eleva verso una nuova forma di libertà espressiva.

​Pechino: l’asse Trump-Xi e l’ombra di Tucidide

​Il vero baricentro del mondo si è però spostato verso Est. Si è concluso il secondo e ultimo incontro del vertice di Pechino tra Donald Trump e Xi Jinping. I risultati immediati parlano di un pragmatismo che sembra aver vinto sulle tensioni:

  • Accordi commerciali: firmati patti per un valore di circa 6 miliardi di dollari, mirati a ridurre lo squilibrio della bilancia commerciale e stabilizzare i mercati tecnologici.
  • Stretto di Hormuz: un’intesa strategica per mantenere aperto il flusso energetico globale, evitando crisi di approvvigionamento in un periodo di instabilità mediorientale.
  • Nucleare: un impegno congiunto per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma atomica, segnale di una cooperazione che trascende i confini regionali.

​Eppure, dietro la retorica dei «partner e non rivali» sbandierata da un Trump entusiasta, Xi Jinping ha lanciato un avvertimento che gela il sangue ai diplomatici: il rischio dell’effetto Tucidide.

Nota tecnica: la trappola di Tucidide è un concetto politologico secondo cui, quando una potenza emergente minaccia di scalzare una potenza dominante, il risultato quasi inevitabile è il conflitto bellico.

​Il dossier Taiwan resta il punto di rottura. Nonostante gli accordi economici da miliardi di dollari, la sovranità sull’isola rimane la variabile impazzita che potrebbe far deragliare la stabilità mondiale. Xi ha avvertito che se la questione fosse gestita «male», la trappola scatterebbe, trasformando i partner commerciali in nemici esistenziali. Mentre Trump celebra i dollari guadagnati e il ritorno dell’industria americana, il leader cinese sembra guardare ai secoli, ricordando al mondo che l’economia può unire, ma la geopolitica ha il potere di distruggere ogni ponte costruito con l’oro.

​Conclusioni: tra speranza e realpolitik

​Dalle sale del Lingotto ai padiglioni di Pechino, il filo conduttore di queste ore è la fragilità estrema delle nostre certezze. La concordia cercata da Giuli si scontra con il nichilismo di Cacciari e la memoria di Missios; il sogno del volo di Travolta atterra in un mondo dove lo spazio aereo di Taiwan è teatro di provocazioni militari; gli accordi di Trump si scontrano con la visione storica millenaria di Xi.

​Siamo in un momento di sospensione: un’epoca che cerca di parlarsi per non doversi combattere, sperando che i giardini della concordia siano abbastanza vasti da contenere le ambizioni dei giganti e che la «ricchezza dei poveri» — ovvero la cultura e l’umanità — possa ancora salvarci dal precipizio.

Tutte l’opinioni versati nel sito correspondono solo a chi la manifesta. Non e necessariamente l’opinione della Direzione

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