Io Casanova. Lettere alla finestra incise con un diamante. La finzione è parte del gioco
Pierfranco Bruni
Quando la finzione prende il sopravvento non bastano sorrisi e parole. Si diventa assenti anche nelle emozioni. Ciò che si credeva eterno è infinitamente una finzione.
Allora. Si comincia?
Giacomo Casanova. Venezia, 2 aprile 1725 – Dux, 4 giugno 1798. Tra queste due date c’è un mare di città, di donne, di libri, di processi, di fughe.
Un mare che non ha mai avuto porto.
C’è un un amore indelebile.
Giacomo e Henriette.
Fecero l’amore nel Palazzo del Doge tra le ombre di Venezia e la luna di Parigi.
Non fu un luogo. Fu un istante che non appartiene al tempo.
Venezia dormiva con le sue acque.
Parigi vegliava con le sue luci.
Ero oltre del mezzo… oltre come sempre. Né qui né là. Viandante tra due rive che non si toccano mai.
Perché penso che Casanova c’est moi?
Le ombre si allungano fino a toccare lo svelamento…
Io Casanova.
Non dire il nome se non sai portarne il peso.
Il nome è maschera. La maschera è libertà.
Libertà non è fare ciò che si vuole.
Libertà è non appartenere a ciò che ti vuole.
Bisognerebbe vivere la seduzione del pensiero come si vive la bellezza di Henriette. Henriette non era una donna.
Era una domanda che camminava. Aveva occhi che non chiedevano risposta. Aveva mani che non trattenevano.
Una sera, a Parigi, la trovai alla finestra.
La luna entrava obliqua, tagliava la stanza in due. Lei scriveva sui vetri con un diamante.
Un diamante che le avevo regalato a Venezia, l’anno prima, in una notte in cui il silenzio valeva più di mille parole. Scriveva lentamente. Ogni lettera era un respiro.
Scriveva: «Io ti appartengo». Non lo disse. Non lo sussurrò.
Lo incise.
L’incisione non si cancella.
Il vetro trattiene ciò che la voce lascia andare.
Le chiesi: “Perché lo scrivi?”
Mi rispose: “Perché l’appartenenza vera non lega. L’appartenenza vera lascia libero.”
Capii allora che la seduzione non è conquista. È riconoscersi nell’altro senza volerne il possesso.
Venezia mi aveva insegnato l’arte del nascondersi.
Parigi mi insegnò l’arte del mostrarsi senza svelarsi.
Tra le due città ho imparato che il pensiero seduce più del corpo. Il corpo passa.
Il pensiero resta.
Resta come resta il graffio del diamante sul vetro.
Henriette sapeva di greco.
Sapeva di metafisica.
Parlavamo di Spinoza mentre fuori pioveva.
Parlavamo di Dio mentre il vino finiva.
Non era conversazione.
Era corpo che parlava con l’anima.
Una notte mi disse: “Giacomo, tu non ami le donne. Tu ami ciò che le donne ti fanno diventare.”
Non risposi.
Perché aveva ragione.
Io non cerco la donna.
Cerco l’uomo che divento quando la guardo.
Fecero l’amore nel Palazzo del Doge.
Non è vero.
Non è falso.
È vero come è vera una memoria che non ha testimoni.
Venezia ha molte stanze segrete. Stanze che non esistono nelle mappe. Stanze che esistono solo se ci entri con qualcuno che sa entrare senza bussare.
Lei aveva paura.
Io no.
La paura è il prezzo del desiderio. Chi non ha paura non desidera. Chi non desidera non vive.
Le ombre di Venezia ci coprivano. La luna di Parigi ci guardava da lontano, come se sapesse che un giorno avrei dovuto raccontarlo. Non per vantarmi.
Per capire.
Per capire che ogni incontro è un naufragio riuscito.
Naufraghi e ti ritrovi più nudo di prima.
Henriette partì all’alba. Non disse addio.
L’addio è per chi non ha intenzione di tornare.
Lei non tornò.
Ma lasciò il vetro.
Lasciò la scritta.
Per anni, ogni volta che pioveva, la scritta scompariva.
E quando il vetro si asciugava, riappariva.
«Io ti appartengo».
Non appartenevo a lei. Lei non apparteneva a me. Appartenevamo a quell’istante. E l’istante è l’unica eternità che ci è concessa.
Molti mi hanno chiesto: “Casanova, quante donne hai amato?”
Rispondo sempre: “Una sola, ogni volta.”
Perché l’amore non si divide.
Si rinnova.
Si rinnova come si rinnova la luna.
Dux è freddo. Dux è silenzio.
Dux è la biblioteca del conte Waldstein dove finisco i miei giorni a scrivere memorie che nessuno leggerà per intero.
Scrivo per tradire la prima versione di me stesso. Scrivo per tradire Henriette. Scrivo per tradire Venezia. Solo tradendo si arriva al vero. Il vero non è ciò che è accaduto. Il vero è ciò che accade quando ricordi.
Il diamante è perduto.
Il vetro è rotto.
Ma la scritta resta.
Resta nella memoria dell’aria.
Resta nella mano che non scrive più.
Bisognerebbe vivere la seduzione del pensiero come si vive l’amore. Con attenzione. Ogni parola è una carezza. Ogni silenzio è un bacio.
Henriette mi insegnò che la bellezza non è negli occhi. La bellezza è nel gesto che non si compie. Nel gesto trattenuto.
Nel gesto che lascia spazio all’altro.
Io, Casanova, ho vissuto per questo.
Non per accumulare amori. Per accumulare istanti in cui due libertà si riconoscono senza annullarsi.
Venezia, 2 aprile 1725.
Dux, 4 giugno 1798.
Tra le due date c’è il mare.
E nel mare c’è la luna di Parigi.
E nella luna c’è una finestra.
E sulla finestra c’è una scritta: «Io ti appartengo».
Non appartengo a nessuno.
Appartengo a ciò che ho capito.
Appartengo al fatto che la seduzione vera è quella che ti lascia più solo e più vivo.
Domani morirò. Domani non dirò nulla.
Domani il silenzio dirà per me. E nel silenzio, se avrete orecchio, sentirete ancora il diamante graffiare il vetro.
Io Casanova. Viandante. Seduttore.
Pensiero che non si ferma. Resta. Sono stato Casanova per seduzione e per cercare la bellezza negli del tempo e non tra le pieghe delle donne che mi hanno amato. Si invecchia e tutto ciò ge è stato diventa passato. Un passato vissuto e inventato. Anche che si inventa diventa inventato. Si può affidare al ricordo ma il ricordo è ciò che non c’è più. Io so vevere di ciò che non c’è più.
Il vento ormai ha diverse traiettorie. Non le seguo per volontà. Sono a Dux fermo da anni tra pagine di memorie. So però di essere altrove. Con il cuore. Ho scritto ancora a Henriette. Le sue lettere di risposta alle mie lettere sono giunte con molto ritardo. Non hanno più senso. La finzione ormai ha preso il sopravvento su tutto.
