Robespierre e Casanova lungo la Senna. Parigi, 12 pratile Anno II della Repubblica – 31 maggio 1794. Immaginando un dialogo
La storia rivela e nasconde. È opportunista. Gli uomini, maestri di opportunismo, la consolidano. La Virtù e la Ragione sono tele di ragno. Oppure corde di un arco…
C’è un dialogo … Sulla scena la Rivoluzione Francese…
Il dialogo gioca sul contrasto tra due Francesi del 1794: Robespierre, l’“Incorruttibile”, fautore del Terrore e della Virtù repubblicana. Casanova, l’avventuriero veneziano, all’epoca a Parigi dopo anni di peregrinazioni europee.
Intanto la Senna scorre lenta, quasi indifferente. Sul quai, ovvero banchina del fiume, due ombre si incrociano: una secca, nera, serrata nell’abito borghese del Comitati di Salute Pubblica. L’altra gaudente, sciolta, con il bastone in pomo d’argento, il mantello viola e il sorriso che non ha mai smesso di corteggiare il mondo.
Robespierre: Cittadino Casanova. Vi vedo ancora qui, a Parigi. Credevo che la vostra patria, Venezia, vi chiamasse con più insistenza del piacere.
Casanova: Cittadino Incorruttibile. Venezia mi ha esiliato, come la Repubblica esilia chi non si lascia squadrare dall’ideale. Ma io, vedete, ho l’abitudine di amare i luoghi che mi respingono. È il solo modo per non mentire all’amore.
Voi invece, Maximilien, avete scelto di amare la Virtù come si ama una sposa gelosa: senza tradirla mai, nemmeno quando vi guarda male.
Robespierre: La Virtù non è una donna da corteggiare. È il fondamento della Repubblica. Senza di essa, la Libertà diventa licenza, e l’Uguaglianza un nome vano.
Come disse Rousseau: «L’uomo nasce libero, e ovunque è in catene». Noi abbiamo spezzato quelle catene. O almeno, abbiamo il dovere di farlo.
Casanova: Ah, Rousseau! Il vostro maestro. Scrisse dell’uomo naturale e visse in città. Predicò la semplicità e morì tormentato dai sospetti.
Io ho letto il suo Contratto Sociale tra un’alcova e l’altra. E vi confesso: ho trovato più verità nelle memorie di una cortigiana che in trecento pagine di geometria politica.
Voi volete rifare l’uomo con la ghigliottina. Io mi limito a conoscerlo, uno per uno, donna per donna, notte per notte.
Robespierre: La Rivoluzione non è una conversazione galante, signore. È un tribunale della Storia.
Danton, Desmoulins, Hébert… tutti hanno creduto che la clemenza fosse possibile. Tutti hanno pagato il prezzo dell’illusione.
«La rivoluzione divora i suoi figli», dite voi? No. La rivoluzione punisce chi la tradisce.
Casanova: E chi decide il tradimento? Voi? Il Comitato?
Io ho conosciuto re, cardinali, filosofi, ladri. Tutti tradiscono, prima o poi. Anche sé stessi.
Ma la differenza, Maximilien, è che io non ho mai chiesto a un uomo di morire per la mia idea di felicità.
Voi lo fate ogni giorno, in nome della Ragione.
Robespierre: La Ragione non è un’idea. È un dovere.
La Francia sanguina perché ha avuto troppi Casanova. Uomini senza patria, senza fede, senza legge. Viaggiatori dell’istante che chiamano libertà il disordine.
La Repubblica ha bisogno di cittadini, non di avventurieri.
Casanova: E i cittadini, senza il desiderio, che cosa sono? Statue.
Voi avete abbattuto le statue dei re per erigerne una sola: la vostra.
Io ho girato l’Europa e ho visto che nessun uomo regge a lungo il peso di essere l’unico giusto.
Anche Socrate, quando bevve la cicuta, non sorrideva.
Robespierre: Socrate morì per la legge. Io faccio morire per la legge.
Voi, invece, avete fatto della legge un pretesto per il vostro piacere.
La Storia vi ricorderà come un’ombra.
Casanova: Forse. Ma le ombre durano più dei monumenti, quando il vento cambia.
Vedete, cittadino Robespierre, io non credo all’immortalità della gloria. Credo all’immortalità del gesto.
Un bacio rubato a Venezia, una fuga dal Piombi, una notte a Praga con una violinista cieca… sono cose piccole. Ma sono mie.
Voi volete appartenere alla Storia. Io preferisco che la Storia appartenga, per un istante, a me.
Una vreve pausa. Il vento increspa l’acqua. Da lontano giunge il rullo di un tamburo. C’è un’altra esecuzione a Place de la Révolution.
Robespierre: Ascoltate. È il suono della Necessità.
Non vi odio, Casanova. Vi compatisco.
Siete l’uomo del passato, in un mondo che non vuole più passato.
Casanova: E voi, Maximilien, siete l’uomo del futuro che non avrà futuro.
Perché chi costruisce la virtù con il terrore, finisce per adorare il terrore e dimenticare la virtù.
Quando cadrà la vostra testa – e cadrà, ve lo dico senza compiacermi – nessuno vi piangerà.
Solo la Senna continuerà a scorrere. Indifferente. Come oggi.
Robespierre: Se devo cadere, cadrò in piedi.
Per la Repubblica, una e indivisibile.
Casanova: E io mi inchinerò. Non alla Repubblica.
All’uomo che ha avuto il coraggio di crederci fino in fondo.
Anche se si sbagliava. E ha sbagliato.
Si salutano con un cenno. Rousseau si è perso. Voltaire si è illuso. Goldoni recita nella sua povertà. Ormai Robespierre si allontana, dritto, come una sentenza.
Casanova resta un momento, guarda l’acqua, e mormora in veneziano: «El tempo xe sior de tuti». Il tempo è padrone di tutti. L’ironia di Casanova supera le sentenze di Robespierre. Il primo ha saputo tradurre il piacere e la seduzione in un gioco di ironie nella sensualità del vivere. Il secondo ha vissuto la vita tra sentenze e ghigliottina.
La Senna continua a scorrere lenta. Le parole smettono di essere voce. Tutto si perde. Ma Giacomo Casanova non è mai stato un’ombra e tanto meno un terrore…
