L’Oriente e San Francesco d’Assisi. La soglia come viaggio. La Croce come alfabeto. Il Sultano come specchio
Pierfranco Bruni
Per Francesco d’Assisi l’Oriente entra nel l’Occidente attraverso la visione spirituale. Il misticismo diventa una chiave di lettura esemplare. Henry Corbin (1903-1978) osserva: «La via per comprendere l’Islam, e in particolar modo il mondo spirituale, è e resta la via di San Francesco d’Assisi… Tornare alla via francescana significa accedere al pensiero originale, significa veramente comprendere la grandezza della civiltà dello spirito»
È pur vero che ogni viaggio è geografia. Ma è altrettanto vero che la geografia, se non diventa spirito, resta carta. San Francesco d’Assisi non attraversa il Mediterraneo per conquistare. Attraversa il Mediterraneo per spogliarsi. L’Oriente, per lui, non è luogo. È soglia. È il punto in cui l’Occidente cristiano smette di essere frontiera e torna a farsi Vangelo.
L’anno 1219: la Quinta Crociata e la via disarmata. La storia fissa la data: estate 1219, accampamento crociato di Damietta, Egitto. La Quinta Crociata è in stallo. Il cardinale Pelagio Galvani vuole la vittoria delle armi. Francesco, giunto con dodici frati, chiede di passare le linee. Vuole parlare al Sultano al-Malik al-Kāmil, nipote di Saladino.
Tommaso da Celano nella «Vita Prima», cap. XX, racconta: «Infiammato di zelo per la fede, non temette di presentarsi al cospetto del Soldano di Babilonia». Bonaventura, nella «Legenda Maior», IX, 8, precisa: «Si offrì alla prova del fuoco per dimostrare la verità della fede». Non andò così. Il Sultano ascoltò. Offrì doni. Francesco rifiutò. Tornò.
Il dato storico è nudo: un uomo scalzo, senza esercito, entra nella tenda del nemico. Non converte. Non viene martirizzato. Dialoga. E il dialogo, in quel secolo, è più sovversivo della spada. Perché disarma l’idea stessa di nemico.
L’Oriente come categoria interiore: Damietta è San Damiano. L’Oriente di Francesco inizia prima dell’Egitto. Inizia a San Damiano, quando il Crocifisso dice: «Va’, ripara la mia casa». La casa da riparare non è di pietre. È l’umano. E l’umano, per Francesco, è sempre oltre il confine. Il lebbroso, il lupo di Gubbio, il Sultano: sono lo stesso movimento. Uscire da sé. Jacques Le Goff (1924-2014) ha parlato di Francesco come “uomo nuovo” del XIII secolo. L’Oriente è il banco di prova: se il Vangelo è vero, deve reggere anche davanti all’Islam. Non con la disputa, ma con la nudità. Francesco non porta tesi. Porta se stesso. E se stesso è povertà. La povertà è la lingua che l’Oriente capisce, perché non ha traduzione dottrinale. È gesto. Le Goff ha sottolineato: «Francesco voleva che si apprezzasse, si onorasse e si amasse tutto ciò che Dio aveva creato, compresi gli animali e la natura: fu anche precursore degli ecologisti».
Il Cantico e la sapienza orientale: fratello sole, sorella acqua. Dopo l’Oriente, viene il Cantico. 1225, San Damiano. Francesco è quasi cieco, malato. Detta lodi. “Laudato si’, mi’ Signore, cum tucte le tue creature”. Qui l’Oriente ritorna come estetica. Non l’Oriente delle crociate, ma l’Oriente sapienziale. Il Cantico non è francescano soltanto.
È mediterraneo. Ha il ritmo dei salmi ebraici, l’alfabeto della lode coranica, la circolarità della poesia siriaca. “Fratello sole”, “sorella luna”: non è panteismo. È parentela. L’Oriente monoteista, ebraico e islamico, ha sempre saputo che il creato è segno, āyāt, vestigio. Francesco lo ridice in volgare umbro. Henry Corbin, studioso dell’Islam iranico, vedeva in Francesco un “Fedeli d’Amore” occidentale, vicino al sufismo. Non per sincretismo, ma per struttura: entrambi cercano Dio non «nonostante» il mondo, ma «attraverso» il mondo. L’acqua non è sorella. E sorella è parola orientale: dice relazione prima che sostanza.
Greccio 1223: il presepe e l’Oriente incarnato. Tra Damietta e il Cantico sta Greccio. Natale 1223. Francesco chiede a Giovanni Velita di preparare il presepe: «Voglio fare memoria del Bambino nato a Betlemme». Betlemme è Oriente. Ma Francesco non lo orientalizza. Lo fa carne qui, nel Lazio, con bue e asino, fieno e gente.
È la risposta alla crociata: non andare in Oriente per prenderlo, ma far nascere l’Oriente dentro l’Occidente. Il presepe è teologia geopolitica. Dice: il centro non è Roma, non è la Mecca. È una mangiatoia. E la mangiatoia sta ovunque un uomo si fa povero.
Paul Sabatier (1858-1928), primo biografo moderno di Francesco, scrisse: «A Greccio l’Occidente scopre l’Oriente del cuore». Non per esotismo, ma per incarnazione.
La Verna 1224: le stimmate e l’alfabeto della croce. L’ultimo legame con l’Oriente è di sangue. Settembre 1224, Monte della Verna. Francesco riceve le stimmate. La tradizione dice: da un serafino crocifisso. La croce è il vero Oriente di Francesco. Non Gerusalemme geografica, che i crociati non riescono a tenere. Ma la Gerusalemme del corpo. Le stimmate non sono miracolo da esibire. Sono scrittura. Dio scrive in volgare sul corpo di Francesco come Francesco scrive in volgare nel Cantico.
Qui l’Oriente e l’Occidente si saldano. La croce è scandalo per i giudei, follia per i greci, dice Paolo. Francesco la porta come alfabeto. Non la spiega al Sultano. La vive. E il Sultano, dice la Legenda, «ne fu grandemente ammirato». L’ammirazione è il primo grado del dialogo: riconoscere nell’altro una verità che non possiedo.
Dopo Francesco: l’Oriente francescano che resta. Francesco muore nel 1226. Ma l’Oriente resta nella sua famiglia. I francescani saranno in Terra Santa dal 1217 senza interruzione. Custodi dei Luoghi Santi non con la spada, ma con la presenza. È la “Custodia” come categoria teologica: abitare, non occupare.
Raimondo Lullo (1232-1316), terziario francescano, nel «Liber de fine» del 1305 progetta collegi di lingue orientali: arabo, ebraico, caldeo. Per convertire? Sì. Ma prima per capire. Francesco ha insegnato che non si annuncia se non si ascolta. Lullo dirà: «La grandezza superiore è sempre causa della grandezza del corpo, non tuttavia della sua bellezza. E così è dell’eccellenza delle qualità, che sappiamo agire nel cuore dell’uomo, più che nei suoi piedi, e similmente di altre cose».
Nel Novecento, Louis Massignon (1883-1962), islamologo cattolico, dirà: «Francesco è il santo che l’Islam può capire». Perché? Perché si è presentato a Damietta senza volontà di potenza. La volontà di potenza è occidentale. La volontà di minorità è francescana. E la minorità è la grammatica dell’Oriente spirituale.
La soglia come patria. San Francesco e l’Oriente: non è incontro tra civiltà. È incontro tra nudità. Francesco va in Egitto e torna senza risultati politici. Ma torna con un metodo: la pace non è trattato, è dono disarmato. Torna con una poetica: il mondo è fratello. Torna con una teologia: la croce è lingua universale. L’Oriente resta così per Francesco ciò che è sempre stato per il cristianesimo delle origini: non periferia, ma origine. Betlemme, Gerusalemme, Damietta. Non luoghi da prendere, ma soglie da attraversare. Per questo Francesco è “figura di frontiera”.
Sta sulla soglia tra croce e mezzaluna, tra saio e turbante, tra Occidente e Oriente. E dalla soglia indica: la patria non è qui o là. La patria è il passaggio. È il viaggio che, spogliando, rivela. Perché in fondo la partenza, come ogni vero incipit, avvisa che il cammino non è mai geografico soltanto. È spirituale. E lo spirituale, quando è vero, parla tutte le lingue. Anche quella del silenzio di un frate scalzo nella tenda di un Sultano. Il silenzio si lega alla pazienza. La maestosa pazienza che conduce al bene. Il bene al perdono. I «minori» sono gli artefici della bellezza del perdono. «Beato l’uomo che sopporta il suo prossimo nella sua fragilità, come vorrebbe essere sopportato lui stesso se si trovasse in una simile condizione. Beato il servo che perdona a tutti interamente, come egli perdona ai peccatori». Così Francesco in «Sulla reciprocità del perdono».
